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Con Pergamena scopriamo La marcia di Radetzky

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JOSEPH ROTH
“LA MARCIA DI RADETZKY”
ADELPHI, MILANO, (1932) 2006, pp. 431

Ho pescano nella mia libreria questo libro letto nel 2015, quando ancora usavo il “metodo delle orecchie” e scrivevo i miei appunti di lettura in calce al volume stesso. Il gran numero di orecchie attesta il mio elevato gradimento, alla base del quale vi è una questione di stile.

Il romanzo è considerato il capolavoro di Joseph Roth, figura contraddittoria di un giornalista e scrittore, che è vissuto a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La critica fa fatica a collocarlo nell’ambito di un movimento letterario: l’ impostazione è sicuramente realista. L’autore usa gli strumenti consueti della narrazione senza indulgere in sperimentalismi, di cui pure fu contemporaneo, cioè le avanguardie letterarie del Primo Novecento.

Non sappiamo neppur esattamente la sua biografia, che egli ricostruì abilmente, in base ai bisogni del momento e soprattutto per adeguarla al sogno utopico del mondo perduto dell’impero austro-ungarico. Si descrisse come un ufficiale dell’esercito imperiale, quando fu solo un volontario nella prima guerra mondiale. Scrisse in tedesco, ma era originario dell’Ucraina, nato nelle vicinanze di Leopoli da una famiglia mista ebraica e cattolica. Egli si fece credere cattolico come la famiglia degli Asburgo. Girò per tutta Europa come corrispondente di varie testate e si rifugiò a Parigi, lasciando Berlino con l’affermarsi del nazismo da lui definito la “peste nera”.

Morì a Parigi nel 1939, appena in tempo per risparmiarsi la tragedia del lager nazista e del secondo conflitto mondiale. Volle essere sepolto con rito cattolico, m al suo funerale non si trovò il suo certificato di battesimo come ebreo convertito. Roth si costruì un mito monarchico e cattolico di sé per aderire al mito che si era costruito dell’impero cosmopolita austroungarico. E’ famoso per aver cantato l’elegia della “finis Austriae”. Il risvolto di copertina del libro dice che per lui “l’impero asburgico, prima che una realtà politica, fu un personaggio, forse il più grande fra i personaggi da lui creati”.

Questo libro rappresenta tale “personaggio” frontalmente, riuscendo “perfettamente nel suo intento”. In una recensione de “La marcia di Radetzky” del 1939 il grande critico letterario marxista György Lukács scrisse: “Il grande valore artistico di quest’opera è profondamente legato […] alla debolezza ideologica del suo autore. Se Roth non avesse le sue illusioni, non avrebbe potuto penetrare così in profondità nel mondo dei funzionari e degli ufficiali né rappresentare così compiutamente […] il processo della loro decadenza morale e sociale”.

Il romanzo narra la storia della famiglia Trotta, tre generazioni dal 1850 al 1916, assurta al rango di piccola nobiltà a causa di un atto eroico, quasi casuale del capostipite, che durante la battaglia di Solferino nella II guerra di indipendenza italiana salva la vita del giovane imperatore Francesco Giuseppe. Il primo barone Von Trotta spreca la propria fortuna in una serie di piccole rivendicazioni. Il figlio diventa un solerte commissario provinciale dell’impero, uno dei tanti ottimi burocrati la cui efficienza fece la fortuna dell’impero. Il nipote delle “eroe di Solferino” diventerà sottotenente dell’esercito imperiale, dissipando la propria vita in alcol, donne e gioco, e morirà durante la Grande Guerra, ponendo fine alla famiglia. Questa parte della storia è narrata anche nel romanzo “La cripta dei cappuccini” (1938).

Lo stesso incipit del romanzo indica la tragedia mortale della famiglia Von Trotta nel breve volgere di 60 anni: “I Trotta erano un casato di recente nobiltà. Il loro progenitore aveva ricevuto il titolo dopo la battaglia di Solferino … Il destino lo aveva scelto ad autore di un gesto straordinario. Ma egli provvide a che i tempi futuri perdessero memoria di lui”.

Rispetto allo stile Roth ha la grande capacità di tenere i contrasti e le corrispondenze nella stessa frase, non solo la corrispondenza tra vicenda narrata, stato d’animo dei personaggi, tempo e natura (ad es. la parte gloriosa del romanzo è estiva e quella del tramonto degli Asburgo e dei Trotta autunnale), ma soprattutto la corrispondenza tra il clima mortifero e pesante e la vicenda della morte dell’impero asburgico. Ad es. alla fine del dodicesimo capitolo, che racconta la vita dissipata dell’ultimo Trotta, troviamo: “C’è una paura della voluttà che è di per sé voluttuosa, come può essere mortale una certa paura della morte. Questa paura pervade ora il sottotenente Trotta”.

La morte in generale, e non solo la tanto sottolineata finis Austriae, cioè la fine della belle epoque, è l’allegoria del romanzo, che comincia con la morte sventata di Francesco Giuseppe a Solferino (non viene detto mai che fu una battaglia persa per l’Austria, né mai chi la vinse) e finisce con la morte vera dell’imperatore e con la morte inevitabile del secondo Trotta. Francesco Giuseppe muore ineluttabilmente come l’ultimo sottotenente Trotta, rimpiangendo di non essere morto a Solferino, di aver abusato del potere e della guerra, che è sempre peccato. Quindi il senso allegorico del romanzo va molto oltre la finis Austriae e il destino dei Trotta, che non vi possono sopravvivere.

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