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Ve lo racconto io Castiglione: storie di paese e di mare

Inizia oggi una nuova rubrica. Si tratta di una rubrica di ricordi “di paese e di mare”. A guidarci, come un Virgilio maremmano, Maurilio Bartolini, che ci propone un paese, Castiglione della Pescaia, così come torna nella sua memoria. Un paese semplice, come era la località quando lui era ancora un bambino. I racconti prendono le mosse da una pubblicazione dal titolo “Te lo racconto io Castiglioni”.  Noi vi proponiamo i racconti così come li ha scritti Maurilio. Buona lettura.   

CASTIGLIONE DELLA PESCAIA – Mi piaceva andare al mare al Maristella; il Viareggino, sua moglie e le due figlie erano persone simpatiche. Sopportavano le bischerate di noi bimbetti. Facevamo le palle con la sabbia bagnata e le disponevamo sotto le cabine in modo che non si “sfacessero” al sole. Poi le utilizzavamo come munizioni tirandocele addosso.

Unica raccomandazione era quella di non stare troppo vicino ai pochi villeggianti che stavano sotto gli ombrelloni, nelle sdraio di legno e tela.
Loro non potevano essere disturbati, erano il guadagno della stagione estiva.

Allora chi aveva l’ombrellone aveva anche la cabina e anche se ancora non si mangiava sul mare come al ristorante, consumavano pezzi di schiaccia o pizzette e bevevano gassose o aranciate e chinotti “Sampieri” nello spazio comune vicino al “gabbiotto”.

Io arrivavo al bagno accompagnato da mio fratello che poi si dileguava intento ad altre faccende, e nonna Giulia, che abitava nella casa proprio di fronte al Bagno Maristella, ogni tanto controllava che tutto andasse bene. Insomma un’occhiata nonna, un’occhiata il viareggino, un’occhiata Maristella e l’altra sorella, di cui non ricordo il nome, e non si poteva certo sgarrare. D’altro canto portavo ancora “i sandali con gli occhi” e la mia libertà non poteva che essere limitata

Quegli strani sandali determinavano il discrimine tra chi era ancora piccolo ed i ragazzi, erano per così dire il marchio che ci distingueva. Mi faceva compagnia, insieme ad altri, il Gobbetti con il quale combattevo furibonde battaglie con le palle di sabbia. Ce le tiravamo in costume e ogni palla lasciava il segno sul nostro corpo.

Insieme a Carlo ci inventavamo storie di gallerie scavate sotto la sabbia dove immaginavamo di avere una seconda vita da super eroi, a noi Nembo Kid, si perché Superman era Nembo Kid, ci faceva un baffo.

Si univano a noi anche i figli dei villeggianti che di volta in volta erano presenti. Finivamo sempre per dividerci in due fazioni, noi e loro e le battaglie si trasformavano in guerre.

Poi arrivava il momento del bagno e, sotto l’occhio vigile di un adulto, ci tuffavamo tutti insabbiati e rimanevamo in acqua fino a vedere i polpastrelli delle mani “avvizzire”.

Poi uscivamo e ci gettavamo sulla sabbia caldissima a pancia in giù portandoci freneticamente la sabbia verso il petto per scaldarci.
Non usavamo asciugamani ma godevamo di quella sensazione speciale provocata dal caldo della sabbia sul corpo infreddolito.

Dopo poco, una volta “asciutti”, ci avvicinavamo al “gabbiotto” dove il viareggino conservava i bomboloni dentro una specie di scatola con sopra una rete per non far entrare le mosche. Li  divoravamo come se non ci fosse stato un domani facendoci gocciolare la crema o la cioccolata  sotto le labbra piene di zucchero per poi reindirizzarle in bocca con le dita.

Il rito si ripeteva con una certa regolarità ed è durato per tutto il tempo nel quale ho  avuto “gli occhi ai piedi”.

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