Quantcast

Pergamena ci parla dell’ultimo episodio della serie di Montalbano

Più informazioni su

ANDREA CAMILLERI
“IL METODO CATALANOTTI”
SELLERIO, PALERMO, 2018, pp. 295

Anticipiamo la prossima uscita televisiva di quello che è dato come l’ultimo episodio della serie. Questo Montalbano sta una spanna sopra gli altri e non risente di una certa ripetitività degli schemi, che avevo notato. Camilleri vi ha trasfuso molto della sua lunga e brillante esperienza di regista teatrale per la RAI. Come in molti altri dei migliori Montalbano (“La vampa d’agosto”, 2006; “Le ali della sfinge”, 2006; “La pazienza del ragno”, 2004 e tra i romanzi storici soprattutto “La rivoluzione della luna”, 2013) anche qui ritorna il tema del doppio, che evidentemente affascina l’autore. Come al solito le indagini che si intrecciano sono due: quella del doppio cadavere di Carmelo Catalanotti e quella di due ragazzi, che vivono di lavori precari e che cercano di sposarsi, vittime di un padre maltrattante, vicenda che permette a Camilleri di attrarre l’attenzione del lettore sulla pesante situazione socio-politica in cui viviamo.

Sono entrambe storie di “amore” più o meno passionale che rimandano ad una terza vicenda, anomala rispetto allo schema solito, quella di un grande amore di Montalbano, che non è più quello per Livia, la fidanzata storica. E’ lo scossone più grosso che riceve il lettore abituale dei “Montalbano”: il romanzo chiude proprio su questo amore con i versi della Szynvorska (credo):

“ma adesso basterà un Everest di cenere

Per seppellire questa manciata di braci

che ancora si ostinano a bruciare ?”.

In precedenza Salvo ha concluso provvisoriamente che sia quello vecchio per Livia, che dura da una vita, sia quello nuovo per Antonia, la provvisoria dirigente della scientifica, che sembra una passione senile, sono entrambi “amuri”. Sono le “vicchiaglie”, che il dimenticato anatomo-patologo Pasquano ricorda allo smemorato Montalbano? La sua smemoratezza è effetto di una passione simil-giovanile o dell’incipiente vecchiaia. Certo il termine “vicchiaglie” mi sembra un incrocio tra la vecchiaia e la vigliaccheria. Il finale sugli amori del Commissario è ancora aperto in questo epidodio e non si conclude neppure nel romanzo finale, il noto “Riccardino”, di cui abbiamo già parlato qui il 6.12.2020. Comunque anche questi due amori ripropongono il tema del doppio. Purtroppo questo doppio non si trasfonde anche nella forma, in un bilinguismo come ne “La rivoluzione della luna” (spagnolo e siciliano) o ne “La mossa del cavallo” (vigatese e genovese).

È un peccato perché la “nuova zita” Antonia sembra essere anconetana e con lei i dialoghi sono in italiano standard. Come dicevo i cadaveri sono due ed è una parte dell’enigma, come enigmatica è la doppiezza dell’assassinato: Carmelo Catalanotti è insieme un modesto usuraio e un raffinato “regista teatrale” di una compagnia di dilettanti, che ha messo a punto un proprio metodo molto radicale che sta a cavallo tra il “teatro povero” di Jerzy Grotowski e quello “violento” della compagnia catalana “Furia del Baus”. Questo metodo, che punta non al solito “verosimile”, ma al “similvero”, consiste nel trarre dalla storia personale dell’attore prescelto i motivi per recitare il dramma sulla scena. Per non guastare la suspance del lettore non posso dire oltre, ma vale la pena di leggerlo.

C’è da chiedersi – come ho già fatto a proposito de “La rivoluzione della luna” (“Allegoria”, n. 76, 2017) – le ragioni per la vera e propria passione verso il doppio di Camilleri. In quell’occasione proposi la lezione dello psicoanalista Matte Blanco dell’inconscio come sede del “simmetrico”, della capacità di tenere insieme una cosa e il suo contrario. Non è questa la spiegazione che Montalbano si da dei suoi “due amori”, Livia e Antonia ?

Più informazioni su

Commenti