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Inceneritore di Scarlino, la Corte d’appello conferma lo stop per l’impianto «Ci sono voluti 11 anni»

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Inceneritore di Scarlino, la Corte d’appello conferma lo stop per l’impianto «Ci sono voluti 11 anni»
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SCARLINO – Undici anni. Tanto è durata la vicenda giudiziaria partita con la class action intentata da 90 soggetti tra privati cittadini, società, associazioni di categoria, e imprese turistiche contro l’inceneritore di Scarlino.

La sentenza della Corte d’Appello però ha totalmente confermato quanto stabilito dal giudice in primo grado. Il tribunale aveva infatti “inibito la prosecuzione dell’impianto di termovalorizzazione e trattamento rifiuti liquidi” gestito da Scalino energia.

«Vi erano fondati elementi “per considerare la ripresa dell’attività di termovalorizzazione della Scarlino energia, nella sua attuale configurazione impiantistica e gestionale, insostenibile da un punto di vista ambientale o sanitario per il contesto della piana di Scarlino”».

La vicenda giudiziaria inizia nel maggio 2013 «Con uno sversamento di diossine rilevato da Arpat del 270% rispetto al limite consentito – racconta l’avvocato Roberto Fazzi -. In seguito io mi recai negli uffici dell’Arpat che mi dettero conferma e l’impianto fu fermato dalla Provincia. A luglio 2016 partì la class action contro il gestore dell’impianto. Fu la prima causa civile contro un inceneritore».

«Chiedevamo l’inibizione per le caratteristiche stesse dell’impianto, che era obsoleto e inadatto a bruciare quel che veniva dalle Strillaie. I forni erano concepiti per l’arrostimento delle piriti e questo portava a continui stop impianto stesso».

«Le prime battaglie risalgono al 1993» ricorda Renzo Fedi. Nel 2019, grazie alla relazione del collegio composto da quattro periti (che hanno fatto indagini accurate per quasi due anni), la prima sentenza in favore dei ricorrenti. «Una sentenza totalmente svincolata dalle eventuali autorizzazioni anche future».

La corte d’appello è entrato ancora nel merito «Rendendo la sentenza inattaccabile anche in Cassazione».

«Per abbattere le diossine dopo la combustione devono restare nelle camere per un certo tempo. Cosa che non succedeva. Anche perché i forni erano troppo piccoli afferma Roberto Barocci -. La proprietà aveva detto di avere il volume e l’altezza sufficiente ma mancavano i 3/5 di quanto dichiarato: tre metri invece di cinque».

E alla domanda se la società potrebbe (come previsto dalla sentenza) adeguare l’impianto l’avvocato Fazzi risponde «Si fa prima a buttarlo giù che ad adeguarlo».

La sentenza di appello, secondo chi ha partecipato alla class action, ha respinto tutti i punti portati dal ricorrente, certificando che gli attori avevano chiesto da subito di accertare l’inadeguatezza tecnica dell’impianto. Anche all’appunto che la causa dovesse essere proposta davanti al tar il giudice ha invece ritenuto che vi fossero i presupposti per agire in sede civile a tutela della salute come sancito dalla Costituzione.

Anche in merito al dubbio che non ci fosse interesse da parte degli attori ad agire visto che l’impianto non era più in funzione, il giudice di appello che l’inibitoria richiesta andasse proprio nell’ottica di tutelare il diritto alla salute. Al IV punto Scarlino energia ha rilevato che il potere di attivarsi per la prevenzione del danno ambientale spetta solo allo Stato ma secondo il giudice di secondo grado la legittimazione di Stato e Ministero non si sostituisce a quella dei privati, tantopiù che tutti risiedono o hanno attività in zona.

Infine secondo l’avvocato dell’azienda il tribunale non aveva preso in considerazione le istruttorie del primo perito, inoltre non c’erano dati statistici che dimostrassero l’aumento di patologie correlate. Il quinto punto è stato respinto dal tribunale in quanto la prima valutazione era già stata valutata dal secondo collegio peritale che l’aveva valutata incompleta, per quanto riguarda la parte medicosanitaria «Assume portata centrale, al fine di apprezzare l’esistenza di pericoli per l’ambiente e per la salute umana, l’analisi strutturale del termovalorizzatore».

«L’azioen penale non ha pagato, ma quella civile sì. Ci criticavano perché avremmo causato la perdita del posto di lavoro a 20-25 operai. Ma lavorare i rifiuti creerà 110 nuovi posti grazie ai quattro nuovi impianti che realizzerà Iren» conclude Barocci.

Nella foto: Roberto Barocci, Renzo Fedi, Roberto Fazzi, Raffaele Iuliano.

Barbara Farnetani
3 Febbraio 2024 alle 12:36
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