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Capalbio

Straordinaria Bellezza: l’arte contemporanea sbarca a Capalbio

13/10 » 14/10/18

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CAPALBIO – Il Comune di Capalbio è lieto di presentare “Straordinaria Bellezza. Capalbio Contemporary Art”, la mostra-evento ideata dall’associazione culturale Il Frantoio in occasione dell’ingresso di Capalbio tra I Borghi più Belli d’Italia, curata da Davide Sarchioni con la collaborazione di Maria Concetta Monaci e Dimitri Angelini.

Un omaggio alla “straordinaria bellezza” del Bel Paese reso attraverso l’arte contemporanea in tutte le sue forme riunendo le opere di 23 artisti di diversa generazione e provenienza che, indipendentemente dai vari stili e tecniche utilizzati, si legano o sono ispirate alla creatività e al genio italiano, alle nostre radici culturali come al magnifico territorio di Maremma, con suoi suggestivi paesaggi e la sua peculiare storia passata e presente.

L’evento si svolge nel centro storico di Capalbio, racchiuso tra le antiche mura, dove installazioni temporanee all’aperto esaltano l’affascinante intreccio dei vicoli che si aprono offrendo romantici scorci, e con una grande mostra allestita nelle splendide sale di Palazzo Collacchioni.

Le 5 sculture mobili di colore rosso di Giuliano Tomaino (La Spezia, 1945) che compongono l’installazione dal titolo “Volo”, sono distribuite tra la piazzetta antistante la chiesa di San Nicola e la corte interna della Rocca aldobrandesca e accompagnano idealmente lo spettatore fin dentro la mostra. Si tratta di icone-simboli ricorrenti carichi di energia vitale, forza e ottimismo che sollecitano uno sguardo allargato verso l’universo che ci circonda, un volo pindarico per afferrare ciò che merita d’essere fermato attraverso la magia dell’arte.

All’interno del Palazzo una vasta tipologia di opere differenti, tra sculture, dipinti, ceramiche, disegni e installazioni, sono poste in relazione con lo spazio fisico e culturale dei diversi ambienti e impaginano un racconto serrato e metaforico sulla bellezza italiana.

L’Italia del BEL CANTO, della MUSICA è evocata dagli strumenti musicali di Giuseppe Chiari, Paul Kostabi e Bozena Krol Legowska, collocati nella sala dedicata a Puccini che mutua la sua denominazione dal fortepiano Conrad Graf suonato dal celebre compositore che spesso soggiornava presso la non lontana Torre della Tagliata. Giuseppe Chiari (Firenze, 1926-2007) è stato un compositore ed artista concettuale inizialmente vicino al movimento Fluxus. Il linguaggio dei collages giunse alla piena maturazione tra gli anni Ottanta e Novanta coinvolgendo anche strumenti musicali come chitarre e violini alla ricerca di una possibile contaminazione tra visualità e sonorità intrinseca dello strumento. Paul Kostabi (1962) è pittore, musicista e produttore discografico statunitense, figlio di rifugiati di guerra estoni e fratello dell’artista Mark Kostabi. Bozena Krol Legowska è una scultrice di orgine palacca affascinata dai giochi di luce, dalle venature e dalla durezza delle pietre che va sperimentando di volta in volta, per giungere a liberare dalla stretta del supporto le forme più diverse ed enigmatiche.

L’Italia della tradizione della NARRAZIONE POPOLARE, quella che ha permesso di tramandare radici culturali così diverse da regione e regione, da nord a sud, quale base della nostra forte identità è qui suggerita dai “Teatrini” e dalle “Case” di Giosetta Fioroni. Opere preziose e rare di una delle più significative artiste italiane che per anni ha scelto Capalbio come rifugio estivo. Giosetta Fioroni (Roma, 1932) è nata da una famiglia di artisti: il padre Mario era uno scultore, la madre marionettista. In tutto il suo cammino d’artista sembra tenere radicata nella sostanza stessa dell’essere donna la tonalità emotiva dell’infanzia. La storia delle sue opere si fa storia di mondi, di popoli e di civiltà, mettendo a confronto la società dei costumi e la fiaba, l’industria culturale e il mondo dei folletti della terra con i giochi dell’infanzia.

