
Il borseggio, per molto tempo, è stato una pratica quasi codificata, riconoscibile, perfino raccontabile. Non certo giustificabile, ma comprensibile nella sua dinamica. Mano veloce, folla compatta, un attimo di distrazione, una spinta che sembrava casuale e il portafogli che spariva senza che nessuno se ne accorgesse subito. Era un furto fisico, concreto, con una scena precisa e un colpevole immaginabile. Succedeva nelle grandi città, nelle stazioni, nei luoghi affollati, e chi viveva nei centri più piccoli aveva la rassicurante convinzione che certe cose “da metropoli” lì non potessero attecchire davvero. Oggi quella sicurezza si è incrinata, non perché il borseggio sia diventato più diffuso, ma perché è cambiato il modo in cui viene raccontato e percepito.
Negli ultimi mesi il tema del cosiddetto borseggio tecnologico ha iniziato a circolare anche nelle cronache locali, nei gruppi social di paese, nei messaggi che girano su WhatsApp con il tono urgente di chi vuole mettere in guardia amici e parenti. Non si parla più di tasche aperte o di portafogli sfilati, ma di soldi che spariscono senza contatto, di carte svuotate mentre si è semplicemente passati accanto a qualcuno, di dispositivi collegati a Internet che sfruttano l’RFID o il contactless per portare via denaro in modo invisibile. È un racconto che fa presa perché non ha bisogno di una scena riconoscibile, non richiede distrazione o ingenuità apparente e soprattutto non distingue più tra centro e periferia, tra grande città e provincia. Se basta passare accanto a qualcuno, allora può succedere ovunque, anche sotto casa.
È qui che la narrazione diventa più potente della realtà. Perché alcuni casi di frode esistono davvero, ma sono spesso difficili da ricostruire con precisione e finiscono per essere raccontati in modo semplificato, confondendo clonazioni, utilizzi successivi delle carte, truffe online e pagamenti contactless in un’unica categoria indistinta. Tutto diventa “RFID”, tutto diventa furto tecnologico, tutto assume la forma di qualcosa che non si vede e non si capisce. E quando non si capisce cosa è successo, la spiegazione più inquietante è anche quella che attecchisce meglio.
Nelle realtà locali questo meccanismo è ancora più evidente. Nei piccoli centri, dove ci si conosce, dove il senso di controllo sociale è più forte, l’idea di un furto invisibile genera un allarme che va oltre il danno economico. Mette in discussione la fiducia nello spazio quotidiano, nei luoghi familiari, nelle abitudini consolidate. Se non posso più fidarmi nemmeno del fatto che nessuno mi tocchi, allora significa che il problema non è fuori, ma ovunque. È un salto percettivo enorme, che trasforma un fenomeno limitato in una sensazione diffusa di vulnerabilità.
In questo clima, mentre cresce la paura per la carta nel portafogli, cresce parallelamente una narrazione rassicurante che propone una soluzione già pronta. Il telefono diventa il nuovo spazio sicuro, il luogo del controllo, della consapevolezza, della protezione attiva. Pagare con lo smartphone viene raccontato come un gesto più intelligente, più moderno, più sicuro, perché richiede uno sblocco, un’autorizzazione, una presenza attiva dell’utente. Ogni transazione è notificata, ogni anomalia è immediatamente visibile, e questo restituisce una sensazione di dominio che la carta fisica, muta e passiva, non è più in grado di offrire. Nelle conversazioni quotidiane, anche quelle da bar o da fila alla posta, il discorso è sempre lo stesso: meglio il telefono, almeno te ne accorgi subito.
A questo punto la domanda sorge spontanea, soprattutto per chi osserva i fenomeni con un minimo di sguardo critico: questa paura sta spingendo, anche indirettamente, verso un uso sempre maggiore delle piattaforme digitali? La risposta non ha bisogno di scomodare complotti o regie occulte. È sufficiente guardare come funzionano i meccanismi della comunicazione e del marketing. La paura accelera le decisioni, riduce le resistenze, rende accettabili cambiamenti che fino a poco prima sembravano superflui. Quando una soluzione esiste già ed è facilmente accessibile, basta che il contesto diventi favorevole perché venga adottata senza troppe domande.
