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Cgil: «Imprenditori paghino il giusto salario e troveranno lavoratori. La colpa non è del reddito di cittadinanza»

GROSSETO – «È una falsa narrazione quella che vuole i lavoratori del turismo preferire il RdC ed evitare il lavoro: una triste strumentalizzazione che va a colpire una delle categorie che ha pagato di più la crisi creata dalla pandemia. I motivi sono altri» a dirlo è Andrea Ferretti, segretario provinciale Cgil.

«C’è l’imprenditore che dice: “Il primo che quest’estate mi chiede quante ore e per quanti soldi non si presenti neppure a fare il colloquio”. Ci sono gli albergatori che lamentano: “Il lavoro c’è ma non c’è voglia di lavorare”. C’è il politico che borbotta: “Camerieri non si trovano perché preferiscono i sussidi”. Questa continua polemica strumentale da parte del mondo economico-imprenditoriale ha davvero stancato. Quando qualcuno dice che il reddito di cittadinanza sottrae forza lavoro all’impresa o è in malafede o prende lucciole per lanterne».

«Lo sapete come funziona il Reddito di Cittadinanza (RdC) – chiede Ferretti -? Visto che al terzo rifiuto il diritto a percepire il RdC viene meno, se davvero si è convinti che il problema sia questo ammortizzatore sociale, basta cercare i lavoratori tramite il centro per l’impiego. Così i ‘furbetti’ verrebbero scoperti facendo un favore all’intera società. Perché si continua a fare reclutamento diretto e non si sceglie questa strada? Forse perché così poi si è costretti ad applicare i contratti nazionali e pagare regolarmente i lavoratori».

«Lo sapete quanto retribuisce il RdC ad un disoccupato senza reddito? Secondo l’Istat la media è di 586 euro mensili. Davvero si pensa che davanti ad un’offerta di lavoro seria si preferisca rinunciare? Un cameriere, a tempo pieno e regolarmente assunto, dovrebbe percepire una retribuzione tra i 1.366 e i 1.542 euro lordi al mese (6°, 4° livello) più straordinari e mance. Meglio stare a casa con il RdC? Sicuramente no. Ma, secondo certa narrazione, la giusta retribuzione contrattuale è vista come una ‘pretesa’ da tutti quelli così indignati per i comportamenti dei giovani, persi tra aperitivi e zero voglia di lavorare (gratis). Perché si pensa che dopo più di un anno a casa debba andare bene qualsiasi lavoro, al nero, sottopagato, in condizioni insostenibili e senza tutele».

«Secondo i dati forniti dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro in quel comparto si concentrano tassi di irregolarità superiori al 70%. C’è una moltitudine di lavoratori in nero o grigio, ci sono paghe da 4 euro l’ora e condizioni di lavoro e regimi di orario incontrollati. Spesso è un lusso in queste realtà persino il contratto a termine, a chiamata o in somministrazione. Poi ci sarebbe da considerare l’estrema precarietà del lavoro stagionale. Prima del Jobs act l’indennità di disoccupazione integrava i mesi non lavorati fino a coprire l’intero anno. Oggi la Naspi retribuisce solo la metà del periodo contrattuale e con importi nettamente inferiori. Rendendo di fatto questa tipologia di lavoro scarsamente attrattiva».

«Non si può far finta che il problema non esista. Bisogna trovare il modo di garantire lavoro regolare e salari decorosi. Ovviamente, senza rinunciare al reddito di cittadinanza che ha dato dignità a centinaia di migliaia di persone. Intanto, da subito, ci vorrebbe almeno una misura per sanare i rapporti di lavoro malati, a partire dalla retribuzione. Si metta almeno uno sbarramento al super sfruttamento salariale in atto, introducendo, come assoluta priorità, il salario minimo garantito per tutte e tutti quelli che lavorano, ovunque e in qualsiasi attività. Ieri, il Contratto Nazionale era sufficiente per perseguire progressivamente anche questo obiettivo, ma oggi la platea dei lavoratori esclusi reclama una misura adeguata alla nuova realtà del mondo del lavoro. Arrivando poi a trasformare in legge la ‘Carta dei diritti universali’, il nuovo statuto dei lavoratori della Cgil, sostenuta da migliaia di firme di cittadine e cittadini» conclude Andrea Ferretti.

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