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Coronavirus, la preside: «C’è chi parla di scuola e critica il nostro operato senza averne cognizione»

GROSSETO – “C’è chi parla di scuola e critica l’operato dei presidi in merito alla gestione dell’emergenza, senza averne cognizione”, dichiara la dirigente scolastica del Polo Manetti Porciatti Lucia Reggiani dopo la chiusura del plesso.

“Dopo la comunicazione ricevuta dalla Asl – spiega -, che segnalava diversi casi di positività al Covid nel nostro Istituto, e l’iniziativa assunta conseguentemente dal sindaco di Grosseto, che ringrazio per la repentina scelta, di chiudere la scuola al fine di evitare la diffusione del virus, mi permetto di entrare nel vivo di alcune questioni che attengono alla presunta immobilità rispetto alla emergenza che, secondo alcuni detrattori, manifesterebbero i dirigenti scolastici.

In primis faccio presente che al fine di evitare ulteriori e incontrollati contagi, già da alcuni giorni, quasi tutte le classi del plesso erano state progressivamente avviate alla didattica digitale integrata, così da evitarne la presenza fisica nelle aule.

Duole constatare che anche in questo momento drammatico e tragico c’è chi parla della scuola, ritenendo di averne titolo e di conoscere l’argomento, forse solo perché è stato studente. Di conoscere approfonditamente la pedagogia, le metodologie didattiche, la gestione amministrativa, la sicurezza, le procedure acquisti del codice dei contratti, i rapporti con il territorio, i processi scolastici che guidano tale organizzazione, il cui unico obiettivo è quello di raggiungere il successo formativo degli studenti.

Si esprimono opinioni, pareri e valutazioni, basandosi solo sulla propria esperienza personale o al massimo dei figli. Ci sono persone che sanno tutto della scuola e lo esprimono con veemenza da oratori, o con il supporto dei numeri, statistiche e analisi comparate. E la scuola, apparentemente tace, impegnata in una guerra da vincere.

Nel lockdown ormai lontano, la scuola si è totalmente reinventata, con il mondo che ci è sembrato ancora possibile e abbiamo rivisto la speranza del futuro. Per favorire questo passaggio digitale, le scuole hanno acquistato i devices per chi non ne possedeva o attivato connessioni laddove erano carenti. Tutti i soldi assegnati sono stati spesi. Poi di nuovo in classe, prima della seconda ondata, infiniti occhi si sono guardati al di sopra delle mascherine. Ma nulla al mondo può nascondere veramente il viso di un ragazzo. Perché la scuola non è un posto sicuro, ma è un posto dove la sicurezza è un valore.

In tutto questo tempo si sono svolti gli esami di diploma e quelli di conclusione del primo ciclo, e migliaia di nuovi migranti sono approdati alla nostra lingua e alla nostra grammatica e centinaia di migliaia di campanelle continuano a suonare nelle scuole italiane e del mondo.

Certo che l’imprevisto è sempre dietro l’angolo; anzi gli imprevisti perché nella scuola si definisce così quando ce ne sono tre di fila in parallelo e nello stesso minuto. E’ vero che la scuola non è un posto perfetto, è il limite di una equazione all’infinito, è la poesia scritta tra le righe, è il lavoro riuscito nelle nostre mani.

Ogni giorno è un miracolo essere stati protagonisti del cambiamento, della meraviglia di questo mondo, anche se affranto, piegato, dolorante, del lavoro appassionato dei docenti e di tutti quanti lavorano nella scuola e per la scuola, con le loro vite cambiate, di tutti quei giovani occhi che osservano, delle mani che scrivono e leggono e costruiscono modelli di futuro.

In questa scatola di mattoni – conclude – quotidianamente si consuma il più grande dei misfatti, la nascita di nuove idee, di nuove prospettive, di nuovi inizi, il miracolo più magnifico di questo universo, ossia imparare, imparare a crescere, ad esserci, a condividere, forse anche a perdonare, imparare a fare la differenza. Ed io, come anche i tanti miei colleghi, mi ricordo sempre perché la amo”.

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