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Intervista al campione di ciclismo Max Lelli, orgoglio maremmano

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GROSSETO – Max Lelli, classe 1967, una carriera da professionista durante la quale ha collezionato numerosi successi. I suoi traguardi fanno parte della storia del ciclismo. Ora si dedica a progetti ed iniziative che hanno tutti come filo conduttore la sua grande passione: il ciclismo.

Ormai i tuoi fan sanno tutto di te, ma viene spontaneo chiederti alcune cose che solo tu puoi raccontarci.
Inizierei con chiederti …
Quando è iniziata la tua passione per il ciclismo e all’inizio era solo uno svago o lo aveva già inteso come uno sport?
“Ho iniziato sin da molto piccolo in una squadra del mio paese, e da subito, ero determinato a fare bene e con un sogno nel cassetto”.

Chi ti ha sostenuto nella sua ascesa da campione?
“In primis la mia famiglia – è importante averla al tuo fianco quando intraprendi uno stile di vita così impegnativo – e poi tutti i direttori sportivi delle varie squadre dove ho gareggiato”.

Quale gara ti è rimasta più impressa in carriera?
“Sicuramente la salita del Monviso dove arrivai primo e l’anno successivo secondo per un soffio”.

Vorrei chiederle ora dell’amicizia con Pantani e Cipollini.
“Sono due persone che hanno segnato la mia carriera, due amici con cui mi allenavo spesso. A proposito di questo vorrei raccontare un piccolo aneddoto: erano circa tre mesi che Pantani non toccava la bici, io invece ero in piena forma. Decidemmo di andare a fare un giro sul monte Argentario; dopo qualche chilometro trovammo la prima salita. Io non ero un fenomeno in salita, ma mi difendevo. Lui dopo qualche centinaio di metri riuscì comunque a staccarmi. Questo per farvi capire quanto fosse forte Pantani”.

Come fu arrivare a soli 22 anni nono al giro d’Italia?
“Sicuramente una grossa soddisfazione che mi diede la motivazione per continuare”.

Dopo il ritiro hai mai pensato di fare il coach?
“Sì, ho messo nei conti questa ipotesi, ma non è mai stato qualcosa di concreto”.

Cosa hai notato di diverso nel ciclismo odierno rispetto a quando correvi?
“C’è sicuramente una differenza: si è molto più seguiti tramite una radiolina che ha ciascun corridore”.

Come è stato vincere come primo italiano il giro del Portogallo?
“Sicuramente fu una grande soddisfazione vincere non in casa”.

Ti sei mai confrontato con un ciclista di livello più alto?
“Durante ogni corsa che correvo c’era qualcuno che poteva battermi e questo era un motivo in più per dare il massimo”.

Ti è mai capitato di aiutare un tuo compagno in difficoltà?
“Nel ciclismo esiste un ruolo che è il gregario, il quale ha il compito proprio di aiutare i propri compagni; quindi sì mi è capitato”.

Se potessi rivivere una gara del passato quale sceglieresti?
“Sicuramente la seconda salita del Monviso, vorrei riprovare a fare la doppietta”.

Un consiglio per chi volesse intraprendere questo sport?
“Se vi piace questo sport provate in tutti i modi a praticarlo. Il ciclismo, come altri sport, è motivo di svago e fa bene alla salute e poi chissà magari potrete raggiungere il vostro sogno di diventare professionisti”.

Bene finirei qui questa intervista, anche se ci sarebbero molte altre cose da chiedere. Grazie a Max Lelli per l’opportunità.
“È un piacere trasmettere la mia passione soprattutto ai giovani e come si dice in gergo ciclistico: Alè! Alè!”

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