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Ecco il “tubo” che proteggerà Grosseto dalle piene dell’Ombrone: l’opera è costata 6,5 milioni di euro fotogallery

GROSSETO –  La città di Grosseto adesso è più protetta dalle piene del fiume Ombrone. E l’utilizzo della sua acqua viene ottimizzato senza più sprechi. Tra Ponte Tura e la centrale del Consorzio di Bonifica 6 Toscana Sud è in funzione il nuovo impianto di derivazione dell’Ombrone: un tubo in vetroresina lungo un chilometro e settecento metri, due metri e mezzo di diametro, ha permesso di intubare il canale originario ed evitare le perdite lungo il tragitto. Quelle infiltrazioni d’acqua che negli anni hanno rischiato di indebolire l’argine in uno dei punti più critici, costringendo Cb6 a interventi in somma urgenza per ripristinarne l’efficienza e prevenire il rischio di esondazioni.

Un’opera imponente, interrata e quindi senza impatto ambientale, costata 6,3 milioni di euro, ma strategica per la Maremma, tanto che il ministero delle politiche agricole ha finanziato totalmente l’intervento. E a San Martino, infatti, è stato il sottosegretario Francesco Battistoni a tagliare il nastro: “E’ un’opera che va a conciliare due esigenze fondamentali – afferma il sottosegretario – il risparmio idrico e il consolidamento dell’argine. E’ un progetto all’avanguardia, totalmente finanziato dal Ministero e va nella direzione di ciò che in futuro sarà il Pnrr”. “In territori protetti come è la Maremma è necessario passare attraverso tanti enti per arrivare alle autorizzazioni necessarie – ricorda il sottosegretario alle politiche agricole – ma per un progetto come questo è importante ricordare che le risorse sono state stanziate con grande impegno del Ministero e hanno permesso di arrivare a questa inaugurazione”.

Accanto al sottosegretario c’era Fabio Bellacchi, presidente del Consorzio di Bonifica 6 Toscana Sud: a otto mesi dall’inizio dei lavori l’impianto è attivo, rispettando i tempi dell’intervento. “La sicurezza idraulica per la città è il primo aspetto che vorrei sottolineare – spiega Bellacchi – possiamo dire che adesso l’argine a Grosseto è quasi del tutto messo in sicurezza. Non meno importante è l’aspetto dell’irrigazione, riusciamo a risparmiare circa il 30% di acqua facendo lavorare meglio e di più la centrale, senza perdere più neppure un millimetro d’acqua. E sappiamo che più la centrale produce, più si abbassa la contribuenza”.
A spiegare i dettagli del progetto è stato Roberto Tasselli, dirigente area progettazione di Cb6. “Questa giornata rappresenta il completamento di una serie di interventi di ristrutturazione dell’impianto irriguo consortile iniziato nel 1978 – ricorda l’ingegnere – E’ l’ultima parte  di un’opera strategica che migliora il servizio irriguo con l’intubazione completa del canale primario di irrigazione, dalla Steccaia a San Martino”. “Diamo più acqua in maniera più efficace – riflette Tasselli – a un impianto di irrigazione che serve 3.300 ettari di terreni nella zona sud di Grosseto. Non solo: questa tubazione trasforma un punto debole, avere acqua in una canaletta di cemento ai piedi di un argine classificato in seconda categoria idraulica, in un punto di forza. Perché crea una spalla ai piedi dell’argine rendendolo più sicuro”.

Per salutare questa opera così importante, ricco il parterre di autorità intervenute, a cominciare dal prefetto di Grosseto, Fabio Marsilio. Con lui rappresentanti dell’associazionismo e del mondo dell’agricoltura, il senatore Roberto Berardi e il deputato Luca Sani, oltre all’assessore regionale Leonardo Marras. “La città aveva già avuto grandi interventi di protezione come l’argine armato – ricorda l’assessore regionale all’economia – ma è evidente che oggi viene compiuto un altro passo cruciale per la sicurezza”. “Ciò che deve essere messo in grande evidenza, però – aggiunge Marras – è che il Consorzio di Bonifica mette a disposizione dell’agricoltura di quest’area della Maremma un’infrastruttura per l’irrigazione collettiva. E’ importante per la qualità ambientale, per il diritto ad irrigare e per la capacità di sviluppare nuove forme di agricoltura di precisione. Perché crea un’infrastruttura per lo sviluppo locale”.  “La vivacità con cui Cb6 ha presentato progetti per il piano nazionale irriguo – conclude l’assessore – fa pensare che sia solo la prima opera di altre che permetteranno di diffondere un reticolo per l’agricoltura strategico per la Maremma”.
Accanto al presidente Bellacchi, al direttore generale Fabio Zappalorti e al vicepresidente Gabriele Carapelli, i presidenti degli altri Consorzi della Toscana e i massimi rappresentanti di Anbi regionale, con il presidente Marco Bottino, e nazionale, con il presidente Francesco Vincenzi e il direttore generale Massimo Gargano.

“Questo è un intervento importante – osserva il presidente Vincenzi – che fa capire il ruolo dei Consorzi perché dimostra quanto queste realtà siano capaci di dare risposte ai tempi in cui viviamo, quello dei cambiamenti climatici. Occorrono riflessioni importanti, per avere una progettualità pronta a dare risposte sulla difesa del suolo, sulla sicurezza idraulica ma anche sulla distribuzione dell’acqua”. “Perché mentre piangiamo morti per le alluvioni – incalza Vincenzi – da altre parti  soffriamo per la siccità che colpisce le produzioni agroalimentari. Dare risposte alla transizione ecologica con risparmio idrico e produzione di energia idroelettrica sono temi importantissimi da tenere presenti anche nel Pnrr”.

“In Italia la situazione è quella della Germania – afferma il direttore Massimo Gargano, commentando il recente dramma tedesco – C’è una tematica di cambiamenti climatici che stiamo affrontando con determinazione. La conta dei morti con atteggiamento notarile non è più sostenibile. I Governi devono impegnarsi insieme: passare dalla cultura dell’emergenza a quella della prevenzione, dal ripristino dei danni alla bellezza dei paesaggi”. “E fare un atto di coraggio – conclude Gargano – quest’anno in Italia abbiamo già edificato in 770 ettari di terreni a media pericolosità e 285 ettari ad elevata pericolosità. In queste terre nel nostro paese vivono tre milioni di famiglie: quando cediamo al modello di sviluppo del cemento, la terra, il clima e l’ambiente si riprendono i suoi spazi. In Germania era un’area perifluviale, non si sarebbe dovuto costruire: a noi era successo nel 2012 a Soverato, ma purtroppo il passato insegna poco”.

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