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Con Pergamena il libro, scritto dalla figlia di una SS, “Lasciamo andare, madre”

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HELGA SCHNEIDER
“LASCIAMI ANDARE, MADRE”
ADELPHI EDIZIONI, MILANO, 2001, pp. 132

In questa domenica terribile, dopo che ieri abbiamo sentito risuonare offese gravissime antisemite verso la senatrice a vita Liliana Segre, propongo questa storia di un incontro altrettanto terribile, la storia è quella dell’ultimo (forse) incontro dell’autrice e della anziana madre, che l’abbandonò da bambina per andare a fare la guardiana SS nei campi di sterminio nazisti, scelta di cui non si è mai pentita.

L’autrice, che vive in Italia dal 1963 e scrive in italiano, ha scritto vari libri di tipo autobiografico sulla propria esperienza di donna tedesca che deve fare i conti con gli errori della propria madre nazista. Ha scritto anche libri di invenzione, ma anch’essi riguardano la stessa problematica del periodo nazista. Ella non riesce a spiegarsi come possa succedere che una madre abbandoni i figli di pochi anni (Helga e il fratello Peter) oltre al marito per una scelta così estrema. Ovviamente la madre non si pente e la figlia non può perdonarla. La storia dell’incontro in casa di riposo è piena di flash-back del passato. Le due donne si sono viste solo un’altra volta nel 1971, quando la figlia è andata a trovare la madre per presentarle il figlio con il desiderio segreto di vedere se la madre avesse recuperato affetti materni e fosse disponibile a considerarsi nonna.

Quell’incontro fu un fallimento: la madre riuscì solo a chiederle si misurarsi con la propria divisa da SS, che ella conserva gelosamente (come in casa di riposo porta una vestaglia dello stesso colore grigio della divisa), e a volerle regalare un pugno di gioielli sottratti alle ebree che aveva spinto nelle camere a gas. Ora un’amica l’ha avvertita che la madre ha più di 90 anni, sta andando incontro alla demenza e potrebbe essere un’ultima occasione. L’incontro è un lungo interrogatorio di Helga che cerca di capire la scelta, mai rinnegata dalla madre, la quale oscilla tra una perdita di memoria e sprazzi di una lucidità agghiacciante. Ne emerge il quadro di una personalità fanatica, a tratti infantile e di una superficialità terribile, convinta non solo di aver obbedito agli ordini (è la tesi sulla “banalità del male” della Arendt a proposito del processo ad Eichmann), ma di essere convinta di aver contribuito all’opera meritoria di liberare la Germania da una razza inferiore.

Ella dice: “Io quelle ebree le detestavo. Mi davano un fastidio quasi fisico, mi veniva il voltastomaco a vedere tutte quelle facce perverse, facce da razza inferiore”. Sono le ragioni tipiche di ogni razzismo di ieri e di oggi. La figlia spiega la scelta mai auto-criticata della madre con l'”addestramento di disumanizzazione”, che aveva subito in base alle indicazioni Goebbels. E’ la stessa ipotesi che ha fatto Rizzolati, lo scienziato che ha scoperto la base neurofisiologica dell’empatia – i neuroni specchio -, per spiegare il sovvertimento nazista dell’empatia umana. Vi ho trovato la conferma dell’idea che mi sono fatto per cui il nazi-fascismo non è il male assoluto, ma solo l’industrializzazione germanica di un processo razzista che è nato in ambito coloniale (quello delle riserve indiane e dei campi di concentramento in Africa), il quale oggi ci può sembrare la punta estrema del male di cui gli umani sono capaci, ma che può ripresentarsi in rapporto al percorso storico.

Per questo sono terribili le parole pronunciate ieri in piazza a Milano. Ma l’elemento più angosciante sotto il profilo umano è come può una figlia sopportare di avere una madre così. So di un figlio che ha rifiutato la paternità e il cognome stesso del padre SS, macchiatosi della strage di Sant’Anna di Stazzema, ma la maternità è un’altra cosa: ha a che fare con le viscere (a un certo punto Helga si chiede dei geni che ha ereditato dalla madre) e con la carne molto di più della paternità. E meraviglia che da una madre così siano nati figli sani di mente, del resto Helga è stata allevata da altri e nelle sue traversie ha incontrato anche una madre “putativa”, la direttrice di un istituto per “ragazzi difficili” dove la matrigna la fece internare nel dopoguerra.

È l’unica persona che Helga ha chiamato “mutti”, “mamma”. Gran parte dell’incontro è legato alla richiesta della madre di essere chiamata “mutti” (appunto). Helga trova una spiegazione alla rigidità della madre, ella si chiede: “si mostra irriducibile perché io la possa odiare, liberandomi dell’incubo?”, cioè una sorta di estremo, contorto atto di amore materno. Del resto il libro si conclude con una domanda senza risposta, che comunque non chiude, ma apre a un possibile futuro. La cugina ritrovata, che accompagna Helga nella visita alla madre le chiede: “Pensi di ritornare?”. La domanda senza risposta chiude il libro.

Mi sono fatto l’idea che questa storia di una figlia di una SS è la metafora continuata di una nazione intera, la Germania e in qualche modo l’intera Europa, soprattutto il nostro paese, dunque un’allegoria moderna, in cui emerge un contenuto inconscio politico-sociale troppo a lungo rimosso: quello dell’olocausto, che è stato, ma potrebbe ancora ritornare, con cui come dimostrano le parole terribili pronunciate ieri a Milano non abbiamo ancora fatto i conti fino in fondo.

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