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Pergamena racconta “La mossa del cavallo” di Camilleri

ANDREA CAMILLERI
“LA MOSSA DEL CAVALLO”
RIZZOLI, MILANO, 1999 (PRIMA EDIZIONE)
SELLERIO, PALERMO, 2017

Dato che qualche politico presuntuoso ha citato la “mossa del cavallo”, andiamo alla fonte: il romanzo di Andrea Camilleri, che è ambientato nella Vigata della seconda metà dell’Ottocento. È un incrocio tra due generi che Camilleri ha coltivato: il romanzo storico e il giallo. Inoltre sta nel filone migliore dello scrittore siciliano, quello sperimentale, in una forma particolare di bilinguismo: il dialetto siciliano e quello genovese.

L’enorme produzione di Camilleri può dividersi in tre filoni: la serie dei gialli del commissario Montalbano in dialetto siciliano, che lo ha reso famoso; i romanzi storici, a cui l’autore tiene molto, e infine i romanzi di costume contemporaneo in italiano, che a mio giudizio sono i meno riusciti e che sono fuori dell’ambito sperimentale. Chi fosse interessato ad uno sguardo panoramico di tutta l’opera può leggere il monumentale “Tutto Camilleri” di Gianni Bonina, edito da Sellerio nel 2009.

“La mossa del cavallo” è uno dei migliori romanzi di Camilleri, secondo solo a “La rivoluzione della luna” (Sellerio, 2013), anche quello bilingue (siciliano e italo-spagnolo), di cui qui non abbiamo ancora parlato. La storia dell’ispettore dei molini Bovara (siamo all’epoca della famigerata tassa sul macinato) avviene nell’autunno 1877 e lo spunto è da una storia vera, riportata da una contro-inchiesta di quegli anni, che si contrapponeva a quelle parlamentari. Bovara, nato a Vigata e cresciuto a Genova, viene rimandato al suo paese natio e si trova dentro una storia di mafia, in cui il capo locale, Don Cocò Afflitto, si arricchisce con un mulino mobile, evadendo le tasse.

Cocò è il vero protagonista del romanzo, il burattinaio che muove tutte le fila e che non campare mai, come è caratteristico della mafia da sempre, circondata da segreti ed omertà. Ovviamente la mafia conta sulla complicità delle pubbliche istituzioni (i settentrionali ci fanno la figura dei “pirla” presi per il naso: quando intralciano troppo vengono trasferiti, niente di nuovo sotto il sole) e dei notabili borghesi (il factotum della mafia è l’avvocato Fasulo).

Quando arriva Bovara (ragioniere a cavallo), si trova subito preso nella ragnatela delle complicità, a cui si sottrae sdegnosamente, ma viene subito giocato: si trova ad essere testimone dell’assassinio di un “parrino”, un prete, corrotto, usuraio e “fimminaro”, padre Carnazza, l’ultimo amante della vedova-buttana Tresina Locicero.

Bovara non capisce quanto gli dice in vigatese il prete morente (capisce “fan cu…lo” per il nome del mandante del suo omicidio, “Fasulo”; “cuscino” per “scuscino”, il cugino Don Memè, a cui ha sottratto molta “robba”, che è l’esecutore). Quando si presenta ai regi carabinieri, viene incolpato dell’uccisione e arrestato. Cerca di capire cosa sta succedendo e recupera il suo dialetto originario: comincia a parlare e soprattutto a pensare in vigatese. Architetta così la sua mossa del cavallo, cioè un salto di lato poco ortodosso, che spiazza i suoi nemici e che lascio alla curiosità dei lettori. Si salva dalla galera, ma non riesce a mettere in crisi la rete della mafia.

La morale è semplice: la ragione – se segue strade non ortodosse – prevale sulle passioni (denaro, sesso ecc.), ma non ce la fa con la mafia, che è problema sociale e politico con tutte le sue connivenze, per questo mai risolto in Italia.

Proprio in questi giorni (oggi, 23 maggio, ricorre l’anniversario della strage di Capaci, dove vennero uccisi Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta) tutti parlano della mafia e della sconfitta dello stato con la solita retorica, che cela la collusione di fondo, salvo qualche lodevole eccezione nel giornalismo d’inchiesta.

La riduzione televisiva è abbastanza fedele, ma non rende bene l’idea della mossa spiazzante (del resto difficile tra trasporre nel linguaggio cinematografico, lascio al lettore scoprire da sé di cosa si tratta), ciò ribadisce la vecchia distinzione dei linguaggi e dei generi (romanzo e cinema) e per me la superiorità del romanzo.

Questa volta Riondino, impacciato nel genovese rispetto ai panni del giovane Montalbano, è sottotono, mentre particolarmente capaci sono alcuni attori caratteristi: Don Memé, monomaniaco cugino del parrino Carnazza e la vedova assatanata Trisina Locicero.

Nel romanzo ci sono tre potenti emersioni dell’inconscio, significate dal ritorno del ragionier Bovara al dialetto della sua infanzia: la riscoperta della lingua materna, appunto il dialetto, le passionacce, che scatena in tutti gli uomini Trisina, e l’oscuro indicibile politico, le trame della mafia e le sue collusioni. In questo Camilleri è davvero un maestro.

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