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Pergamena ci racconta le “Memorie del primo amore” di Giacomo Leopardi

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GIACOMO LEOPARDI
“MEMORIE DEL PRIMO AMORE”
ADELPHI EDIZIONI, MILANO, (1817) 2007, pp. 62

Questo libricino, pubblicato nella “Biblioteca Minima” dell’Adelphi a cura di Cesare Galimberti contiene l’elegia “Il primo amore”, scritta negli stessi giorni in cui il poeta scriveva queste memorie, che rappresenta la prima “battaglia/D’amor” di Leopardi. Di solito le “Memorie del primo amore” (secondo il titolo di Francesco Flora) sono citate in un accenno della storia della letteratura italiana, ma non è un testo di abituale lettura.

Eppure questo diario del primo amore di Leopardi è il retroterra dell’elegia “Il primo amore”, che nei “Canti” rappresenta uno spartiacque decisivo tra le canzoni politiche e patriottiche della prima parte e gli idilli che vengono dopo, anche se la datazione è precedente e quella collocazione sfugge al criterio cronologico che ordina i “Canti”; come se il poeta dicesse: la metto qui perché apre il mio discorso poetico in senso stretto. L’occasione di leggerlo si è presentata nell’intervallo di un viaggio, dove l’ho pescato in una libreria della stazione Termini a Roma. Colpisce l’innamoramento di una adolescente per una parente pesarese, venuta in visita a Recanati, donna fatta, sposata e “membroruta”, che come dice Galimberti giustamente è vicina all’immagine della natura madre e matrigna dell’operetta morale “La natura e l’islandese”.

Come non vedervi la trasfigurazione della madre di Leopardi anaffettiva e distante, Adelaide Antici, che riteneva giusta la morte dei figli? Quell’immagine ritorna di continuo nei “Canti” ed è trasfigurata nella “luna”, tanto cara a Leopardi, figura di donna bella, fredda e irraggiungibile, vergine non godibile, assenza non colmabile mai.

Nell’analisi dei moti del proprio animo Leopardi è un vivi-settore, come egli si auto-descrive in queste “Memorie”, un precursore della psicoanalisi, competenza che credevo gli derivasse dalla conoscenza dei sensisti francesi. Non ho trovato conferma di questa tesi e penso che tale inconsueta capacità analitica, oltre a derivare dal suo talento eccezionale ed alla dimestichezza con i moti del suo cuore, gli sia venuta dal suo cimento sui testi letterari di sette lingue diverse come filologo. Egli affaccia anche un’ipotesi circa la propria natura “malinconica”, a cui si stente condannato dalla sua “cieca ingordigia”.

Sembra abbozzata la psicodinamica di una depressione nevrotica o “esigente” secondo Arieti e Bemporand (1978), in cui il bisogno d’amore è insaziabile. Se ne dovrebbe arguire che il piccolo Giacomo fu separato precocemente dalle cure materne in maniera drastica (è il precoce passaggio alla balia di cui fa cenno la biografia di Renato Minore del 1987). Egli fu condannato a cercare tutta la vita il paradiso che aveva irrimediabilmente perso, l’infanzia favolosa di cui parlò spesso. Vi sarebbe in questo un doloroso ritorno del rimosso, cioè dell’amore infantile del poeta per la propria madre. Dunque per questa via si arriva a smentire l’ipotesi della “depressione melanconica” (o psicotica), fatta da Citati nel suo “Leopardi” (2010).

Quello di Leopardi era un classico problema nevrotico, l’esigenza inestinguibile di amore, la sua “ingordigia”, che non riuscì mai a soddisfare nella sua vita. Questa disquisizione diagnostica avrebbe poco senso, anche perché chi scrive non condivide nessuna “patobiografia”, cioè la spiegazione della vicenda poetica di un autore attraverso la conoscenza della sua patologia.

Un tale atteggiamento rimarrebbe interno alla vieta vulgata di Leopardi pessimista perché gobbo. Ha senso rispetto alla capacità di autodiagnosi di Leopardi, che si pensò sempre “un malato di nervi” (cfr. il meschino, ma informato libro del suo sodalizio con Antonio Ranieri a Napoli, 1880). Dunque il suo pessimismo non ha radici melanconiche o patobiografiche, ma è una riflessione smagata sulla condizione umana, fondata sulla conoscenza approfondita di sé, come molto spesso avviene in campo artistico e letterario.

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