La NATURA, grande risorsa da cui ripartire, bene da tutelare oltre che da valorizzare, è l’ispirazione e il motore di ricerca di tanti artisti che si vi si immergono per estrarre materiali e suggestioni. Così il “Fiore” di Mario Ceroli (Catel Frentano, 1938), che ha investito di una nuova e forte capacità di rappresentazione il materiale naturale e povero. Con la sua comparsa sulla scena artistica romana ha contribuito a quella riformulazione del linguaggio che ha caratterizzato gli anni ’60 (e non solo in Italia) ed ha aperto la strada alle poetiche dell’arte povera ed alle successive installazioni. Il gesto sostanziale di Ceroli è stato quello di lavorare su materiali naturali, primo fra tutti il legno, per porre l’accento sull’elemento primario, sul senso emergente delle cose reali, sul valore simbolico dell’opera.

Anche i lavori di Piero Gilardi (Torino, 1942) si rifanno alla natura: realizzati in poliuretano riproducono in modo estremamente realistico frammenti di ambiente naturale, a scopo ludico, ma anche di denuncia verso uno stile di vita che sta diventando sempre più artificiale. Nel 1968 Gilardi ha partecipato all’elaborazione teorica delle tendenze artistiche di Arte Povera, Land Art e Antiform Art. Partecipa nel 1969 come collaboratore alla realizzazione delle prime due rassegne internazionali delle “nuove” tendenze come Op Losses Schroeven allo Stedelijk Museum di Amsterdam e la famosissima When Attitudes Become Form alla Kunsthalle di Berna.

Più giovane, Benedetto Pietromarchi (Roma, 1972) ricerca nella natura la materia prima per il suo lavoro in cui è centrale l’indagine sul rapporto tra natura e artificio, biologia e costruzione, e come queste nozioni vengono vissute e percepite nel contesto delle nostre differenti culture, storie e realtà. Tra i vari materiali utilizzati per le sue opere, prevalentemente sculture, vi sono le terre raccolte nei dintorni di Capalbio e distinte per composizione, così da ottenere crete dal colore e dalla consistenza diversi che consentano la creazione di opere in terracotta di grande complessità.

L’eccellenza della MODA italiana nel mondo, è ormai diventata un elemento costitutivo dell’identità del nostro paese. L’ambito della sartorialità e del tessile è associabile alle opere di Stefania Mura e di Devis Venturelli.
Stefania Mura negli anni è andata sempre più definendo la sua traiettoria artistica creando un’immagine riconoscibile a prima vista, fondendo due mondi apparentemente distanti: quello della danza classica di Edgard Degas e quello delle sfilate di Prêt-à-porter. Vestiti appesi ad una gruccia, sospesi in aria, silenti, in attesa di essere indossati, o forse appena tolti: l’artista dipinge su vere e proprie tele, yuta, cotone, ed ogni altro tipo di supporto tessile.
Devis Venturelli (Faenza, 1974) si avvale di una personalissima procedura scultorea, una sorta di scultura tessile dove la superficie in tessuto assume un ruolo attivo e generativo della forma, Venturelli ha creato forme/sculture utilizzando diversi e numerosi oggetti rivestiti da superfici tensive in elastam dalle vivacissime tonalità cromatiche e proposti sia come singoli pezzi, sia come elementi da congiungere e “cucire” insieme creando curiosi organismi tubolari. L’insieme che ne risulta è un’esplosione rutilante di forme, colori e fantasie eccessive che pervadono e trasformano lo spazio mettendo in gioco il dialogo tra oggetto e superficie.

