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Pergamena ci racconta “La vita in tempo di pace” di Francesco Pecoraro

Pergamena

FRANCESCO PECORARO
“LA VITA IN TEMPO DI PACE”
PONTE ALLE GRAZIE, MILANO, 2013, pp. 511

Questa domenica di tempo di guerra parliamo di questo libro che ambiguamente parla del tempo di pace.

Il romanzo racconta la vita di Ivo Brandani, un ingegnere, che proviene dagli studi filosofici precocemente abbandonati, dall’immediato dopoguerra fino al 2015, con una proiezione in avanti di un paio d’anni sull’uscita del libro. Brandani è uno dei noi nel senso che fa parte della generazione dei baby boomer, la generazione abbondantemente partorita quando gli uomini ritornarono a casa dai diversi fronti di guerra.

Il Padre di Brandani (denominato sempre così con un’inquietante P maiuscola, come altri personaggi familiari: Madre, Sorella Maggiore, Sorella Minore ad indicare un sorta di sacralizzazione) ritorna dal fronte africano. La sua vita attraversa tutto il secondo Novecento, il più lungo periodo di pace conosciuto in Europa e in Italia. A questo fa riferimento il titolo e gran parte del continuo confronto con Padre, che sembra essere il leitmotiv dell’intero racconto. Non è che il tempo di pace non sia una guerra, ad esempio nella lotta per il potere in ambito aziendale, ma Padre “si era davvero misurato con se stesso, mentre a Brandani figlio sarebbe accaduto di vivere tutta la vita senza sapere niente di sé, per poi soccombere nelle poche prove cui sarebbe stato sottoposto” .

Il libro è strutturato in forma ibrida trans-genere, e dunque allegorica, tra il romanzo e il saggio e si dipana in due serie parallele inverse. La prima serie è scandita dalla lunga attesa, che il 29 maggio 2015 dalle 9.07 a.m. va alle 7.47 p.m. Brandani trascorre all’aeroporto di Gedda per prendere l’aereo che lo porterà a casa, alla Città di Dio, detta anche Urbe, che capiamo essere Roma. Questa serie è costituita da una sequenza di capitoli, che contengono i pensieri e le divagazioni di Brandani tra il filosofico e l’esistenziale improntate al flusso di coscienza, che rimanda a Svevo e al modernismo. Questa serie è anterograda nel tempo, cioè progredisce in quel “non-luogo” moderno, che sono glie aeroporti.

Brandani, come ingegnere in collaborazione con giapponesi e egiziani, in gran segreto sta progettando la costruzione di una barriera corallina artificiale, plastificata, da sostituire pezzo per pezzo per uso e consumo dei turisti a quella che è già morta nel Mar Rosso. Il protagonista, in gioventù appassionato di fantascienza, non ne è più attratto perché “il Futuro è diventato il Presente” e i valori in cui ha creduto si sono sbriciolati per essere sostituiti da “una disperazione segreta e compressa”, che potrebbe esplodere in una rabbia incontrollata.

L’altra serie di capitoli è retrograda, va in senso inverso parte dal tempo attuale per andare ai ricordi più remoti dell’infanzia fino al penultimo capitolo, che ha il titolo “Buca di bomba”, in cui il piccolo Ivo nell’immediato dopoguerra cade in una buca dovuta ai recenti bombardamenti della città perché è venuto meno all’interdetto paterno di non avvicinarsi. Pensa ad un precipizio profondo, invece la buca non è che un basso anfratto pieno di ortiche e di lattine. Questo è un movimento tipico del romanzo di Pecoraro, dove le cose più drammatiche vengono svilite e ridimensionate da un’ironia nera. Nulla regge al tritacarne pessimista dell’autore compreso l’impegno politico degli anni intorno al ’68, a cui Brandani partecipa come di sbieco senza mai impegnarsi decisamente. Non reggono neppure i rapporti con le sue compagne, né l’ultima Clara che lo tradisce con uno psicoanalista, mentre lui sta cercando di recuperare “il senso del mare” nell’amata Grecia, il suo legame più antico con il fascino amniotico dell’acqua; né la prima Carla, l’umile e concreta moglie che non lo seguirà nella sua avventura di scalare il potere aziendale da giovane ingegnere mettendosi al servizio di un manager rampante, Nico De Clerk, un “impiegato” (lo dice il cognome in inglese) del grande capitale.

Brandani è giunto a 68 anni senza avere figli e non può confrontarsi con l’onnipresente e autoritario Padre, un palazzinaro, che però ha dimostrato di avere coraggio in guerra. È ciò che gli manca e lo fa sentire sempre inferiore a Padre e bisognoso della protezione di Madre, che ama profondamente, anche nel desiderio sessuale. Alla fine Ivo non può che regredire alla prima infanzia e finire nella buca, che egli immagina come un precipizio infinito. È evidente che di questa storia non può che essere data una lettura edipica e al di là dei singoli passaggi, anche espliciti, l’intera vicenda del romanzo è un’emersione potente dell’inconscio e del desiderio sessuale incestuoso. Allora nella potente allegoria moderna che viene rappresentata nel romanzo una serie di capitoli rappresenta la regressione all’infanzia e l’altra, che si consuma vanamente nell’attesa di un aereo, che arriva tardi, conduce Brandani alla morte. Egli muore in aereo, sorvolando la Penisola (così viene denominata l’Italia) che il protagonista non riconosce.

Ma il romanzo non finisce con la “cosificazione” di Ivo, sbarcato cadavere dall’aereo come avvertono il lettore undici righe di corsivo di “reperto anatomopatologico” il quale riferisce di “una massiccia infestazione di Naegleria fowleri”, che l’ingegnere si è buscato in Egitto. Alla fine Brandani è fottuto da uno dei germi con cui ha giocato ripetutamente nel corso di tutto il romanzo, come una natura bistrattata che alla fine si prende la rivincita. Ma con un guizzo inaspettato la morte del protagonista non costituisce l’epilogo del romanzo (sarebbe troppo scontato per un autore sperimentale come Pecoraro). Lascio alla curiosità del lettore godersi quest’ultimo passaggio. Dirò solo che l’epilogo ci riporta a un “prima” di Brandani, una sorta di ultima sconfitta.

Il libro di oltre 500 pagine è pluri-stratificato; qualche critico sostiene che si tratta di capitoli che rappresentano romanzi “incompiuti”, che potrebbero stare per conto proprio e che erano contenuti nel lavoro di narratore coltivato da Pecoraro prima di scrivere il suo “capolavoro”. Il suo sperimentalismo, anche della lingua (per quanto contenuto), lo ha fatto accostare a Gadda.

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