
MARINA DI GROSSETO – Il turismo balneare e il suo indotto arrivano a rappresentare tra il 50 e il 70% del PIL lungo la fascia costiera grossetana. È il dato più rilevante emerso dallo studio (moderato dal direttore provinciale Confesercenti Andrea Biondi) presentato durante il convegno dei Balneari della Maremma. Uno studio puntuale che ha valutato il “peso” dell’indotto turistico sull’economia provinciale e, più precisamente, il settore balneare e che riporta al centro del dibattito il peso economico (definito “strategico” dal presidente dei balneari della Maremma grossetana) del comparto e le incertezze legate alle nuove direttive.
I dati: balneare e indotto motore dell’economia
Entrando nel dettaglio, lo studio evidenzia come in alcune realtà (come Marina di Grosseto) il settore arrivi a incidere per il 58% del PIL comunale, e per il 9,5% a livello provinciale.
«Se però consideriamo tutto ciò che il turismo produce grazie al mare – spiega Simone Guerrini, presidente dei balneari – dagli stabilimenti alla ristorazione, dal commercio ai servizi, la percentuale sale in maniera significativa».
Il riferimento è all’intera fascia costiera, che va da Orbetello a Castiglione della Pescaia, dove il turismo legato al mare costituisce una delle principali fonti di reddito.
Secondo lo studio le presenze turistiche sono cresciute del 28% circa negli ultimi 10 anni a livello provinciale, mentre i redditi medi locali sono cresciuti in misura molto più contenuta (<6%), con inflazione superiore alla media nazionale.
La spesa turistica diretta stimata è di circa 320 milioni di euro/anno, con un valore aggiunto lordo (diretto + indiretto + indotto): di circa 160 milioni di euro/anno. L’incidenza stimata sul PIL locale: tra il 57% e oltre il 70%. L’occupazione generata è di circa 3.800 addetti, in larga parte residenti.
Uno studio per supportare le amministrazioni
I numeri, secondo Guerrini, servono prima di tutto ai Comuni, chiamati a governare un settore strategico in un momento di grande incertezza normativa. «A livello governativo finora non è emerso nulla di concreto – sottolinea – e senza strumenti che arrivino dall’alto è difficile per un’amministrazione comunale prendere decisioni su un comparto che pesa quasi la metà del PIL del territorio».
Lo studio presentato al convegno punta quindi a fornire una base tecnica e analitica su cui costruire le future scelte.
Il sistema balneare e il lavoro di rete
Uno dei punti rivendicati dal presidente dei balneari è il modello di gestione condivisa costruito negli anni. «Da quando è nata la rete di impresa abbiamo sempre agito come un sistema unico, parlando una sola lingua», afferma Guerrini.
Un esempio concreto è il piano collettivo di salvataggio, che comporta un investimento di circa 600mila euro l’anno, di cui il 42% destinato alle spiagge libere.
Sicurezza e costi: cosa rischiano i Comuni
Secondo Guerrini, un cambiamento improvviso del sistema avrebbe effetti immediati sulla sicurezza e sui bilanci comunali. «Se il piano collettivo non esistesse più – avverte – ci troveremmo con spiagge libere senza sorveglianza oppure con costi ingenti che ricadrebbero sulle amministrazioni».
In entrambi i casi, il rischio sarebbe quello di «mettere a repentaglio la sicurezza delle persone o creare difficoltà economiche per i Comuni».
Non solo economia: sociale e ambiente
Accanto ai numeri, lo studio richiama anche il valore sociale e ambientale del sistema balneare. «Negli anni sono stati costruiti protocolli di intesa, collaborazioni con i pescatori di Orbetello e iniziative sul territorio – ricorda Guerrini – che difficilmente potrebbero essere replicate in tempi brevi».
L’appello finale
Il messaggio conclusivo è chiaro ed è rivolto alle amministrazione in vista della messa a gara delle concessioni balneari italiane entro il 2027: «I dati servono a capire dove intervenire e quale prodotto turistico offrire in futuro – conclude Guerrini –. Senza una strategia condivisa, si rischia di indebolire uno dei motori principali dell’economia costiera».