A descrivere la poesia della NOSTRA CAMPAGNA e la magia della vita, sono i “Girasoli” in bronzo di Gaetano Pompa (1933-1998) dedicati ai campi della località Giardino. A venti anni dalla scomparsa l’associazione Il Frantoio celebra uno degli artisti più complessi e nascosti del secondo dopoguerra; un artista passato dalle avanguardie alla figurazione in controtendenza rispetto alla gran parte della sua generazione. Presentando questo lavoro si intende ricordare il legame tra Gaetano Pompa e La Maremma: terra con la quale l’ artista viene a contatto sin da bambino e che non abbandonerà mai, da cui coglierà gli spunti per andare a fondo nelle questioni psicologiche, esistenziali ed autobiografiche dell’uomo contemporaneo.
Colpita dalla forza di questa terra, i lavori dell’artista californiana Mardi Wood, realizzati nel periodo in cui è stata invitata dall’associazione Il Frantoio in residenza a Capalbio. sono una serie di disegni, acquarelli e piccole pitture, rappresentazioni emozionali e simboliche di vacche e cavalli bradi che riconducono ai disegni preistorici sui muri delle caverne.

Ad evocare il promontorio di Ansedonia, uno scrigno che contiene lo splendido sito archeologico di Cosa col suo piccolo museo, la Tagliata Etrusca, lo Spacco della Regina, le Torri e le spiagge, è esposto il lavoro omonimo di Piero Pizzi Cannella (Rocca di Papa, 1955), espressione profonda della poesia della sua pittura. Nel 1982 l’artista stabilisce il suo studio nell’ex pastificio Cerere, nel quartiere di San Lorenzo, dando vita, insieme a Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio e Marco Tirelli, alla Scuola di San Lorenzo.
E ancora i paesaggi e le terre di Maremma riecheggiano nelle opere di Camilla Borghese, Giuseppe Zanoni e Giovanni Sanjust.

La foto di Camilla Borghese (Roma, 1977) ci racconta di un luogo che tutti conosciamo ed identifichiamo come “Al Mare”. Lo fissa nel momento appena precedente al grande ed importante restauro e ce lo regala a memoria dei giochi dei bimbi che ha ospitato, del profumo delle merende, al fascino decadente assunto da questo luogo magico successivamente al suo abbandono. Il suo lavoro fotografico permette di riscoprire il concetto di “monumentale”, concentrandosi sull’architettura, il suo ritmo silenzioso e la cadenza geometrica. L’artista facilita un viaggio attraverso l’attrazione per la staticità mentre integra l’emozione travolgente per l’opera.

L’installazione “Indelebile e Mutevole” di Giuseppe Zanoni (Porto Ercole, 1970) è uno stretto dialogo che si crea tra le differenti materie: il ferro forgiato dall’uomo e la pietra creata e modellata dalla natura. La scelta di questi elementi materici è stata dettata dalla loro presenza in grande quantità nelle terre maremmane. Le foglie di vite simbolicamente si ricollegano al luogo in cui è nata l’opera ed il tempo, collegato al fenomeno dell’ossidazione, imprime nella materia un’estetica indelebile e mutevole.
Per gentile concessione del figlio Giorgio, a quattro anni dalla scomparsa, ospitiamo i lavori dell’amico “artista-contadino” Giovanni Sanjust (1953-2014). Su di lui, Philippe Daverio ha detto: “Opera sulla terra vera e propria a pochi chilometri da Il Frantoio. Fa l’agricoltore come gesto artistico; lo fa da coltivatore diretto e collezionista integralista per il quale le raccolte contano di più dei raccolti e la zoologia, come anche la botanica, sono percorsi di ricerca.”

Il progetto “Terra” di Samantha Passaniti (Monte Argentario, 1981) che ha preso il via dai sopralluoghi fatti nelle campagne Maremmane per reperire materiali terrosi, è composto da una serie di sperimentazioni così suddivise: nelle “Terre” il materiale raccolto si adagia sulle tele in modo gestuale e unito al colore evoca gli spazi estesi ed evanescenti delle campagne; in “Stratificazione” le fibre della carta si intrecciano alla struttura dei vari tipi di terre, le diverse cromaticità si sovrappongono andando a formare una forma quadrangolare che evoca la struttura di una porzione di terreno a partire dal suo strato più profondo fino ad arrivare alla superficie terrestre. La carta composta da fibre di cellulosa estrapolata dagli alberi che crescono dalla terra, viene mescolata alla terra stessa evocando il concetto di ciclicità della natura.
“L’Albero della Vita” di Roberta Cipriani, architetto, designer e artista, esprime la forza primordiale universale e rappresenta il nostro percorso sulla Terra, che dalle radici terrene bruciando la nostra stessa vita ci riconduce alle nostre origini celesti, così come il Fuoco che bruciando la materia sulla Terra si ricongiunge al Divino.

