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lavatoio foto adolfo denci

Le foto di Adolfo Denci in mostra a Pitigliano: ecco come era “Il novecento italiano”

04/08 » 03/09/17

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PITIGLIANO – “Il novecento italiano secondo Adolfo Denci” è la mostra che verrà inaugurata venerdì 4 agosto alle ore 18:30 nei suggestivi locali sotterranei di Strade Bianche a Pitigliano in via Zuccarelli, 25 e resterà aperta fino a domenica 3 settembre negli orari di apertura della libreria, grazie anche alla collaborazione dell’osteria “Il Tufo Allegro”, dell”Hostaria del Ceccottino” e de “La Magica Torre”.

Adolfo Denci (Pitigliano, 1881 – Pitigliano, 1944), fotografo sociale e di popolo della prima metà del ‘900, è talmente rappresentativo, efficace e potente da poterlo considerare anche sceneggiatore, regista e narratore. Ogni sua opera fotografica infatti è un racconto diversamente interpretabile a seconda di chi lo legge.

Per questo, grazie a 50 pannelli fotografici, con soggetti inediti, proposti dagli eredi di Ildebrando Denci, depositario del patrimonio delle lastre originali, l’Associazione Culturale e Libreria Strade Bianche intende rendergli tributo e riscattarlo dall’oblio a cui è soggetto.

“Lorenzo Adolfo Denci nacque a Pitigliano da Giovanni e da Emila Belli, il 17 Giugno 1881. Primo di cinque fratelli a ventiquattro anni, nel 1905, vinse come fotografo la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Berlino e sposò l’agiata concittadina Ester Orlandi che lo rese padre dell’unica figlia, Annunziata, detta “Nunziatina” . Rimasto vedovo, l’8 Gennaio del 1912, convolò a nuove nozze con l’ostetrica Giuseppina Mangiò che rimase al suo fianco per tutta la vita.

Il prestigioso successo ottenuto in Germania lo galvanizzò. Il suo interesse per la fotografia divenne quasi morboso. A detta di chi lo conobbe, non aveva tregua. Era sempre in cerca di ambienti e di paesaggi da immortalare. Nel 1911, andò di luogo in luogo nelle valli del Fiora e dell’Albegna per fornire a Carlo Alberto Nicolosi trentacinque immagini che il brillante divulgatore pubblicò nel volume “La montagna Maremmana”, edito dall’Istituto d’Arti Grafiche di Bergamo nella collana “Italia Artistica” diretta da Corrado Ricci. Ma l’inaspettata affermazione berlinese gli fece soprattutto meritare la stima del direttore didattico Evandro Baldini e del veterinario Gian Ugo Boscaglia. Entrambi, oltre al lavoro professionale, si dedicavano con grande zelo allo studio della storia, dell’archeologia, dell’arte, della letteratura, delle scienze. Scrivevano libri ed articoli giornalistici; e gli chiedevano immagini appropriate per illustrarli. Nacque così, fra Lorenzo Adolfo Denci e i due intellettuali, una collaborazione assidua che con il trascorrere del tempo si trasformò in amicizia profonda. Significativi, a questo riguardo, gli articoli che negli anni Venti apparvero su le “Vie d’Italia”: Boscaglia li redigeva, Baldini e Denci li corredavano di disegno e foto. Erano i tre personaggi che davano impulso e consistenza alla vita culturale del paese; in modo particolare Evandro Baldini, che nella scuola sfornava in continuazione progetti educativi sperimentali, imperniati ora sul disegno e sulla plastica, ora sull’imbalsamazione degli animali, ora sulla fotografia. Denci, che si intendeva anche di musica e suonava discretamente il violino, partecipava alle iniziative scolastiche dell’intraprendente direttore, sia come apprendista, sia come fotografo incaricato di documentare le attività. Insomma “Adolfino”, così lo chiamavano affettuosamente gli amici, perché piccolo di statura, era un operatore culturale a tutti gli effetti. Tanto che l’impegno prodigato nel contribuire all’attività creativa di Baldini e Boscaglia finì per ampliare il suo bagaglio culturale e per consentirgli di perfezionare la sua tecnica fotografica, grazie alle frequenti prestazioni professionali che gli venivano richieste.

Durante il fascismo, lui che fascista non era, si giovò della protettiva amicizia di Evandro Baldini, convinto sostenitore del regime per sbarcare il lunario. E il lavoro non gli mancò mai, non solo a Pitigliano, ma anche nei paesi limitrofi, dove spesso era necessario documentare il consenso popolare all’attivismo delle gerarchie mussoliniane nel campo delle opere pubbliche, della cultura, dell’arte e specialmente dello sport, esibito nei saggi atletico-ginnici che tante folle plaudenti richiamavano nei luoghi in cui si svolgevano.

