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Chicche di Maremma: l’ultima ghigliottina a Grosseto

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GROSSETO – Le storie, anche le più turpi, iniziano tutte con “C’era una volta”. Ma questa non è una storia come tante, e non è neanche una leggenda, né tanto meno un racconto tramandato, che porta con sé particolari romanzati tipici della trasmissione orale. E’ una storia di cui si hanno molti documenti, oggetto di storiografia e di libri. E’ una storia di Maremma, ma non come le altre: è la storia dell’ultima ghigliottina grossetana.

Montepescali, 16 giugno 1821. La famiglia Tacchia, composta dal padre Giambattista e i due figli Filippo e Bernardo, viene rapinata e uccisa nel bosco tra Montepescali e Braccagni.

Giambattista, norcino di professione umbro, da tempo ogni inverno veniva in Maremma, a Montepescali, per vendere la carne. La sua attività in Maremma andava così bene che, per quell’anno, decise di portare con sé i due figli maggiori, Filippo e Bernando. Nella stagione maremmana del ’21 la famiglia Tacchia, infatti, riesce a mettere da parte un bel tesoretto, che diventa presto oggetto del desiderio della “Banda dei Barbieri”, un gruppo di banditi con base all’osteria di Tondicarlo, ai piedi del poggio di Montepescali.

I “Barbieri” sono Luigi Menchini, Luigi Masolini, Tommaso Gianneschi, Serafino Cristofani e Vincenzo Bartoli. E’ Menchini a maturare l’idea di furto e assassinio: il misfatto si sarebbe realizzato nel giorno della partenza dei Tacchia da Montepescali per fare ritorno in Umbria.

La partenza dei norcini è prevista per la mattina del 16 giugno. I banditi anticipano i Tacchia sul percorso, nelle vicinanze di Batignano, aspettando appostati il loro passaggio. Giambattista e i suoi figli, di buon mattino, caricano le bestie e il carro, pregano e salutano gli amici di Montepescali e, felici di tornare a casa, partono alla volta dell’Umbria. Arrivati a valle, i Tacchia però cadono nell’agguato preparato dalla Banda e muoiono trucidati. I banditi, da parte loro, una volta concluso il terribile misfatto, scappano con il bottino: duemila lire italiane d’oro e d’argento e un orologio.

I cinque malviventi vengono catturati poco dopo e il 3 giugno dell’anno successivo, nel 1822, inizia il maxi processo contro la Banda dei Barbieri che si celebra, con 180 testimoni, nel Tribunale della Ruota Criminale di Grosseto nel Palazzo Pozzi (ristrutturato nel 1885 per trasformarlo nella nuova sede delle Poste, oggi Archivio di Stato).

Nel giro di quattro giorni, il 7 giugno, si arriva alla sentenza: il verdetto finale sancisce la condanna a morte per tutti gli inputati. Successivamente, quattro delle cinque pene capitali vengono commutate in lavori forzati. Solo Tommaso Ginanneschi, accusato di essere il principale colpevole della strage, salirà sulla ghigliottina. E’ la mattina del 16 novembre 1822, siamo a Grosseto, nell’attuale piazza Fratelli Rosselli: qui il boia taglia la testa a Ginanneschi.

Ecco come viene ratificato e registrato l’evento: “Ill/mo Sig. Vicario Regio del Tribunale di Grosseto, addì 16 novembre 1822. Alle ore 10 in punto di questa suddetta mattina, è stata data esecuzione alla sentenza di morte contro il condannato Tommaso Gianneschi di Brandeglio nello Stato di Lucca confermata con restritto il 4 ottobre 1822 col Taglio della Testa. Quale esecuzione ha avuto luogo per mano del carnefice col mezzo della ghigliottina sul prato denominato San Michele fuori di questa Porta Nuova. Ciò è quanto si doveva ottemperare. Dev.mo, Obbl.mo, Serv.le Francesco Buccelli”.

Quella del bandito Ginanneschi fu l’ultima ghigliottina della Maremma.

Qualcuno potrebbe dire: ma in Toscana la pena di morte non era stata abolita nel 1786 da Leopoldo II di Lorena? Sì, è vero, ma ci furono dei periodi, tra il 1786 e il 1895, in cui fu reintrodotta.

La pena capitale in Toscana tornò a regime nel 1790. Sull’onda dei primi fatti della Rivoluzione Francese, scoppiarono rivolte anche in Toscana, tumulti che preoccuparono lo stesso Pietro Leopoldo che, in un atto di rabbia, ripristinò la pena di morte per tutti coloro che volevano rovesciare il Governo.

Nel 1795 il successore di Pietro Leopoldo, il figlio Ferdinando III, non solo confermò le ultime disposizioni del padre in tema di pena capitale, ma ne estese l’applicazione anche per altri reati, tra cui i delitti di lesa maestà, quelli contro la religione e gli omicidi premeditati.

Successivamente, con l’annessione alla Francia (3 marzo 1809), in Toscana venivano applicate le leggi e i codici francesi, tra cui quello penale che prevedeva la pena di morte.

Subito dopo la restaurazione lorense, il granduca Ferdinando III riconfermò la pena capitale, estendendola anche ai furti violenti.

Il taglio della testa con ghigliottina in Toscana fu introdotto nel 1817, essendo questa pratica “fisicamente meno dolorosa” di altre – spiegavano -, come quella con l’uso della forca, tra le più utilizzate nel Granducato. Il ricorso alla ghigliottina, e alla pena di morte in generale, rimase comunque molto raro in Toscana. L’ultima ghigliottina della Regione fu nel 1830, quando fuori della Porta della Croce a Firenze venne decapitato Vincenzo Rosi, feroce assassino originario di Porto Ercole (Monte Argentario).

Nel 1848 ci fu una nuova abrogazione della pena di morte in Toscana, che fu reintrodotta nel 1853, per essere nuovamente eliminata nel 1859. Ma dal 1830 al 1859 le poche pene capitali emesse dai tribunali furono tutte commutate in lavori forzati.

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