
Ci siamo di nuovo: anche quest’anno la Maremma si prepara alla sua stagione con quel misto di attesa e pressione che conosciamo bene. Le prenotazioni iniziano a consolidarsi, le strutture riaprono, i locali tornano a riempirsi e in pochi giorni si passa da mesi di quiete a un’intensità che, per molti, significa concentrare lavoro, fatturato e aspettative in un tempo estremamente limitato. È sempre stato così e, da un certo punto di vista, è anche normale che ogni operatore pensi prima di tutto a far funzionare questi mesi e a far tornare i conti. Ognuno fa il proprio interesse, ed è giusto che sia così. Proprio partendo da questa evidenza, però, oggi diventa inevitabile farsi una domanda un po’ più scomoda: è ancora sufficiente?
Con ogni probabilità, sopratutto nei momenti di picco, la stagione funzionerà ancora, ma questo modello quanto riesce ancora – o non riesce più – a costruire nel medio periodo? Se un territorio basa la propria economia su tre mesi di attività intensa e nove mesi di sostanziale rallentamento, non sta costruendo un sistema economico solido, ma sta soltanto gestendo un sistema per inerzia.
Nel frattempo, il contesto intorno è cambiato in modo radicale: oggi chi sceglie una destinazione ragiona in modo globale. La Maremma non viene più valutata solo rispetto a un’altra località italiana, ma entra in competizione, nella testa delle persone, con un’offerta molto più ampia, che comprende mete internazionali, spesso percepite come più accessibili di quanto si pensi. Anche in una fase complessa dal punto di vista geopolitico, con tensioni come quelle che riguardano lo Stretto di Hormuz, il risultato non cambia: per una parte crescente di pubblico, andare lontano non è più un’eccezione, ma una possibilità concreta. E in alcuni casi, al di là dei numeri reali, viene percepito come un’alternativa non necessariamente più costosa, ma più “forte” e più memorabile.
Se il cliente inizia anche solo a pensare che con una spesa simile può vivere un’esperienza percepita come più ricca o più unica, allora il tema non è più il prezzo, ma il valore. E il valore non si costruisce nei tre mesi di alta stagione, quando la domanda è già presente e il riempimento avviene quasi per inerzia. Il valore si costruisce nel tempo, con continuità, con un’offerta chiara, con un’identità che non dipende esclusivamente dal periodo.
Insomma il modello attuale mostra tutte le sue fragilità più evidenti: concentrare tutto in un arco temporale così ristretto significa comprimere non solo il lavoro, ma anche la possibilità di strutturarsi, di investire e di pianificare. Significa vivere in una logica di rincorsa continua e soprattutto significa non riuscire a costruire uno degli elementi più importanti per qualsiasi sistema economico: il lavoro buono.
Il tema del personale, ormai, è diventato centrale e ricorrente. Ogni anno si ripete lo stesso scenario: difficoltà a trovare persone, difficoltà a trattenerle, difficoltà a garantire livelli di qualità costanti. Ma ridurre tutto a un problema di “mancanza di personale” rischia di essere una semplificazione che non aiuta a capire davvero cosa sta succedendo, perché il mercato del lavoro, esattamente come quello turistico, è cambiato. Le persone non cercano più solo un’opportunità temporanea, ma condizioni che abbiano un minimo di continuità, di prospettiva, di sostenibilità nel tempo. Un lavoro concentrato in tre mesi, per quanto intenso e magari anche ben remunerato nel breve, difficilmente può rispondere a queste esigenze.
Da questo punto di vista, la questione non è tanto se si trova o meno personale, ma che tipo di lavoro stiamo offrendo e, di conseguenza, che tipo di sistema stiamo costruendo. Senza continuità è difficile parlare di crescita, costruire competenze e creare relazioni di lungo periodo tra imprese e lavoratori. Insomma senza lavoro buono, anche il sistema turistico, nel medio periodo, si indebolisce.
La tanto declamata destagionalizzazione non deve essere solo uno slogan, ma diventare una leva strategica. Non nel senso più superficiale del termine, come semplice allungamento della stagione o apertura prolungata, ma come ripensamento complessivo dell’offerta. Destagionalizzare significa riconoscere che i mesi fuori stagione non sono una versione ridotta dell’estate, ma un contesto diverso, con dinamiche, pubblici e aspettative differenti. Significa individuare chi può essere interessato a vivere la Maremma in quei periodi e costruire proposte coerenti, credibili, sostenibili.
È evidente che questo passaggio comporta dei rischi, richiede investimenti, richiede tempo, richiede la disponibilità a uscire da una zona di relativa sicurezza rappresentata dalla stagione estiva. È perfettamente comprensibile che molti operatori preferiscano concentrarsi su ciò che è certo, su ciò che funziona oggi, rimandando il resto a un momento successivo.
Il tema diventa inevitabilmente imprenditoriale: non si tratta di mettere in discussione ciò che funziona, ma di capire se è sufficiente per affrontare un mercato che sta cambiando. Difendere un modello che garantisce risultati nel breve può essere una scelta apparentemente razionale, ma non necessariamente una scelta lungimirante.
La Maremma ha caratteristiche che potrebbero favorire un percorso diverso e più solido: un territorio riconoscibile, una qualità della vita elevata, un’identità che, fuori stagione, diventa ancora più autentica.
La sfida per il futuro non è continuare a riempire agosto, ma costruire continuità. Non è inseguire il prezzo, ma rafforzare il valore. Non è trovare personale all’ultimo momento, ma creare condizioni di lavoro che rendano questo territorio una scelta stabile e non temporanea. E questo non accade per caso, né per inerzia, ma solo attraverso decisioni che, almeno all’inizio, possono sembrare controintuitive o rischiose.
Continuare a fare bene la stagione è necessario, ma non sufficiente. Perché il rischio più grande, oggi, non è che l’estate vada male, ma che continui ad andare abbastanza bene da non sentire l’urgenza di cambiare nulla. In questa apparente normalità si nasconde la fragilità più grande: un sistema che non evolve mentre tutto intorno cambia, prima o poi, si trova a collassare.
Marketing Antipatico
In questa rubrica parliamo di come l’innovazione può prendere forma in modi inaspettati, scoprendo le storie e le persone che la rendono possibile. Perché innovare non è solo un compito per le grandi multinazionali: è qualcosa che può partire da chiunque, anche dal tuo angolo di mondo. Restate sintonizzati, e chi lo sa? Magari la prossima grande idea potrebbe arrivare proprio da voi. Hai qualche riflessione da condividere? Scrivimi a [email protected]
Marco Gasparri
Marco Gasparri, 50 anni, è il Managing Director di Studio Kalimero. Formatosi nel settore del marketing, dalla fine degli anni Novanta si dedica con successo a costruire percorsi per dare valore alle imprese e può contare su un’esperienza con centinaia di aziende nel pubblico e nel privato. Creativo, poliedrico e razionale, ha collaborato con agenzie nazionali, ha lavorato in Toscana e in Italia e ha dato vita nel 2000 a Studio Kalimero, riuscendo sempre ad anticipare le istanze economiche della società e a creare servizi e prodotti adatti al mercato.
Formatore, spin doctor, consulente politico, marketing strategist, esperto in tecniche di comunicazione, business coach ha firmato numerosissime campagne di successo: Marco Gasparri è tra i professionisti più accreditati nel campo della promozione non solo in Toscana.