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ribolla miniera

“Il villaggio il lavoro la tragedia”: a Ribolla Polvani presenta il suo ultimo libro

04/05/17

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: Ribolla Ribolla, GR, Italia

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RIBOLLA – Domani 4 maggio alle ore 16 presso l’ex cinema a Ribolla nell’ambito delle iniziative “Ribolla la miniera a memoria” per il 63° anniversario della tragedia  verrà presentato il volume “Ribolla: il villaggio il lavoro la tragedia” a cura di Silvano Polvani edito da Effigi di Mario Papalini.

Saranno presenti Francesco Limatola sindaco di Roccastrada, Claudio Renzetti segretario della CGIL, Lorenzo Centenari segretario dello SPI Cgil e l’autore Silvano Polvani.

Alcuni brani tratti dal libro di Polvani: 

IL VILLAGGIO

“Agli inizi degli anni ‘50, nel piccolo Villaggio minerario di Ribolla tutto apparteneva alla Società Montecatini. Erano di sua proprietà le case, le strade, l’acquedotto, la Chiesa, l’Ambulatorio, il Dopolavoro (il locale così chiamato con il Bar e la sala del Cinema ), la Scuola, la squadra di Calcio e naturalmente la Miniera. Erano di sua proprietà, nel senso che risultavano al suo esclusivo servizio, anche il Medico di fabbrica, il Maresciallo dei Carabinieri ed il Parroco. Anche l’aria che respiriamo è di proprietà della Montecatini.- Dicevano gli abitanti del Villaggio, come oppressi da questa condizione.
I minatori, che non volevano essere compresi nell’elenco delle cose possedute della Società, erano in perenne conflitto con i padroni della Miniera.

Le poche abitazioni del Villaggio, dove abitavano i minatori e le loro famiglie, erano state ricavate usando le vecchie costruzioni ed i capannoni che la società Mineraria non utilizzava più. Costruzioni basse, appiattite: due stanze, camera e cucina, senza gabinetto che, quando c’era, era collocato all’esterno in condominio fra due o più famiglie, spesso numerose. Famiglie povere, ma dignitose, come sono tutte le persone che vivono onestamente del proprio lavoro: l’umiltà e la fierezza di chi è abituato al sacrificio giornaliero per migliorare la propria esistenza.

La Casa del Popolo, poi chiamata “ Circolo “ era frequentata, per la maggior parte, dai minatori rossi, quasi tutti comunisti, socialisti e qualche repubblicano, per la maggior parte iscritti alla CGIL. Tutti contro la Società Montecatini, pronti a scioperare se il Sindacato Minatori lo chiedeva.

Mentre invece il Dopolavoro era il ritrovo di chi stava dalla parte della Montecatini: impiegati, i minatori democristiani, qualche socialista, ruffiani e crumiri (chi non aderiva agli scioperi) e tutti coloro che cercavano lavoro”.

Da “Ribolla una volta era un villaggio minerario” scritto da Erino Pippi

IL LAVORO

“Mio Dio la miniera! Ma che cosa era la miniera mi stai chiedendo?

Un terreno fangoso e cosparso di pietre ti accoglieva, scale con gradini alti e disuguali, instabili e pericolosi ti conducevano sempre più giù nel ventre della terra, in un labirinto di gallerie, dove ruscelli di pantano scorrevano lenti, dove dalle volte goccioloni d’acqua cadevano sulle vesti e sul corpo di quanti attraversavano quei gironi infernali. Caldo e freddo assieme, correnti d’aria gelata si liberavano dalle ventole poste in alto per il ricambio dell’aria. Un rombo incessante e assordante attraversava le gallerie, si udivano lontano urla di minatori che si chiamavano, gridavano i propri nomi per sentirsi vicini e farsi coraggio nella loro opera quotidiana. Più scendevi e più l’aria diventava grave, pesante e calda, un denso vapore che saliva dal basso inondava le gallerie, si fermava sulle vesti e sul corpo, sulla persona tutta, il caldo sempre più pressante sembrava opprimerti e stringerti in un’ angoscia devastante, che mischiata ad una nauseante puzza di muffa e alle esalazioni rendeva faticoso lo stesso respiro. Alcuni nel loro lavoro per far fronte al caldo soffocante scoprivano le braccia e altre parti del corpo dove un sudore abbondante correva lungo le loro carni arrossate, piene di lividi e ricoperte di fango, le mani callose e alterate dallo sforzo facevano fatica a stringersi, e gli occhi apparivano smorti e affondati nelle cavità privi di ogni espressione persi nelle nebbie della miniera, sorretti solo dalla tenue luce del lume a carburo la cui fiamma ondeggiava al correre delle correnti d’aria fredda che si sprigionavano fra i cunicoli e i passaggi sotterranei, fra i tunnel e le gallerie.

Otto ore al giorno di duro lavoro, in questo ambiente dannoso, buio e mortificante, fra il rumore senza tregua dei macchinari, il frastuono delle acque, otto ore di sudore mischiato a polvere che ti si appiccicava, dove il caldo del corpo era sottoposto a improvvise correnti gelide che ti raggelavano il sangue, ti facevano scricchiolare le ossa, ti oscuravano la mente, otto ore nel pericolo costante che una sciagura potesse capitarti e prendere la tua vita”.

Da “Com’era rossa la mia terra” di Silvano Polvani

LA TRAGEDIA

il 1954 è l’anno della tragedia di Ribolla: un fremito di orrore percorse tutta l’Italia al giungere della notizia. Su tutti i giornali apparvero i titoli delle grandi occasioni accompagnati da fotofrafie che riprendevano scene strazianti, minatori delle squadre di soccorso, sporchi di fango e con il volto annerito dalla polvere che risalivano su, sfiniti e semiasfissiati dai gas, dai pozzi della morte. Ci volle un disastro perchè la miniera di carbone e il villaggio di Ribolla fossero degni di attenzione.

La grave tragedia di Ribolla segnerà e rimarrà nel sentimento della gente come il momento più alto del dolore e della commozione.

A 63 anni da quella tragica vicenda il ricordo non solo è ancora presente ma è vivo fra la gente e le Istituzioni.

La CGIL nazionale, all’indomani di quella terribile e luttuosa giornata avviò una sua inchiesta. In data 3 giugno 1954 diede alla stampa sotto il titolo “Le responsabilità della Montecatini nel disastro minerario di Ribolla” un opuscolo nel quale analizzava le cause e ne individuava le responsabilità. La commissione di inchiesta della CGIL fu disposta dalla segreteria nazionale che aveva in Giuseppe Di Vittorio il suo segretario generale. Giuseppe Di Vittorio, a cui toccò tenere l’orazione funebre, tenne un discorso rivolto ai parenti e agli amici dei caduti e lo fece con accenti forti e di denuncia tanto che da allora la sicurezza nei luoghi di lavoro assunse il valore che gli spettava. “ E voi, spose, madri, figli e fratelli delle vittime, voi avete ragione di piangere i vostri cari caduti così tragicamente. Con voi piangono tutti i lavoratori e tutto il popolo. Ma il vostro pianto non sarà sterile. Su queste bare noi vogliamo fare un giuramento, di essere sempre più uniti e più forti, affinché tutti insieme si imponga il rispetto di quelle misure sindacali, legali e umane che garantiscano la serena esistenza dei lavoratori.”

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