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Pergamena ci porta a scoprire le more di Silone

Pergamena

IGNAZIO SILONE
“UNA MANCIATA DI MORE”
MONDADORI, MILANO, (1952) 2018, pp. 267

In questa nuova domenica di guerra, a cui i più sembrano abituarsi mentre la propaganda televisiva ci martella sulla lunga durata, correi parlare di un romanzo che narra le conseguenze dell’ultima guerra. Devo la lettura di questo romanzo all’intelligenza di Stefano Adami, che mi ha permesso di correggere un pregiudizio ideologico (dunque il peggiore), il quale mi ha impedito sin qui di leggere questo autore.

Mi sono reso conto da vecchio che così, pur non avendo mai avuto alcuna indulgenza verso lo stalinismo e verso il PCI, ho ubbidito ad un arco riflesso per cui, siccome Silone era nel gruppo di Tasca e Tresso espulsi dal PCd’I nel 1930 da Togliatti per la loro presa di distanza da Stalin, egli era un opportunista di destra. Uso questa occasione per dirlo pubblicamente: su Stalin Silone aveva ragione e Togliatti era il vero opportunista.

Sull’opportunismo di Togliatti non ho avuto mai dubbi, ma mi sono fatto condizionare lo stesso così funziona il pregiudizio. Poi l’evoluzione della posizione politica di Silone verso Saragat è per me troppo a destra anche oggi, ma su Stalin aveva ragione e la sua posizione socialista era intellettualmente onesta.

Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli, abruzzese di famiglia contadina, è noto per la sua opera maggiore, “Fontamara”, uscita durante il suo esilio svizzero per sfuggire alla dittatura fascista. Come anche in “Una manciata di more”, il primo libro di Silone pubblicato nel dopoguerra, l’esperienza autobiografica del mondo contadino abruzzese è l’elemento fondante dell’arte dell’autore, che approda alla letteratura dopo un intenso impegno politico, durato con dubbi e ripensamenti tutta la vita. A soli 17 anni sarà nominato a sua insaputa segretario delle leghe dei contadini di tutto l’Abruzzo, poi segretario della federazione romana della gioventù socialista e infine sarà fondatore con Gramsci del Partito Comunista d’Italia a Livorno (1921), di cui sarà uno degli esponenti del Centro Interno clandestino. La scoperta nei viaggi a Mosca come rappresentante del PCd’I della deriva autoritaria del Partito bolscevico in mano a Stalin lo porterà a prendere le distanze dal PCd’I fino ad essere espulso.

Quest’esperienza è uno dei temi centrali del romanzo in esame. Il protagonista (meglio sarebbe dire, uno dei protagonisti, perché il romanzo è stato definito giustamente “policentrico” nell’”Introduzione” di Claudio Marabini), Rocco De Angelis, ingegnere, capo partigiano nella Marsica e poi dirigente del “Partito” (così come si chiamava il PCI per antonomasia), nel romanzo segue la stessa parabola politico-esistenziale. La storia comincia nel periodo immediatamente successivo alla vittoria della guerra di Liberazione, salvo spesso oscillare nella linea temporale. Le cose non vanno bene fin dall’inizio. Rocco sta parlando con Don Alfredo Esposito, ex assessore compromesso con il regime fascista e ora membro del Partito. Questi cerca di convincere Rocco a stare alla disciplina di partito e, quando Rocco ironizza sulla sua ammissione al Partito, commenta: “nel partito stanno ammettendo cani e porci”. Il lettore capisce subito che il romanzo non concede nulla alla retorica resistenziale.

Poi Rocco interviene al Casale a sua volta per richiamare all’ordine “il vecchio Zaccaria”, un invalido insignito da “un nastrino al valore”, capo di una banda di irregolari dedita a traffici illeciti, il quale dichiara che il Casale “aderiva, a titolo d’esperimento e senza obblighi fiscali, all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche”. Alle proteste di Zaccaria che si trattava di applicare la linea del Partito, Rocco replica paradossalmente: “Volete sapere quale sarebbe il massimo di tutti i tradimenti? Realizzare il programma del Partito senza il Partito”. Questa prima catena di avvenimenti mette il lettore di fronte ad una costruzione narrativa molto ironica, di taglio realistico ed antiretorico. L’ex assessore fascista è ora a capo dell’ “Ufficio Indulgenze del Partito”, un’ istituzione esistita realmente solo nella chiesa cattolica. Rocco, quando interviene a reprimere il Soviet del Casale, conosce Stella, una ragazza diciassettenne ebrea rifugiatasi là con il padre, profugo viennese, che Zaccaria invia in missione in pianura per informare il Partito del nuovo Soviet. Nasce tra i due giovani una relazione d’amore e prima ancora di condivisione della militanza nel partito, che proseguirà per tutta la vicenda narrata.

