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Politica

Raccolta firme per la legge per la Remigrazione: «Rimpatriare chi commette reati e anche chi è regolare. Se ci impediscono di raccoglierle ci difenderemo»

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Raccolta firme per la legge per la Remigrazione: «Rimpatriare chi commette reati e anche chi è regolare. Se ci impediscono di raccoglierle ci difenderemo»
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GROSSETO – Partita anche a Grosseto la campagna di raccolta firme del “Comitato remigrazione e riconquista” a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per il rimpatrio della popolazione straniera residente in Italia.

La raccolta, che a quanto affermato dagli organizzatori ha raggiunto, a livello nazionale, 115mila firme, è stata presentata questa mattina dal consigliere comunale della Lega Gino Tornusciolo e da Luca Marsella, presidente del Comitato, esponenti di Casa Pound.

La proposta di legge

«La nostra proposta di legge – afferma Gino Tornusciolo – affronta una tematica attuale per Italia ed Europa: l’immigrazione selvaggia distrugge le nostre nazioni, e noi vogliamo dare una risposta seria e concreta, anche perché il tema dell’immigrazione abbraccia quasi tutti gli argomenti che portiamo in consiglio comunale».

«Nelle carceri ci sono oltre 17mila stranieri che costano 150 euro al giorno a testa: sono risorse economiche che potrebbero rappresentare una manovra. Ad oggi l’immigrazione incontrollata è un problema reale del paese. Un problema talmente sentito che nel giuro di 24 ore da quando è stata lanciata, la raccolta ha già raggiunto il quorum necessario».

Quello che lascia perplessi è che un Parlamento (che è l’organismo che le leggi le fa) di centrodestra abbia bisogno di una raccolta firme per una legge che, volendo, può già fare se lo ritiene opportuno.

Gestione fallimentare dell’immigrazione

«Noi crediamo che oggi sia necessaria una proposta forte e radicale contro il degrado che si respira nelle nostre città – afferma Luca Marsella – e la causa è la gestione fallimentare dell’immigrazione. Anche al Governo chiediamo di più: il decreto flussi apre le porte a 500mila immigrati in tre anni e non va bene. Tra l’altro la remigrazione non ha nulla a che fare con la deportazione, non va criminalizzata, non abbiamo in mente scene tipo quelle americane».

«A chi ci dice che gli immigrati sono una risorsa, che fanno lavori che non si fanno più, rispondiamo che il problema sono gli stipendi, non i lavori: gli stipendi che propongono, gli italiani non possono accettarli».

In realtà spesso gli immigrati si ritrovano a fare lavori come la badante, la raccolta dei pomodori e in generale lavori in agricoltura che difficilmente un italiano farebbe, anche se pagato da contratto nazionale, visto che è difficile trovare chi faccia lavori ben meno usuranti.

Poi Marsella continua: «Vogliamo remigrare chi commette reati (che li scontino a casa loro) e anche chi è regolare, con rimpatri non in stile Ice, ma volontari, con incentivi a chi sceglie di tornare nel proprio paese d’origine; vogliamo rafforzare il sistema legislativo sui rimpatri che spesso vengono impediti dalla magistratura politicizzata, vogliamo che vengano fatte nuove leggi, intervenire su ricongiungimenti familiari che non devono essere fatti in Italia: si ricongiungano nel loro paese. Crediamo che nel lungo periodo questo comporterà un risparmio: si spende per l’accoglienza, si spende per mantenere i migranti, poi ci sono i soldi che vanno alle Ong, vogliamo interrompere tutto questo».

L’identità nazionale

«E poi c’è un problema di identità nazionale: perdiamo circa 200mila italiani l’anno. Noi combattiamo per il futuro dei nostri figli: l’Italia non è un porto per tutti». E per quanto riguarda il costo,sicuramente molto sostenuto, di un’operazione di questo tipo, secondo il comitato, «per iniziare servirà un miliardo di euro che si troverà tagliando i fondi per l’accoglienza. Ne nascerà un risparmio che andrà per i fondi sulla natalità».

«Noi non siamo contro le persone che hanno bisogno d’aiuto immediato, il problema non sono le mille persone che hanno bisogno d’aiuto ma i clandestini. Accogliamo i nord africani che rimandiamo a casa e poi ritornano. Orde di clandestini, e ci dimentichiamo di gente come quelli della Birmania».

La raccolta firme

«Vogliamo essere chiari: se ai nostri gazebo ci impediranno di raccogliere le firme noi ci difenderemo, e invito tutti a prendere un tricolore e scendere in piazza con noi. È in ballo il futuro della nostra nazione, un futuro che noi vogliamo riprenderci perché, ripeto, abbiamo tutto il dovere di insegnare ai nostri figli il coraggio, abbiamo tutto il dovere di far rispettare una cosa che per noi è un principio sacro, che è la nostra libertà» conclude Marsella.

