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Con Pergamena scopriamo “Un pedigree” di Modiano

Pergamena

PATRICK MODIANO
“UN PEDIGREE”
EINAUDI, TORINO, 2006, pp. 81

Dedico il pezzo di apertura del nuovo anno al senso di appartenenza con l’augurio che in questa epoca storpiata dalla pandemia, dal distanziamento sociale e dall’atomismo possa emergere un’appartenenza comune. Non avevo mai letto nulla di Modiano, prolifico scrittore di lingua francese, vincitore anche del Premio Goncourt, il massimo riconoscimento delle lettere francesi.

L’assegnazione del Nobel nel 2014 suscitò molte critiche. All’inizio questo romanzo autobiografico breve, che abbraccia esplicitamente i primi ventuno anni di vita dell’autore, mi è sembrato poco meritevole del Nobel nella sua semplicità quasi elementare, ma questa ottantina di pagine nella mia copia hanno tante orecchie a segnalare – alla mia vecchia maniera – un notevole interesse e un buon giudizio di valore. In effetti la storia, che a molti è sembrata fredda come il resto della produzione di Modiano, prende il lettore un poco per volta. È la ricerca di un’appartenenza ad un padre e ad una madre, ma anche ad un paese e a una cultura.

L’autore racconta della propria nascita nella Parigi occupata dai nazisti, luogo che si ripete in molti suoi romanzi, e della sua ricerca di una famiglia a tutti i costi. La Parigi occupata è un luogo ambiguo: una patria e insieme un luogo ostile. Modiano sembra essere un irregolare, respinto sia dal padre, parigino discendente di ebrei toscani, prima fuggiti a Istanbul e poi tornati in Europa, troppo preso dai propri traffici più o meno leciti, sia dalla madre, un’attrice di teatro originaria di Anversa, troppo presa da se stessa, raccontata come fredda e distante. In questa ricerca di un’appartenenza ci sono alcune persone serie: innanzitutto il nonno materno che riesce a trovare nella sua misera pensione di operaio un po’ di soldi per lui, alcuni preti e le ragazze, che via via si occupano di lui. Egli è costretto dal padre a passare da un collegio all’altro con un tono direttivo e autoritario.

È un cane abbandonato come dice lui stesso fin dalle prime pagine, che cerca di costruirsi un pedigree (da cui il titolo del romanzo), cioè in termini più umani e meno disperati una storia a cui appartenere. Alla fine l’approdo alla scrittura rappresenta una sorta di riscatto. La descrizione della madre è terribile: “Era una ragazza graziosa dal cuore duro. Il fidanzato le aveva regalato un chow-chow ma lei non se ne occupava e lo affidava sempre ad altri, come più tardi farà con me. Il chow-chow si è suicidato gettandosi dalla finestra. Quel cane compare in due o tre fotografie e devo ammettere che mi commuove profondamente e che lo sento molto vicino”.

Quando racconta della morte del fratello, scrive ridotto all’osso: “In macchina mio padre mi ha annunciato la morte di mio fratello”; ma subito dopo smentisce l’ipotesi, affermandola: “A parte mio fratello Rudy, la sua morte, credo che niente di tutto ciò che riporterò qui mi tocchi nel profondo. Scrivo queste pagine come si redige un verbale o un curriculum vitae, a titolo documentario e certo per farla finita con una vita che non è la mia … non ho nulla da confessare né da spiegare e non provo nessun piacere particolare per l’introspezione … Piuttosto, più le cose restavano oscure e misteriose, più erano per me interessanti” . Qui sta la chiave del romanzo, il suo senso secondo, la sua morale: esso si presenta levigato, senza appigli, freddo e crudo, ma ciò non vuol dire che non ci siano emozioni: esse stanno sotto.

Pregevole è il ritratto di Parigi che ne emerge, vissuta attraverso la lente di una nostalgia lacerante, irta di nomi di persona e di luoghi, che ho un poco riconosciuto attraverso la memoria delle mie brevi visite alla città, ma che riconosco come luogo della memoria culturale, sociale e politica dell’Europa, dell’occupazione e della Resistenza, che ne è il fondamento, fino alla guerra d’Algeria e ai primi scandali del dopoguerra (l’affaire Ben Barcà), che sono abbastanza vecchio da ricordare e che sono il tradimento di quelle radici di sangue, analogamente a quanto è successo in Italia.
Forse non sarà – come ha detto la critica – un grande premio Nobel, ma meritevole di stare nel nostro pedigree di cittadini europei, il frutto di un meticciato che vogliamo negare, ostentando l’appartenenza nazionalistica, ma che è di tutti noi indistintamente. Tra l’altro c’è un storia di emigrazione, ebraica ed italiana (quella del padre di Modiano) e di tanti altri personaggi, madre compresa. Anche noi che siamo riottosi cittadini d’Europa siamo tutti meticci di epoche più o meno antiche, nonostante i nostri emergenti nazionalismi posticci, d’accatto.

Sembra non esserci l’emersione di un particolare complesso inconscio, ma il romanzo è appunto lo sforzo disumano di tenere congelate emozioni indicibili nella loro sofferenza. Lo stile è asciutto, molto particolare per un libro di memorie con molte frasi nominali, in cui le cose appaiono come casuali, scollegate e annotate quasi in modo notarile. Esse sembrano esprimere un senso secondo, cioè che siamo a questo mondo drammaticamente per caso, la vita di per sé è un coacervo di avvenimenti senza senso, siamo solo noi come comunità di umani che possiamo attribuirgliene uno; la letteratura, l’arte come le scienze servono proprio a questo. Lascio alla curiosità del lettore la scoperta di come faccia Modiano a trovarlo.

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