
SORANO – La storia che vi raccontiamo oggi si è svolta ormai un centinaio di anni fa e nessuno dei protagonisti è più in vita. L’anno preciso non lo so, nonostante sia una storia di famiglia.
Le due protagoniste erano nate nel 1922 Fulvia e nel 1925 Flora Renata. È per questo intuibile che il tutto si sia svolto un Natale nei primi anni 30, quando Fulvia e Flora erano ancora bambine o poco più.
Le due sorelle vivevano tra Montebuono e Castell’Ottieri, borghi del comune di Sorano dove i genitori avevano case e terre.
La loro era una famiglia benestante per l’epoca: la madre aveva ereditato dal padre un podere con molta terra, vigneti, alberi da frutto, una fonte naturale che si diceva curativa. Il padre anche aveva terra e casa, ed aveva ereditato dalla sua famiglia… le Poste. Sì, perché all’epoca, il ruolo di direttore della poste e la gestione dell’ufficio si tramandava di padre in figlio. E così ad Antonio Petri erano toccate le Poste e al fratello l’Appalto che vendeva sali e tabacchi. Tuttavia, trattandosi di un piccolo borgo, il direttore non aveva solo un ruolo dirigenziale, ma anche fattivo, con lo smistamento della corrispondenza e la consegna, in groppa della cavalla Elisabetta, compito questo a cui contribuivano anche figlie e figlio.
Ma torniamo al Natale. Nonostante per gli standard dell’epoca la famiglia fosse economicamente tutt’altro che povera, i giocattoli erano cosa rara per i bambini e arrivavano solo in occasioni speciali, come appunto, il Natale.
Capirete dunque con quale trepidazione i bambini dell’epoca attendessero questo giorno, o almeno quelli che potevano sperare di ricevere qualcosa in più di un dolcetto e qualche mandarino.
Quando i genitori consegnarono i doni Flora Renata trovò un giocattolo: una pecorella con pelo vero, montata su un carrettino con le ruote, da tirare con un filo.
La sorella invece, un poco più grande, non trovò un giocattolo. I genitori le avevano regalato delle calze di seta. Leggendo la delusione sul suo volto i genitori, Antonio e Maria, le dissero che, visto che era grande, avevano pensato avrebbe gradito più un regalo di questo tipo piuttosto che un gioco.
La ragazzina non disse nulla, ma quando salì in camera si buttò sul letto a piangere sconsolata.
Forse oltre alla delusione del balocco mancato, c’era la delusione per un’infanzia che sfuggiva e si perdeva, il voler essere ancora bambina, o chissà cos’altro. Vedendola disperata la sorella Flora le si avvicinò per consolarla «Non piangere – le disse – guarda: ti regalo la mia pecora. Ora è tua». Il dono prezioso, la generosità della sorella, calmarono Fulvia che smise di piangere. Tenne ostinatamente quella pecora per anni. Il vello era diventato nero per la sporcizia, dal gioco prima e poi dalla permanenza in case con camini, candele e lumi a olio che forse avevano accelerato il processo.
Solo al momento delle nozze, a malincuore e forse vergognandosi di portare in casa del marito un giocattolo tanto sporco, Fulvia, ormai 18enne, lo gettò non senza rimpianto.
Restò l’amore enorme tra le due sorelle, che per anni si sostennero nelle avversità della vita di ogni giorno e nei momenti più difficili e vissero a lungo assieme sino alla morte.
Flora Renata (la bambina seduta nella foto) era mia nonna, e Fulvia (in piedi a sinistra) la mia prozia. L’altra una cugina (foto scattata nell’anno 1928). A loro, che non ci sono più da tanto, e a tutti voi, auguriamo Buon Natale.
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