Il punto, però, è che in questa contrapposizione tra carta e smartphone si perde di vista l’aspetto più importante, quello che fa davvero la differenza. La sicurezza non risiede nello strumento, ma nel comportamento. Perché mentre ci concentriamo sul ladro invisibile che potrebbe passarci accanto in mezzo alla folla del mercato settimanale o sul bus che porta in centro, ignoriamo il terreno su cui oggi avviene la maggior parte dei furti: la persuasione. Messaggi scritti bene, notifiche che imitano quelle ufficiali, richieste urgenti che arrivano nel momento giusto. Un furto che non ha bisogno di mani veloci, ma di parole credibili.
Questo tipo di criminalità è meno spettacolare, meno raccontabile, e soprattutto più scomoda, perché chiama in causa direttamente la nostra attenzione, la nostra preparazione, la nostra capacità di distinguere. È più facile avere paura di una tecnologia che non comprendiamo fino in fondo che ammettere di usare strumenti complessi con una consapevolezza spesso superficiale. Ed è per questo che il borseggio tecnologico, più che una nuova frontiera del crimine, è diventato il simbolo di un disagio più ampio, quello di una società che utilizza il digitale ogni giorno ma ne comprende solo in parte i meccanismi.
Nelle realtà locali questo scarto è ancora più evidente, perché la tecnologia arriva spesso più velocemente della cultura che dovrebbe accompagnarla. Si adottano strumenti nuovi mantenendo abitudini vecchie, si chiede sicurezza senza voler affrontare la fatica della comprensione, si delega tutto a un’app confidando che basti una notifica a proteggerci. Nel frattempo cresce la sensazione di insicurezza, non perché i furti siano esplosi, ma perché la distanza tra ciò che usiamo e ciò che capiamo continua ad allargarsi.
Alla fine, il borseggio tecnologico non racconta solo un modo diverso di rubare, ma un modo diverso di avere paura. Non parla davvero di carte, di RFID o di smartphone, ma di fiducia, di percezione e di narrazione. E forse la vera nostalgia non è per il borseggio romantico di una volta, ma per un tempo in cui il rischio era visibile, riconoscibile e, in qualche modo, affrontabile. Oggi il furto è diventato invisibile, e proprio per questo fa molto più rumore.
Marketing Antipatico
In questa rubrica parliamo di come l’innovazione può prendere forma in modi inaspettati, scoprendo le storie e le persone che la rendono possibile. Perché innovare non è solo un compito per le grandi multinazionali: è qualcosa che può partire da chiunque, anche dal tuo angolo di mondo. Restate sintonizzati, e chi lo sa? Magari la prossima grande idea potrebbe arrivare proprio da voi. Hai qualche riflessione da condividere? Scrivimi a [email protected]
Marco Gasparri
Marco Gasparri, 50 anni, è il Managing Director di Studio Kalimero. Formatosi nel settore del marketing, dalla fine degli anni Novanta si dedica con successo a costruire percorsi per dare valore alle imprese e può contare su un’esperienza con centinaia di aziende nel pubblico e nel privato. Creativo, poliedrico e razionale, ha collaborato con agenzie nazionali, ha lavorato in Toscana e in Italia e ha dato vita nel 2000 a Studio Kalimero, riuscendo sempre ad anticipare le istanze economiche della società e a creare servizi e prodotti adatti al mercato.
Formatore, spin doctor, consulente politico, marketing strategist, esperto in tecniche di comunicazione, business coach ha firmato numerosissime campagne di successo: Marco Gasparri è tra i professionisti più accreditati nel campo della promozione non solo in Toscana.