
GROSSETO – «Al di là della soddisfazione per il risultato del referendum costituzionale sul quale la Cgil ha spesso un grande impegno fra le tante letture del voto che si possono dare ce n’è una che merita più attenzione, relativa al voto espresso dalla cosiddetta generazione Z: i nati tra il 1995 e il 2008 che per due terzi hanno dato la propria preferenza al NO sulla scheda referendaria. Ragazze e ragazzi che nella grande maggioranza dei casi hanno abbandonato l’astensionismo per partecipare al voto». Così inizia la riflessione della segretaria della Cgil grossetana, Monica Pagni relativa alle necessità dei giovani.
«Un dato rilevato da analisti elettorali e istituti di ricerca sociologica – prosegue Pagni -, al quale merita provare a dare un’interpretazione. Soprattutto in una realtà come la nostra, che ha un indice di natalità bassissimo, 1,1 figli per donna fertile, un tasso di crescita demografica negativo nonostante il saldo migratorio positivo, e ha perso 10.000 giovani in dieci anni, con il peggior indice della Toscana rispetto ai giovani Neet (ragazzi/e che non lavorano, non studiano né fanno formazione professionale)».
Cosa ha spinto una bella fetta della generazione dai 18 ai 34 anni a partecipare al referendum costituzionale votando NO, dopo che per anni non hanno partecipato alla vita politica del paese?
«La risposta che la Cgil si è data – continua la segretaria della Camera del lavoro – è che nel referendum hanno intravisto la possibilità di dire la loro su un tema trasversale come i diritti costituzionali. In questo caso il diritto ad avere una magistratura indipendente dal potere politico. È probabile che il focus sull’equilibrio fra i poteri dello Stato – aggiunge – richiami l’attenzione ai diritti che oggi ai giovani sono negati: il diritto a un lavoro gratificante in termini economici e motivazionali. Il diritto alla casa. Alla fruizione dei diritti civili. Anche la rivendicazione al diritto a votare da fuorisede, sia in veste di studenti che di lavoratori. Così come non sembra difficile cogliere nel voto referendario un’opposizione forte alla logica della guerra e all’autoritarismo. In poche parole, la rivendicazione del diritto ad avere un futuro. Che assomiglia molto anche al rigetto esplicito del populismo, in nome di un approccio ai problemi del nostro tempo più sobrio e basato sulle competenze».
«D’altra parte, la generazione Z, più di ogni altra, si è avvicinata ai temi in senso lato ‘politici’ non con la classica militanza partitica. Ma formandosi un’opinione attraverso la mobilitazione su temi ambientali, opposizione alla guerra, parità di genere, diritto allo studio, inclusione e antirazzismo. Invece di provare a mettere il cappello sul voto di queste ragazze e ragazzi, quindi – ammonisce Pagni – la politica dovrebbe darsi l’obiettivo di offrire loro risposte concrete ai bisogni che esprimono. Sul piano nazionale come su quello locale, perché in entrambi i casi la divaricazione tra la loro sensibilità e le scelte di chi governa appare eclatante».
«La Cgil, dal proprio osservatorio privilegiato sul mondo del lavoro, constata soprattutto la mancanza di attenzione e di idee sulle risposte da dare al problema della disoccupazione giovanile – prosegue Pagni -. Nella nostra realtà ancora particolarmente alta, con un’offerta di lavoro caratterizzata da precariato, bassa specializzazione e retribuzioni inadeguate a costruirci un futuro stabile. A partire dall’impossibilità di mettere su casa. Un contesto pesante che incentiva l’esodo verso territori economicamente più dinamici di chi può spendere titoli di studio e competenze qualificate per ambire ad un lavoro migliore. E costringe chi rimane in Maremma a vivere in casa coi propri genitori, nell’impossibilità di sostenere un affitto».
«La saltuarietà e l’incertezza della carriera lavorativa che obbliga tanti giovani a piegarsi agli affitti in nero perché più economici, mantenendo la residenza presso i propri genitori, inoltre, è alla base del sopruso che hanno subito anche in questo referendum. Al quale in troppi non hanno potuto partecipare col proprio voto perché troppo costoso tornare a casa dalle università dove studiavano, o dai luoghi dove avevano trovato un’occupazione adeguata. Questi problemi sono particolarmente radicati nella nostra realtà provinciale, ma nel dibattito politico locale continuano a risultare assenti. Con la Cgil e pochissime altre voci che da anni continuano a sollecitare scelte coerenti con nuovi modelli di sviluppo economico, in grado di trattenere e magari attrarre le giovani generazioni che si affacciano al mondo del lavoro. L’auspicio, questa volta – conclude Pagni – e che il voto referendario apra finalmente gli occhi anche a chi finora non ha voluto vedere».