Questo nucleo narrativo si intreccia con la storia quasi mitica della “tromba di Lazzaro”, il pecoraio, il cui suono in caso di necessità convoca in piazza i cafoni dalla lega dei contadini. Le autorità fasciste sciolgono la lega, ma non riescono a scovare la tromba, cosa che costa l’esilio a Martino, il figlio del carbonaio considerato il capo della rivolta dei contadini per la conquista della selva, un antico bene comune di cui i potenti proprietari terrieri della zona, i Signori Tarocchi, si sono impadroniti con uno stratagemma e che poi è stata misteriosamente data alle fiamme. Il suono della tromba terrorizza i potenti e per tutto il romanzo essa e il piccolo gruppo dei capi dei contadini ricompaiono in ogni momento critico. È il simbolo della riscossa dei “poveri”, che nel romanzo è il modo generico con cui vengono indicati i diseredati. Le speranze vengono rapidamente deluse e la seconda parte del romanzo inizia mestamente: “i mutamenti accaduti con la guerra portarono anche in quella valle remota sorprese e illusioni; ma, per finire, piovve e nevicò come gli altri anni, e i poveri rimasero poveri”.

Tutta la seconda parte, nonostante la caduta del fascismo e la Resistenza, appare senza speranza, come se nel mondo contadino nulla potesse mutare. “Ma credete che le cose non cambieranno mai ?”, chiede Massimiliano, uno dei membri del piccolo gruppo dei sovversivi . Si associa la delusione di Rocco per il Partito, dovuto all’incontro con una profuga dai campi di concentramento russi: “Il Partito era una grande cosa nella clandestinità … Eravamo un partito di perseguitati, adesso stiamo diventando, a nostra volta, persecutori” . “Da quell’incontro Rocco non si era più riavuto”. A correggere lo sbandamento dovuto alla rottura faticosa, che Rocco compie con il Partito, viene mandato un funzionario da Roma, Oscar; “per il suo carattere chiuso settario testardo, i compagni lo avevano ribattezzato il Mulo Bendato”; con la sua “stilografica e un quaderno di appunti” Oscar adombra la figura di Togliatti.

Rocco, che lo conosceva dalla clandestinità, viene sottoposto ad un interrogatorio e commenta: “Fa impressione come per certuni di voi sia facile, forse persino inavvertito, il mutamento da rivoluzionario a sbirro”. La risposta di Oscar è perentoria e dogmatica: “Il Partito è la Storia. Come puoi limitare i suoi poteri? La Storia è sempre senza cuore”. Rocco si rifiuta di rompere con i capi del movimento contadino ed esce dal Partito. Stella decide di rimanere e viene messa sotto torchio da un altro funzionario mandato dal Partito, fino ad essere messa in condizione di tradire il suo amore per Rocco. Quando si rende conto che il suo tradimento rischia di compromettere definitivamente Rocco, quasi muore suicida. Viene salvata da un vecchio amico prete di Rocco. Poi c’è una riconciliazione tra i due e si ricompatta il gruppetto dei capi contadini in una lotta senza speranza in cui il Partito sembra essere dalla parte dei signori. Lascio alla curiosità del lettore la conclusione millenaristica della vicenda. Vi si intrecciano motivi sociali, politici e religiosi, come era nella biografia si Silone, che si definiva “un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa”.

C’è sempre uno scarto temporale tra la vicenda narrata e il tempo storico in cui la vicenda accade. Questo fa dire al curatore Claudio Marabini: “il romanzo non è costruito intorno a un centro effettuale o a un personaggio coagulante. Policentrico e composito, rivela qua e là difficoltà strutturali, che spostano talora la linea del racconto”. Le oscillazioni sulla linea temporale chiamano sempre in causa il lettore e servono l’intento del messaggio morale sotteso al romanzo, il quale è dolente e pessimista, ma si nutre di grandi speranze immanenti alla storia, anche quando sembrano avere un taglio religioso e messianico. Non sembra esserci un ritorno del rimosso: la storia d’amore tra Rocco e Stella, per quanto fuori dai costumi dell’epoca (essi convivono senza essere sposati), è castissima. Caso mai vi è un massiccio ritorno del rimosso sociale in senso ostile e conflittuale nella lotta “eterna” dei poveri per la dignità del lavoro e della vita.

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