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Pergamena ci parla dell’incontro d’amore di Sepulveda

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LUIS SEPULVEDA
“INCONTRO D’AMORE IN UN PAESE IN GUERRA”
TEA, MILANO, (1997), 2000, p. 202

Si tratta di una raccolta di racconti (24 per la precisione) di Luis Sepùlveda, scrittore cileno, esiliato dalla dittatura e morto recentemente per Covid nelle Asturie dove aveva eletto la nuova patria europea. La raccolta è divisa in quattro parti: la prima “Amori e disamori” con sei racconti; la seconda “Eroi e canaglie” con nove racconti; la terza “Imprevisti” con otto racconti e l’ultima “Un’altra porta del cielo” (pp. 189-198), che contiene un solo racconto con lo stesso titolo della sezione.

Merita partire dal titolo originale che non rispetta quello italiano, che pigramente dà alla raccolta i titolo del primo racconto sull’appuntamento d’amore di un guerrigliero, che combatte in Nicaragua, e una donna che gli deve una confessione. In spagnolo il titolo suona “Desencuetros”, che non è gran che per un libro che parla d’amore; letteralmente significa “disaccordi” o anche in senso più esteso “incontri mancati”. Lo stile di Sepùlveda, universalmente noto per il libro per ragazzi, “Storia di una gabbianella e del gatto che gli insegnò a volare” (1996), è asciutto, molto lontano dalla fluvialità latino-americana. Per sua stessa ammissione la sua abilità sta nel levare ed il riferimento è Hemingway. Stante la produzione del celebre autore nord-americano, mi è sembrato che il riferimento nascondesse l’esilità della vena narrativa del cileno, che viceversa ha tanti motivi per piacermi (l’esilio, la militanza politica, il comune sentire ecologista e sociale). Della tradizione sud-americana rimane in Sepùlveda una tendenza al realismo magico, cioè a narrare realisticamente situazioni che sconfinano col magico.

Nella raccolta vi sono due racconti che meriterebbero un intero romanzo: “Storia d’amore senza parole”, che racconta la storia dell’incontro nella Santiago degli anni Sessanta in qualche modo mancato tra la voce narrante e la modista Mabel, la quale prima si concede e poi scompare come tutto il contesto, città compresa; soprattutto “Una casa a Santiago”, anche questa è la storia di un amore mancato tra l’adolescente che la racconta e Isabel. I due giovani si incontrano ad un ballo in casa e si prendono a prima vista: lei si concede a qualcosa di più di un bacio di commiato a fine serata in una scena di amore e sesso descritta in maniera molto appassionata con l’assaggio degli “sconosciuti sapori della sua bocca verticale e segreta”.

I due si danno appuntamento per finire il discorso incominciato, ma sono destinati a non incontrarsi più. Il protagonista misteriosamente non trova per due volte di seguito la porta di Calle Ricantén 20, verde con in alto una mano metallica che regge una sfera, nonostante la descrizione in dettaglio dei suoi due amici di scorribande. La ritroverà molti anni dopo ritratta in una mostra fotografica a Zurigo in una giornata in cui piove a dirotto. Non dirò altro, lasciandolo alla curiosità del lettore. In questa storia d’amore appassionata c’è anche una potente riemersione del rimosso inconscio: un sogno, prima del mancato appuntamento, dove a non esserci più è il padre del ragazzo, la sparizione di un maschio avversario per altro molto accondiscendente. Anche qui il contesto è la Santiago prima del golpe, a cui allude un passaggio dolente che si riferisce ai tre ragazzi: “quel trio di uccelli incapaci di prevedere la catastrofe che li aspetta alla fine dei primi voli” (p. 143).

Sembra l’abbozzo di un romanzo di formazione, nostalgico, ma senza retorica. C’è un posto che contiene tutta la vita, la casa di Calle Ricatèn 20 e in senso più generale Santiago, a cui non potremo più tornare, una perdita enorme e non risarcibile come quella del grembo materno. La voce narrante parla delle sue difficoltà di adolescente nell’affrontare a vita, una sorta di linea d’ombra per dirla con Conrad, che va superata e non ci si riesce, almeno al momento (è il mancato incontro con Isabel, perso per sempre se non ritrovato in foto, non per caso la porta).

La mia impressione è che Sepùlveda sia sempre sul punto di scrivere un grande romanzo. Il suo migliore rimane il primo, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, anche quello abbastanza esile. All’epoca scrissi alla fine della nota di lettura: se Sepùlveda scriverà il suo grande romanzo sarà “probabilmente sull’esilio” (2015). Tutta l’opera del cileno verte sull’esilio e non può essere diversamente per chi ha patito il golpe cileno del 1972, che ha portato via tutte le sue speranze e anche mote dellle nostre. Ci ha provato con “Ritratto di gruppo con assenza” (2010), rimanendo come al solito al disotto delle mie aspettative: sono i ricordi di un esule, non un romanzo.

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