All’ultimo piano della casa ereditata dalla prima moglie, al numero dieci di vicolo Venezia, Adolfo Denci aprì uno studio fotografico che conobbe presto un successo di clientela superiore ad ogni più rosea aspettativa. L’aveva allestito in una sorta di mansarda coperta da tende azzurrine; e dal quale, oltre il vertiginoso dirupo su cui si affaccia la “Città del Tufo”, si godeva un panorama mozzafiato di gole fluviali, catrafossi, colline ammantate di verde rigoglioso. Alcuni tappeti di colore rosso-bruno, poltroncine in stile liberty e vasi di palme costituivano il sobrio arredamento. In quell’ambiente modesto, ma dignitoso, “Adolfino” fece dell’amore per la fotografia la fondamentale ragione della sua vita e l’unica fonte di reddito. La professione scelta, al di là del mero cespite, rappresentava per il suo spirito e la sua vocazione artistica una specie di stato di grazia, un privilegio esistenziale, che attraverso la camera oscura gli consentiva di esprimere il fascino e la poesia del microcosmo nativo, generoso di paesaggi avvincenti e di persone semplici, ma ricche di umanità.

A prescindere dal semplice impegno di routine, svolto con lo scrupolo che lo contraddistingueva fra le pareti del gabinetto fotografico, Adolfo Denci utilizzò gli strumenti e la competenza tecnica che possedeva per compiere, alla luce del sole, un’operazione culturale di vasto respiro destinata a durare nel tempo e a costituire un documento prezioso. Non c’era manifestazione popolare che non lo vedesse all’opera: dalla festa religiosa alla celebrazione istituzionale collettiva, dai tradizionali lavori di campagna alle faccende rurali o domestiche nei vicoli, nelle cantine, nei frantoi, nelle stalle, nei lavatoi. Non c’era attraente angolo di paese che non gli suscitasse una sentita partecipazione e non lo inducesse a ritrarlo. Né inaugurazione d’opera pubblica, edificio, strada, ponte, che lo lasciasse indifferente. E poi i luoghi (Pitigliano, Sorano, Sovana, Manciano, Saturnia, Orbetello); le comunità, le famiglie, i maggiorenti, gli alunni delle scuole: tutti in posa davanti al suo obbiettivo per una foto ricordo; e le folle stipate nelle piazze in occasione dei raduni politici e delle solenni ricorrenze religiose. Brulicare di corpi e di volti, riconoscibili fino alle propaggini estreme degli assembramenti, per un’abilità fotografica portentosa. Nutriva la sua attività di passione artistica ma anche di attenzione civile e sociale. Era fortemente attratto dalle atmosfere pittoresche. Quelle in cui l’uomo interagiva con i propri simili negli spazi urbani e rurali, ripetendo gli ancestrali gesti della quotidianità campagnola; e le imprigionava nella lastra sensibile con la loro struggente poesia per tramandarle ai posteri, renderle perenni.

Sono immagini permeate da uno straordinario realismo e soffuse di malinconica poesia, che ci restituiscono un mondo perduto, facendo rivivere ai vecchi, emozioni dimenticate e rivelando alle nuove generazioni l’essenza più genuina e profonda della Maremma.

Era probabilmente consapevole, l’infaticabile “Adolfino” che in un futuro non lontano, i costumi, le abitudini, i modi di vivere, di lavorare, di socializzare degli uomini, non sarebbero più stati gli stessi, perché il progresso li avrebbe mutati, se non cancellati; e riteneva dunque che fosse necessario serbarne una testimonianza eloquente.

Facendo tesoro degli ottimi rapporti intrattenuti con gli umili compaesani i tempi di posa si tramutavamo in momenti di collaborazione paziente. Anche nei soggetti in movimento ci ha lasciato immagini così disinvolte, limpide, realistiche, da superare la perfezione degli scatti istantanei, a riprova della sua maestria, grazie alla quale non è secondo a nessuno tra i fotografi del suo tempo e quelli più celebrati d’oggigiorno.

“La sua opera è indispensabile per la migliore comprensione delle condizioni sociali e ambientali che caratterizzavano le valli dei fiumi Albegna e Fiora nel primo quarantennio del Novecento – afferma Alfio Cavoli -. Lo è a tal punto che saremmo costretti a lamentare una grave perdita della memoria storica se non fossimo in possesso della sua vasta produzione fotografica pervenuta fino a noi grazie all’abnegazione del pronipote Ildebrando Denci, rigoroso custode dell’archivio fotografico di Adolfo. Durante il bombardamento del 17 Giugno 1944 “Adolfino” rimase schiacciato sotto le macerie dell’edificio del Monte dei Paschi di Siena centrato in pieno e distrutto; aveva 63 anni. Con lui se ne andò una passione artistica che chissà quante altre splendide immagini avrebbe potuto regalare di Pitigliano e della Maremma”.

IL NOVECENTO ITALIANO SECONDO ADOLFO DENCI

dal 4 agosto al 3 settembre

a STRADE BIANCHE, Via Zuccarelli, 25 Pitigliano (GR)

info: stradebianchelibri@gmail.com – 0564.615317

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