Parlando della bellezza del territorio italiano non si può prescindere da un confronto con la STORIA.
Adriano Pompa (Roma, 1965), con il suo bronzo “San Giorgio e il Drago”, riordina con lucidità colta e rispettosa le evocazioni dell’antico prendendo le distanze da ogni citazionismo e proponendo qualcosa di inconsueto, ma che al contempo pone un aspetto problematico con la storia.

Il “Centauro” di Serge Ubertì (1952-2018), grande artista italo-francese da poco prematuramente scomparso, è ottenuto dal recupero della materia apparentemente morta quale rivisitazione del ciclo della vita carico di reminescenze dell’antichità. Ubertì con grande sapienza narra nelle sue opere un’umanità arcaica e spirituale, fatta di personaggi silenziosi, figure emblematiche tracciate nella carta, nel legno, sagomate con il ferro, oggetti e impronte di un luogo psichico e primordiale. L’artista aveva di recente esposto le sue opere nelle boutique dello stilista Valentino in diversi paesi del mondo.

Le raffinate sagome in terracotta smaltata dai colori brillanti di Angelo Colagrossi (Roma, 1960) descrivono figure femminile, mute, dai profili occidentali, africani, orientali, che sottolineano l’attenzione per le differenze e le varietà messe in crisi dalla dimensione globalizzata della società. Sono la trasposizione oggetuale di alcuni dei temi ricorrenti della sua pittura, dove una gran quantità di simboli del mondo dei consumi, oggetti e merci cadono nel vuoto stagliandosi su fondali piatti e bidimensionali, dove l’azzeramento della terza dimensione acquisisce metaforicamente il significato della perdita della dimensione del passato e del futuro, riducendo il tutto ad un “qui e ora”.

Singolare è poi l’intervento di Baldo Diodato (Napoli,1938) che ha pensato di mappare e di trasferire su fogli di alluminio adagiati a terra l’impronta delle pavimentazioni della Tenuta Monteti a Capalbio, modellati attraverso il calpestio e con colpi di martello, come una sorta di frottage. Grazie all’impronta, il modo più ancestrale per dar luogo ad una forma, si può ricostruire un passaggio che è stato fermato nel tempo e nella materia nel tentativo di eternare un gesto, una presenza; l’affermazione di un “Io collettivo” che ci lascia un segnale del suo passaggio. Storia, presente e futuro vengono così a sovrapporsi in questi lavori.

Infine, Sandro Chia (Firenze, 1946) è presente in questa mostra con una edizione, copia del più importante lavoro, ma molto cara a Il Frantoio che la custodisce da più di vent’anni nelle proprie sale. È una presenza amica, che viene continuamente ricollocata come a fare da custode agli stessi spazi. E ancor più preziosa da quando nel 2009 venne realizzata in galleria una mostra dedicata ai soli disegni di Chia; quegli stessi a cui l’artista dedicò una poesia.
“Cari disegni,
ecco, siamo a Capalbio. Le mura, la vista, le strade in salita, la piazza col Frantoio, chi di voi è stato concepito qui? Certo non potete ricordare, anch’io non potrei dire con certezza, cari disegni, quale di voi, fu cominciato da queste parti. Il disegno si fa sovrappensiero fine a se stesso, ma col passare del tempo anche lo scarabocchio, a volte, muta in progetto.”

La torre della Rocca Aldobrandesca sarà la protagonista di “A Dream of Beauty. Arte, natura, armonia della bellezza attraverso la luce”, il progetto visual di Micaela Bechini, presentato da MothLab e legato al tema “Straordinaria Bellezza”. Un percorso visivo dove elementi naturali e artistici si susseguono in un tripudio di forme, colori e suggestioni.

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