Quantcast

Una vita nell’arte e per l’arte: a tu per tu con il direttore de Le Clarisse Mauro Papa

GROSSETO – Storico dell’arte con Laurea in lettere ad indirizzo “Storia dell’arte” e Diploma di specializzazione in “Storia dell’arte medievale e moderna”, entrambe conseguite presso l’Università” La Sapienza” di Roma. Dal 2007 ha diretto il Cedav (Centro documentazione arti visive del Comune di Grosseto) poi divenuto Clarisse Arte della Fondazione Grosseto Cultura. Appassionato di arte pubblica e relazionale, è autore di guide sulla città (“Grosseto visibile”) e dal 2008 organizza La città visibile, manifestazione d’arte e animazione culturale urbana. Dal 2019 è direttore del museo Collezione Gianfranco Luzzetti e del Polo culturale Le Clarisse di Grosseto, città dove è nato e dove vive. La mia intervista di oggi è con Mauro Papa, che ringrazio.

“Non c’è arte dove non c’è stile” è una frase di Oscar Wilde, che cosa è per lei Mauro “arte” e che cosa “stile” ?

Citando Oscar Wilde, questa frase ha il sapore ottocentesco e romantico di qualcosa che definisce il buon gusto, l’eleganza e la bellezza come valori universali di un’opera d’arte. Ma Wilde è morto da più di un secolo e oggi l’arte non equivale più allo “stile”. Un’opera può essere brutta come le opere di Jean Dubuffet, kitsch come le opere di Jeff Koons o assolutamente priva di valori estetici come le opere del padre dell’arte contemporanea, Marcel Duchamp, ed essere comunque esposta nei musei d’arte. Al contrario, un’opera può avere “stile” ed essere confinata alla carta da parati o alle riviste “glamour”.

Dal mio punto di vista, l’arte dovrebbe avere una funzione fondamentale e non semplicemente decorativa: quella di rendere attive le persone e non rinchiuderle semplicemente in una contemplazione passiva della bellezza. Per contemplare la bellezza bastano i paesaggi naturali o i volti dei bambini.

Presso il Polo “ Le Clarisse”, nella mostra “Arcana Lux” sono state esposte le opere di Federico Mattera, che ha scelto in arte lo peudonimo Merisio, in onore del pittore Michelangelo Merisi, ovvero Caravaggio. Proprio su Caravaggio Robert Highes ha usato queste parole “C’è stata l’arte prima di lui e l’arte dopo di lui, e non sono la stessa cosa”. Lei Mauro cosa ne pensa?

Penso che abbia ragione. Anche se Caravaggio è stato “riscoperto” solo nel Novecento, dal celebre critico d’arte Roberto Longhi, in un clima culturale favorevole al realismo: oggi amiamo la fotografia straight e il voyeurismo della carnalità e del sangue, e di conseguenza adoriamo Caravaggio, ma nel Seicento molti lo consideravano rozzo e volgare, quindi inadatto a produrre arte e “stile”, per riprendere una parola già usata. Questo vuol dire che se domani dovessimo tornare ad avere una sensibilità più spirituale ed eterea, allora forse ci sarà un critico che “riscoprirà” un artista oggi misconosciuto e lo valorizzerà a tal punto da modificare l’attuale storia dell’arte. Questa è la cosa straordinaria, meravigliosa e appassionante della storia e della storia dell’arte.

Come diceva Leslie Hartley, “il passato è una terra straniera”, quindi ancora da esplorare e da percorrere seguendo nuove strade e nuovi sentieri.

Attualmente il Polo “ Le Clarisse”, ospita la mostra “La bellezza svelata” all’interno della quale si può ammirare il tondo di Sandro Botticelli e della sua bottega che raffigura una Madonna con Bambino, San Giovannino e un Angelo. Qual è secondo lei la “bellezza” che questa opera “svela”?

Il titolo della mostra fa riferimento al fatto che questo tondo, comprato dal collezionista Gianfranco Luzzetti in un’asta Christie’s a Londra nel 1985, da quel momento non è mai stata esposto, quindi “svelato”, al pubblico. Ma se mi chiedi una riflessione personale, penso che in questo caso la bellezza svelata è quella di cui puoi godere osservando, dal vero, un superbo esempio di altissimo artigianato del Rinascimento fiorentino, cornice compresa.

Nessuna fotografia potrà mai restituirti la concreta presenza materica, l’evidenza cangiante dei riflessi luminosi, l’impercettibile mutare dei segni del tempo, insomma il respiro e la vita di un’opera di questa fattura. E non lo dico da romantico – io non avverto nessuna “sindrome di Stendhal” – ma da contemporaneo che non vede nell’arte una reliquia, ma uno straordinario strumento per capire meglio la realtà e per apprezzarne meglio i dettagli.

E che cosa, secondo lei, ha spinto l’uomo in passato, e lo spinge tutt’oggi, verso la ricerca del bello e della bellezza?

Penso che la bellezza sia attrazione per tutto ciò che stimola il desiderio del possesso, sia da un punto di vista estetico che etico. Desideriamo un partner di bell’aspetto e intelligente, abiti comodi e alla moda, una casa accogliente e confortevole. E’ un desiderio biologico, finalizzato alla prosecuzione della specie, che si basa però su canoni sociali condivisi e, a volte, imposti.

Ma, come ho già detto prima, il desiderio di bellezza non coincide col desiderio d’arte: come posso essere attratto dall’orinatoio di Duchamp o dalla merda d’artista di Manzoni? Ne sono attratto – a punto tale da considerarli oggetti “erotici” – solo se li considero potenti stimoli di riflessione e di conoscenza, o fonti di emozione e di sorpresa. Insomma, una cosa è innamorarsi di un fotomodello, che risponde a canoni di bellezza condivisi e stereotipati, e una cosa è eccitarsi e perdere la testa per chi non è considerato bello ma magari è interessante, coinvolgente, originale e stimolante. La bellezza è una casa che ti protegge ma ti rinchiude, l’arte è un orizzonte di scoperte verso cui mettersi in cammino. Anche restando fermi.

“Per una possibile identità estetica della Maremma” è uno dei sui progetti “ in itinere”, di che cosa si tratta?

Più che “per una possibile identità estetica della Maremma” io lavoro per una “Nuova possibile identità estetica della Maremma”.

Riprendo il ragionamento precedente: una casa è rassicurante ma ti rinchiude, una piazza affollata ti permette invece infinite vie di fuga, e le vie di fuga non sono solo le strade che portano altrove, ma le persone che incontri e che rappresentano mondi alternativi. Ecco, l’identità estetica di un territorio è l’immagine che questo territorio proietta verso i suoi abitanti o verso gli altri: l’immagine della Maremma, quella che hanno gli abitanti, si è ormai arenata nella comoda casa degli stereotipi sulla Maremma amara (oggi inesistente) della palude, dei butteri, dei briganti e della malaria.

Ma ci sono altre immagini possibili della Maremma e quindi ci sono altre case, altre identità estetiche, ad esempio quelle “aperte al vento e ai forestieri” degli intellettuali come Luciano Bianciardi, quelle degli artisti internazionali che la abitano da mezzo secolo, quelle dei turisti facoltosi o, all’opposto, quelle degli immigrati che nel Novecento hanno ripopolato Grosseto e la Maremma.

Tutte queste case formano un villaggio aperto che, inevitabilmente, cambia nella forma e nel tempo. Se il passato è una terra straniera, è impossibile tentare di imbalsamarlo. E’ invece possibile, se vogliamo, progettarne insieme il futuro e un’immagine nuova.

Commenti