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Con Pergamena alla scoperta della Therese Raquin di Emile Zola

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EMILE ZOLA
“THERESE RAQUIN”
BUR RIZZOLI, MILANO, (1868) 2015, pp. 29-196

E’ il primo romanzo di uno dei maggiori esponenti del cosiddetto “naturalismo” francese, prima che progettasse il cliclo dei Rougon-Macquart, a cui vanno ascritti i successivi titoli più noti di Zola. C’era stata un’anticipazione con un titolo a tutta prima ironico “Un mariage d’amour” (1867), uscito in tre puntate in rivista.

L’edizione che ho letto riporta l’introduzione di uno dei massimi esperti del “naturalismo” francese, Philippe Hamon (pp. 5-13), che cita un’annotazione di Zola, per cui nella preparazione di un romanzo molto più noto “La bestia umana”, l’autore si pone il compito di “fare qualcosa di simile a ‘Thérèse Raquin'”. Quindi “il romanzo, visibilmente, rimane uno dei suoi figli prediletti”.

Nella sua difesa dalla critica più tagliente, che ne accompagnerà l’uscita con l’accusa che il naturalismo è “la letteratura putrida”, Zola scriverà nella prefazione alla seconda edizione (1868): “In ‘Thérèse Raquin’, ho voluto studiare dei temperamenti e non dei caratteri. In questo è racchiuso tutto il libro. Ho scelto dei personaggi smoderatamente dominati dai nervi e dal sangue, privi del libero arbitrio, trascinati in ogni atto della loro vita dalle fatalità della carne”. E’ una buona definizione della poetica del naturalismo, cioè uno studio scientifico, psicologico e fisiologico insieme, del destino fatale degli umani in un determinismo naturale a cui non si può sfuggire.

In realtà questo primo romanzo è molto meno naturalista degli altri che lo seguiranno, in cui il destino determinato biologicamente acquisterà un senso preminente. La descrizione, quasi puntigliosa ed ossessiva, della psicologia dei personaggi, ne fa un romanzo psicologico di tipo sperimentale con una preminenza data all’orrido (come ha notato Oscar Wilde, citato in quarta di copertina) e al fantastico con la mediazione del determinismo delle allucinazioni dei personaggi. Giustamente Hamon ha citato in proposito il racconto di argomento vampiresco di un altro naturalista, l'”Horla” di Maupassant. Questo è il rovescio del naturalismo e del suo preteso omaggio all’oggettività.

I nervi sono rappresentati dal temperamento di Thérèse e il sangue da quello del suo amante Laurent. Essi intrecciano una relazione adulterina, segnata dal prevalere della passione carnale, che li porterà a progettare e a realizzare l’omicidio dell’inutile e malaticcio Camille (da “camomilla”), cugino della protagonista, convinta a sposarlo dalla zia merciaia, a cui la ha affidata il fratello reduce da una relazione algerina da cui è nata Thérèse. Sin qui è un classico ottocentesco “romanzo di adulterio”, ma l’orrido e il fantastico irrompono attraverso il “fantasma” di Camille, evocato dai rimorsi dei due amanti-omicidi, che si istalla fatalmente tra loro e ne impedisce il godimento del matrimonio successivo all’omicidio. Le allucinazioni e i deliri, determinati dal rimorso, li porteranno ad un esito fatale (che non rivelo per non compromettere la suspance di questo vero e proprio “noir”), che avverrà sotto lo sguardo della vecchia merciaia, responsabile inconsapevole (come fosse cieca) del loro destino, costretta ad assistere, prigioniera del proprio corpo paralizzato, in cui vivono solo gli occhi.

Il crescendo psicologico ha una sua logica stringente ed ossessiva, che rappresenta l’interessante della trama.

E’ stata tentata un’interpretazione psicoanalitica, richiamando Freud, a cui erano note le personali ossessioni di Zola, ed in particolare il saggio su “Il perturbante”, che è appunto centrato sullo sguardo (invocando Pellini, 2004, e Mazzoni, 2011). Ci sarebbe anche qui un “ritorno del rimosso” perturbante. La tragedia degli Atridi, in particolare gli adulteri Egisto e Clitennestra, che uccidono Agamennone appena tornato da Troia, fu richiamata da quel critico acuto che era Sainte Beuve nella sua lettera a Zola del 10 giugno 1868.

Ma egli la ritiene insufficiente a spiegare cosa accade tra i due amanti-assassini. Egli dichiara esplicitamente: “Non capisco nulla dei vostri amanti, dei loro rimorsi e del loro raffreddamento improvviso, prima di aver raggiunto i propri scopi”. Provo a fare un’ipotesi: nel romanzo di Zola c’è un triangolo permanente (che evidentemente rimanda all’Edipo), il quale non viene mai superato ed è insuperabile, qui sta il patologico e la tragedia. Prima c’è la merciaia con i due ragazzi, che tratta come se fossero uguali (Thérèse è costretta a dormire con il cugino malato e a prendere le stesse medicine). Questo terzetto continua a vivere insieme finché non arriva il sanguigno e robusto Laurent.

I due adulteri riescono a consumare la loro passione finché Camille è vivo, quando lo uccidono il suo spettro si istalla tra di loro nel letto coniugale. Al rovescio di Edipo, che sopravvive cieco alla propria colpa (c’è qui una simmetria), la vecchia merciaia è costretta suo malgrado sotto le vesti della vendetta di Camille a guardare immobile l’esito tragico della storia dei due amanti (si noti nel finale i suoi inevitabili “sguardi di piombo”).

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