
CASTIGLIONE DELLA PESCAIA – La 500, la Fiat 500, la prima macchina per molti “giovanottelli vaghi” degli anni 70.
L’ auto della riscossa, della libertà.
Entravamo in cinque, se del caso, e non ci lamentavamo.
Ripensando a quella meraviglia e confrontandola con una utilitaria presente oggi sul mercato mi rendo conto della geniale semplicità e completezza di quell’auto.
City car, tetto apribile, bassi consumi, levetta cruise control, freni (abbastanza…), lavavetri, riscaldamento, deflettori e… sedili reclinabili! Insomma c’era proprio tutto il necessario.
“Pilotavo” il mio bolide in direzione Grosseto quando ai Ponti di Badia avvertii uno scoppio, come di un proiettile. Con la coda dell’occhio, dallo specchietto retrovisore, vidi qualcosa che dalla parte posteriore andava verso l’alto.
Il motore perse potenza fino a spengersi, accostai e scesi dirigendomi dietro.
Il cofano motore era fortemente deformato e presentava un foro di discrete dimensioni.
Riuscii ad accedere al vano motore e mi resi conto dell’accaduto.
Era partita, come fosse stata un razzo, una candela, che aveva bucato il cofano motore portandosi dietro la “pipetta” del contatto elettrico collegata allo spinterogeno.
Presi uno straccio, tappai il foro lasciato libero incastrandoci a forza una vecchia candela che avevo di riserva. Entrai girai la chiave, azionai la levetta di accensione e la 500 si mise in moto.
Con un solo cilindro e con lo straccio infilato al posto della candela riuscii a tornare a Castiglione andando a trenta all’ora in terza. Cose impensabili con le auto di oggi, tutta elettronica.
Stessa cosa quando mi capitò di rompere il filo che comandava l’apertura del carburatore, il filo dell’acceleratore. Due monete da cento lire in corrispondenza della valvola del carburatore e via fino dal meccanico.
Unico neo e punto debole che ti lasciava a terra era la rottura del giunto.
Quella sera, tornato da Firenze, avevo la mia macchina a fare il tagliando e quindi prendemmo la 500 di babbo per andare a cena a Riva del Sole da Daniela. Anna era in stato interessante. Partenza e via verso la cena, doppietta, scalata e arrivo a destinazione in meno di dieci minuti.
Bellissima cena curata in ogni particolare dalla genialità di Mauro, avrebbe dovuto fare il cuoco anziché il legale. Era straordinario. Aveva preparato una pasta con la “margherita” che ci aveva regalato Pietro. Ottima come sapore e profumatissima.
Mangiammo e restammo anche un po’ di più del solito nonostante che Anna, già di otto mesi, forse avrebbe avuto bisogno di meno strapazzi ma eravamo a due chilometri da casa… Eravamo comunque consci che con Gloria (non sapevamo se ci fosse Gloria o Glorio) dentro il pancione bisognava essere molto prudenti.
Poi salutammo e dentro la cinquecento via verso casa. All’altezza del bivio per Val delle Cannucce “crac”, giunto rotto. Non c’erano telefoni portatili quindi lasciammo la macchina sul ciglio e ci facemmo tutta la strada a piedi con quel buio pesto e la paura di finire sotto qualche auto. In realtà non ne passò neppure una, nemmeno potemmo fare l’autostop.
Eh si con il giunto non si scherzava, si rimaneva a piedi.