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Gessi rossi a Montioni, Arpat: «Nessun legame tra acqua delle falde e sostanze rilasciate»

SCARLINO – “Ho massima fiducia nei risultati che emergono dalla relazione tecnica predisposta da Arpat in collaborazione con la Regione. Restiamo ovviamente aperti al dialogo, con le aziende e con tutti i soggetti dell’area coinvolti, per individuare soluzioni alternative ambientalmente compatibili e sostenibili”.

Così l’assessora all’ambiente Monia Monni durante la presentazione della relazione sui risultati dei controlli ambientali effettuati da Arpat nell’ex cava di Poggio Speranzona a Montioni. Alla presentazione, da remoto, è intervenuto anche il direttore tecnico di Arpat Marcello Mossa Verre.

“Questo documento – ha detto Monni – è preziosissimo per cercare di far luce su una vicenda molto complessa che mette di fronte due esigenze strettamente connesse e che vanno conciliate tra loro: tutela dell’ambiente da un lato, conservazione e sviluppo dei posti di lavoro dall’altro. In quest’area direttamente lavorano circa 500 persone, che diventano oltre un migliaio se consideriamo anche l’indotto. Parliamo di lavorazioni molto impattanti: per ogni chilogrammo di prodotto ce ne sono sei di scarti, con una produzione di gessi rossi molto elevata, circa 500 mila tonnellate l’anno”. Dalla relazione emerge chiaramente che dagli scarti collocati nell’ex cava non sono derivati problemi ambientali. “Questo ci rassicura – prosegue l’assessora. Ma ci dice anche che questi scarti non possono essere collocati in qualunque luogo e che occorrono valutazioni sito-specifiche molto puntuali. Fino ad oggi i problemi sorti nelle varie conferenze dei servizi erano soprattutto di tipo paesaggistico e naturalistico. Il confronto sulle modalità di smaltimento dei gessi è costante con le aziende del territorio, non possiamo pensare di autorizzare nuove discariche. C’è una sfida tecnologica che le stesse aziende devono cogliere e attendiamo da queste soluzioni dirette a ridurre gli scarti delle lavorazioni. Ci siamo dati appuntamento a settembre per valutarle e capire come conciliare tutela dell’ambiente e dell’economia e del lavoro e siamo fiduciosi che ci arriveremo”.

Il direttore tecnico di Arpat Mossa Verre ha spiegato chiaramente che “i punti fondamentali della relazione riguardano l’iter tecnico-amministrativo che ha condotto ad autorizzare l’utilizzo dei gessi rossi per ripristinare il sito di Poggio Speranzona e la ‘particolare sito- specificità dell’area’”.

Sul primo punto ha spiegato che “le autorizzazioni concesse a partire dal 2004 per il riutilizzo dei gessi per il ripristino ambientale dell’ex cava, fino all’ultima, quella del 2017, sono state sempre rilasciate non, come sarebbe stato possibile, secondo la cosiddetta ‘procedura semplificata’, ma seguendo quella ordinaria prevista dal decreto Ronchi e dal mutato quadro normativo”.

Riguardo invece al secondo punto, Mossa Verre ha sottolineato che “come illustrato e attestato da studi e pubblicazioni scientifiche effettuate sull’area, l’idrogeologia e la geochimica dell’area dell’ex cava di Montioni è fortemente influenzata e caratterizzata dai processi geologici che l’hanno interessata in passato e che tuttora la interessano. Collocazione in un’area di anomalia geotermica, varietà di mineralizzazioni presenti, circolazione delle acque presenti, di cui quella più profonda di tipo termale/geotermico: sono gli elementi che ne determinano una complessa geodiversità e singolarità idrogeochimica. Le rilevazioni che abbiamo condotto in circa 15 anni hanno messo in evidenza la mancata correlazione tra la composizione delle acqua di falda e le sostanze rilasciate dai gessi rossi. Infine, un eventuale processo di lisciviazione dei ‘gessi rossi’
non trova riscontro nei monitoraggi effettuati in questo periodo di rilevazioni”.

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