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Don Enzo Capitani: «Da quarant’anni si parla di adeguare il carcere, ora servono fatti»

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Don Enzo Capitani: «Da quarant’anni si parla di adeguare il carcere, ora servono fatti»
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GROSSETO – «Occorre andare oltre il silenzio». È questo il messaggio al centro della lettera aperta che don Enzo Capitani, cappellano della Casa circondariale di Grosseto, ha inviato ai rappresentanti istituzionali e politici del territorio.

Una lettera indirizzata ai parlamentari, ai consiglieri regionali eletti nel territorio, all’assessore regionale Leonardo Marras, al presidente della Provincia, ai sindaci della provincia di Grosseto, al presidente del Consiglio comunale di Grosseto e ai consiglieri comunali e provinciali.

Il cappellano, che da circa quarant’anni segue la realtà carceraria grossetana, richiama l’attenzione sulle condizioni dell’istituto e sulla necessità di superare quello che definisce il «silenzio dell’indifferenza».

Ecco il testo integrale della sua lettera:

«Oltre il silenzio

C’è un luogo fisico nel centro di Grosseto che si trova a breve distanza dalle principali sedi istituzionali della comunità cittadina e provinciale: sono tutte distanti da questo luogo poche centinaia di metri, eppure paiono essere a migliaia e migliaia di chilometri di distanza e soprattutto lontani dalla vita cittadina.

Questo luogo è il carcere.

Io dico che occorre andare oltre il silenzio perché l’atmosfera che lo circonda è il silenzio dell’indifferenza, rotta solo quando ci sono manifestazioni come le campagne elettorali, le feste di Natale e Pasqua e talvolta qualche visita istituzionale.

Penso e affermo queste cose consapevole di non essere strumentalizzato, perché siamo ben lontani dalle elezioni e dal Natale. Occorre rompere il silenzio dell’indifferenza e l’unico modo per poterlo fare è passare dalle parole e dalle promesse di vicinanza e buonismo ai fatti concreti. Per esempio, quelle poche persone che si accorgono dell’esistenza del carcere mi chiedono se questa struttura non possa essere adeguata ai tempi.

Io rispondo di sì, che deve essere adeguata, ma che purtroppo se ne parla da almeno quarant’anni, tanto è infatti il tempo che ne sono il cappellano. Sembra come aleggiare una cappa di silenzio sopra a quell’antica fortezza che è il carcere di Grosseto. Sento i nostri concittadini parlare nei bar, nelle vie del centro, delle proprie ansie riguardo alla sicurezza sociale e alla possibile soluzione del problema con un aumento della videosorveglianza. Nessuno pensa che la sicurezza nella nostra città non dipende, se non marginalmente, dagli strumenti di controllo, ma dal progetto educativo e formativo che può essere svolto nel carcere. Se non si stanziano fondi e non si mettono in campo progetti qualificati per favorire percorsi di recupero culturale e lavorativo all’interno del luogo di detenzione, non ci sarà mai il cambiamento di una vita, perché a tutti capita di sbagliare in modo più o meno grave, ma a tutti va riconosciuto il beneficio della cosiddetta seconda opportunità.

Se non si opera secondo questa linea, le carceri saranno sempre più luoghi dove il degrado della dignità umana raggiunge il suo apice e ha come conseguenza la violenza a partire da quella autolesionista. Avere consapevolezza, e di conseguenza agire con coscienza, significa operare in maniera concreta e preventiva sulla sicurezza dell’intera collettività cittadina. Che sia così lo testimoniano tutte le realtà carcerarie, purtroppo pochissime, in cui la rieducazione della persona passa attraverso la ricostruzione personale di chi ha commesso il reato con opportunità concrete di lavoro e formazione, che stimolano il cambiamento.

Per fare questo occorre aver chiaro cosa sia la prevenzione. Prevenzione significa intuire il futuro ma seminare nel presente frammenti di quel futuro stesso. Nel nostro carcere cittadino il peso di tutto questo lo sostengono il personale di polizia penitenziaria, sempre all’altezza della propria professionalità; la direzione tutta; il personale educativo e sanitario. A loro va la nostra riconoscenza.

Quindi mi aspetto un impegno fattivo per la costruzione di un nuovo istituto penitenziario e di un interesse concreto al reinserimento delle persone nel contesto della nostra città, ricordando che la civiltà di una comunità si misura per come è capace di neutralizzare i germi dell’odio e della vendetta. Per favore, non facciamo fare alla possibilità di avere un nuovo carcere la stessa fine che sta facendo l’adeguamento dell’Aurelia.

Buon lavoro a tutti, a servizio delle nostre comunità».

Redazione
24 Agosto 2026 alle 15:10
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