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Pergamena ci parla de “La gemella H” di Giorgio Falco

Pergamena

GIORGIO FALCO
“LA GEMELLA H”
EINAUDI, TORINO, 2014, pp. 351

In questa ennesima domenica di guerra, di una serie che dà tutta l’impressione di essere interminabile, nonostante l’illusione del dittatore di Mosca, che celebra da solo il 9 maggio, parliamo di un romanzo ambizioso, che vuol fare i conti con una questione molto attuale, “il cuore segreto dei totalitarismi”, cosa che sopravvive oggi in noi, come recita la quarta di copertina. Ha ricevuto moltissimi premi letterari.

La storia abbraccia in circa ottanta anni quattro generazioni di una famiglia tedesca, originaria di una cittadina inventata della Baviera, dall’epoca dell’affermazione del nazismo fino ai giorni nostri, dopo essersi trasferita in Italia, prima a Merano poi a Milano e poi a Milano Marittima, dove come molti tedeschi e italiani (troppi) riesce a sfuggire nel secondo dopoguerra al debito con la giustizia per la propria compromissione con il nazi-fascismo. La solita quarta di copertina in modo certamente eccessivo paragona la storia della famiglia Hinner con quella ottocentesca de “I Buddenbrock” di Thomas Mann. Hans Hinner è il figlio del fabbro, ma ha successo come giornalista al servizio del partito nazista, diventando direttore di un piccolo giornale locale. La moglie, Maria Zemmgrund, è la figlia di un invalido ferito nella Grande Guerra, che è uno dei primi affiliati al partito nazista. Il benessere della famiglia, che si identifica con la frase ripetuta più volte, “noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima”, si costruisce sull’affermazione del Reich e soprattutto attraverso una serie di speculazioni edilizie.

Esse cominciano con l’acquisto ad un prezzo stracciato della villetta svenduta da una coppia di ebrei perseguitata. Il frutto di questa vendita è trasportato da Hans Hinner in Italia a Merano e poi investito in una piccola pensione sulla riviera romagnola a Milano Marittima. I passaggi della vita della famiglia Hinner è scandita dai soldi e dall’acquisizione degli immobili: “non dobbiamo fare molto, solo essere nel mondo, assecondare il flusso di eventi travestiti da soldi”. È chiarissimo l’intreccio tra il flusso dei soldi e la compromissione con il nazismo, scandito in molti passaggi del romanzo. Hans e Maria hanno due gemelle: Hilde e Helga, la prima silenziosa e riservata, la seconda è definita “la gemella giusta”. Helga sarà l’unica gemella a sposarsi e a generare un discendente degli Hinner per la quarta generazione, sia pure per via femminile.

La linea maschile combinata con le gemelle viene liquidata con due morti precoci: Franco Bergamaschi, il cuoco della pensione degli Hinner, un arrampicatore sociale, che conquista il suo posto nell’impresa familiare, “abbassando le mutande” di Helga, muore presto in un incidente stradale; analogamente muore l’amante segreto di Hilde, il chirurgo estetico di grido, Francesco Castelli, figlio di un chirurgo fascista. Francesco abbandona la professione dopo aver deturpato la giovane moglie bellissima con un errore operatorio per raggiungere una perfezione impossibile, che denota la sua ambizione illimitata. Ad Helga tocca seppellire tutta la famiglia. Hilde, infatti, muore suicida nel naviglio di Milano: nel gesto non è chiaro se è lei a suicidarsi dopo la morte di Francesco e del cane di famiglia, una femmina di pastore tedesco, che porta lo stesso nome del cane di Hitler, Blondi, oppure viceversa Hilde muore per salvare il cane scivolato accidentalmente nell’acqua.

Questo – come ha chiarito l’autore in un articolo uscito sul blog “La letteratura e noi”, diretto da Romano Luperini – è il nucleo narrativo da cui parte il romanzo, ripreso da un fatto di cronaca, per successive digressioni e riportato nel capitolo intermedio del libro, intitolato “Intermezzo”, che separa le due parti del romanzo, la prima affidata alla voce di Hilde e il secondo a quella di Helga. Per quanto il destino delle due gemelle sembra diverso: Hilde ribelle e controcorrente, Helga realizzata e più omogenea alla linea paterna di dimenticare il nazismo e alla compromissione della famiglia in ragione dei soldi, è difficile distinguere anche stilisticamente nella narrazione le due voci. Nessuna delle due gemelle sembra riscattare la subalternità al nazismo. Forse questo spiega anche la natura del titolo: sarebbe più ovvio il plurale “Le gemelle H” invece del titolo al singolare. Che senso ha? Le due gemelle sono identiche fisicamente, diverse nel carattere, ma vicine nel destino tragico, dunque in qualche modo fungibili l’una con l’altra. E’ il senso secondo del romanzo, la sua morale? a dire che c’è una continuità tra il mondo attuale asservito al consumo e quello del totalitarismo, cioè i due sistemi che si contendono il pianeta non sono poi così diversi? Sembrerebbe di sì dalla frase che Falco mette in bocca ad Hans Hinner, quando va a puttane nella zona industriale della riviera romagnola: “il nostro mondo, quello che ha vinto”. Il gioco del doppio di freudiana memoria (cfr. il saggio su“Il perturbante”, 1919) offriva una quantità di risvolti, che l’autore non sembra saper cogliere fino in fondo, forse perché è rimasto vittima della storia fin troppo complessa e ambiziosa che ha voluto costruire.

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