
GROSSETO – Se metaforicamente quel cinematografico “E.T. telefono casa” significava un bisogno di sicurezza, affetto e identità, oggi siamo portati ad attualizzarlo e a sostituire “E.T.” con “minori” e “telefono” con “smartphone”.

GROSSETO – Se metaforicamente quel cinematografico “E.T. telefono casa” significava un bisogno di sicurezza, affetto e identità, oggi siamo portati ad attualizzarlo e a sostituire “E.T.” con “minori” e “telefono” con “smartphone”.
Lo affermiamo alla luce del fatto che questo moderno dispositivo, che d’ora in poi chiameremo anche “cellulare” o “telefonino”, è divenuto negli anni ’90 il “pane quotidiano” per grandi e piccini. Nel tempo questo strumento ha permesso non solo di telefonare, ma anche di navigare su Internet, di offrire riproduzioni multimediali e la possibilità di installare varie applicazioni. Insomma, l’originario “telefonino” si è trasformato addirittura in un “computer palmare”.
Diffuso quasi come una fisica appendice, è di comune utilizzo in tutti i ceti sociali ma, se usato in eccesso, comporta rischi significativi per la salute mentale. Quando l’uso è precoce (prima dei tredici anni) è accertato che compromette la capacità di gestione emotiva, l’autostima e le relazioni, ma non solo: aumenta anche l’aggressività, i pensieri suicidi e di autolesionismo, arrecando nei più giovani disturbi di comportamento e problemi scolastici. Sarebbe opportuno dunque impartire un’educazione per un uso consapevole e responsabile.
Non sono estranei purtroppo da questo sciagurato fenomeno neppure i bambini piccoli. Eccoci così di fronte a creature dai sei ai dieci anni “digitalmente modificati”: soggetti che addirittura sanno usare lo smartphone come adulti.
Come può accadere questo? È semplice: il bambino piange, si agita ed allora qualcuno di famiglia, o chi lo accudisce, stufo ed infastidito dalla sua irrequietezza, gli mette in mano un “telefonino”. Imparando, ancor prima di parlare, ad usare questa tecnologia, il rischio è che il bimbo si focalizzi sullo smartphone anziché sulle relazioni con gli oggetti e le persone. Ciò comporterà svantaggi per lo sviluppo del linguaggio, per le capacità di alfabetizzazione e di lettura.
Non abbiamo l’ardire di addentrarci nelle serie problematiche sanitarie e di igiene mentale che certi eccessi sviluppano: non siamo addetti ai lavori e responsabilmente non lo faremo. Ci sentiamo però di segnalare che anche nella sanità pubblica esistono specifici servizi ed operatori che potranno aiutare a difendersi o a rimuovere certe dipendenze.
C’è chi considera il fenomeno tipico delle “Generazioni Alpha” e “Gen Z”, ma non è così, perché da queste cattive abitudini non è esclusa neppure la “Generazione Senior”.
Pertanto, spinti anche da quanto l’Australia ha deciso per l’accesso ai social per gli under 16, ci piacerebbe che i nostri stessi politici si occupassero di questo genere di diffusa e preoccupante dipendenza e magari, almeno questa volta, lo facessero… “tutti insieme responsabilmente”.