Domande e risposte

D. Voi siete certi che questa operazione sia economicamente sostenibile? Il taglio di alcuni “costi” non è automatico. Non è che se una persona costa 150 euro al giorno in carcere, se non è in carcere quel costo diventa totalmente nullo: ci sono dei costi fissi in quel genere di strutture. Le persone che arrivano (e continueranno ad arrivare) vanno smistate, identificate (quantomeno per sapere in che paese rimandarle) nel frattempo vanno ospitate e poi, eventualmente, rimandate indietro, ma il costo della struttura in cui arrivano resta. Quindi a me sembra un’operazione estremamente costosa. E mi chiedo se ci sia davvero la copertura per un’operazione di questo genere, perché non è vero che tutti i costi siano solo spese: c’è gente che è qui e non grava sul sistema sanitario, c’è gente che lavora regolarmente, paga i contributi, e quei contributi vanno a sostenere il sistema sanitario, il sistema scolastico e altri servizi. Non si può pensare che ogni straniero rappresenti solo un costo per questo Paese. Avete calcolato se questa operazione sia economicamente sostenibile davvero?

R. È vero che l’immigrato regolare lavora e paga i contributi, ma è anche vero che nel decreto Flussi si dice che gli immigrati sono manodopera necessaria per determinati tipi di lavoro. Tuttavia, gli italiani non svolgono quei lavori perché gli immigrati vengono sottopagati. Noi non accettiamo queste logiche di Confindustria, non accettiamo l’idea che all’Italia serva manodopera a basso costo: la manodopera c’è, basta pagare stipendi dignitosi.

Qui la questione è a monte: servono controlli. Intanto è necessario dare un messaggio chiaro: l’Italia non è più un porto per tutti. Se riusciamo a limitare gli ingressi avremo già un enorme abbattimento dei costi dell’immigrazione, e questo lo dimostrano i dati. Basta guardare i dati di quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno: gli sbarchi erano quasi azzerati. Oggi basta consultare il sito del Ministero dell’Interno per vedere che i numeri sono chiari. Quando Salvini ha gestito il Ministero, al netto delle critiche, l’immigrazione era stata fermata. Se oggi riuscissimo a fare lo stesso, abbatteremmo automaticamente anche quei costi.

I costi per la sicurezza degli italiani sono reali. Dove trovare le risorse? Abbiamo il dovere di difendere la nostra nazione e i nostri cittadini. I fondi si possono recuperare dal Pnrr o da risorse investite altrove. Anche se si tratta di costi iniziali importanti, poi ci sarebbe un ritorno.

D. Voi sapete che ci sono Paesi che non li riprendono, lo sapete anche voi. Come pensate di fare in quel caso se non possiamo remigrarli perché non li accettano?

R. Sono Paesi che non dovrebbero proprio mandarceli. Non possiamo rimandarli perché li facciamo arrivare. Il punto è questo: come mai in Australia non arrivano? Come mai in Russia non arrivano? Come mai in Ungheria non arrivano? In Italia, in Spagna e in Europa arrivano perché c’è una politica diversa, una visione diversa dell’immigrazione. Dobbiamo invertire questa tendenza. Non è solo un problema di costi: il problema va risolto alla radice. L’Italia non è più un porto per tutti.

Anche i costi per le forze dell’ordine sono legati all’immigrazione irregolare, perché una parte della microcriminalità è commessa da immigrati irregolari. I fondi si possono trovare tagliando quelli oggi destinati all’accoglienza. A lungo termine, la remigrazione porterebbe un risparmio per le casse dello Stato, che nella nostra proposta di legge verrebbe destinato a un Fondo nazionale per la natalità.

D. Se comunque 200 mila italiani si perdono ogni anno come dite voi non è che mandando a casa gli stranieri avremo più nascite.

R. Lo Stato può fare politiche per incentivare la natalità.

D. Può farlo, ma non viene fatto. È compito del Parlamento cambiare le leggi: possono farlo anche ora.

R. Noi vogliamo farlo. Non dico che sia solo colpa della magistratura, ma è innegabile che esista anche una magistratura politicizzata che sull’immigrazione interviene con decisioni di natura politica.

D. C’è anche un aspetto umanitario: ad esempio i Medevac con cui vengono evacuate persone in condizioni critiche. Come si inseriscono in questo discorso?

R. Continueremo a riconoscere lo status di rifugiato politico e a consentire un’immigrazione controllata, ma devono esserci soglie e limiti. L’Italia è sempre stata in prima linea nei casi umanitari, come i Medevac. Non abbiamo mai avuto problemi ad assistere chi ha bisogno di cure urgenti.

Il problema è un altro: abbiamo creato un sistema che accoglie chi non ha reali esigenze, mentre trascuriamo chi ne avrebbe davvero bisogno. Accogliamo persone che arrivano attraverso canali irregolari, spesso trasportate da trafficanti di esseri umani. Non contestiamo il lavoro della Croce Rossa, che interviene per salvare vite, ma critichiamo alcune Ong che, a nostro avviso, favoriscono un sistema distorto.

Barbara Farnetani
20 Febbraio 2026 alle 17:20
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