Draghi lancia il suo piano: «Lotta al virus, faremo vaccini dappertutto»

ROMA – “Il primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti. Ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno”.

Inizia così il discorso del presidente del Consiglio Mario Draghi al Senato, chiamato oggi a votare la fiducia al nuovo Governo (QUI il discorso completo).

Il primo ministro parla per oltre 50 minuti, fa appello alla “responsabilità nazionale” e invoca lo “spirito repubblicano”, invitando i partiti a mettere da parte le rivalità in nome della battaglia comune contro il Coronavirus.

“Vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari – prosegue Draghi, prima di illustrare il suo programma all’aula -. Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole”.

Il programma di governo

Un programma ricco, come l’Italia richiede, che mira a trovare una soluzione ai più grandi problemi del bel paese: dalla pandemia al lavoro, dalla povertà alla scuola, dall’ambiente alla parità di genere.

Prima di illustrare la road map della sua azione di Governo, Draghi ringrazia il suo predecessore, Giuseppe Conte, assicurando che il suo esecutivo non è una risposta al fallimento della politica. “Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità”.

Per il presidente del Consiglio ora “ci sarà una ricostruzione come avvenne nel Dopoguerra. Il nostro impegno è per il rientro alla normalità dalla crisi economica”.

Ma mette anche dei paletti, un avvertimento alle forze politiche che lo appoggeranno: “Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa… Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine”.

Draghi prosegue descrivendo lo stato del Paese dopo un anno di pandemia. “È calata di 2 anni l’aspettativa di vita. I nuovi poveri nel 2020 sono passati da 31 a 45%. La disoccupazione finora è stata selettiva su autonomi, giovani, donne”. Tra le priorità per ripartire in primo luogo i vaccini: “La nostra prima sfida è ottenere il vaccino e distribuirlo rapidamente”.  Poi la scuola: “Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza”. Quanto all’ambiente, per Draghi abbiamo l’obbligo di “lasciare  un buon pianeta, non solo buona moneta. Ogni spreco oggi è un torto alle future generazioni”. In tema di lavoro “bisogna proteggere tutti i lavoratori ma non tutte le attività devono ricever pari sostegno”. Insiste sulla parità di genere, sulla riduzione del gap salariale fra uomini e donne e sull’incremento dei servizi di welfare. Quanto alle riforme urgenti richieste dal Recovery plan, la cui governance sarà incardinata al Mef, Draghi cita quella sugli investimenti pubblici, quella sul fisco e la lotta all’evasione, la riforma della pubblica amministrazione e della giustizia civile per aumentarne l’efficienza.

Dopo la pausa per la sanificazione dell’aula, il dibattito parlamentare è ripreso alle 12.30 e proseguirà per le successive sette ore. Il Senato voterà la fiducia al Governo Draghi intorno alle 23 di questa sera. Domani toccherà alla Camera dei deputati.

Un po’ di storia

Anche se in politica il “mai dire mai” suona come un mantra, la fiducia al Governo Draghi non è minimamente in discussione. Ma riuscirà a superare il record di consensi in un voto di fiducia parlamentare?

Ovviamente il Governo Draghi non è il primo ad essere sostenuto da una larga, anzi larghissima, maggioranza. Andiamo indietro nel tempo, ai primi governi De Gasperi (I,II, III e IV), per esempio. Questi esecutivi erano sostenuti da tutti i partiti antifascisti, dalla Dc al Pci, ma siamo nel periodo dell’Assemblea Costituente, quindi è impossibile fare un raffronto. Passano gli anni e si arriva ai governi della solidarietà nazionale, ma in termini numerici si reggevano sull’astensione del Pci, che non aveva ministri. Si giunge così al governo di Carlo Azeglio Ciampi. L’esecutivo nasce la mattina del 29 aprile 1993, quando presenta il proprio giuramento nelle mani del capo dello Stato (Oscar Luigi Scalfaro). Sono gli anni di Tangentopoli. Nel Governo Ciampi ci sono dentro quasi tutti, compresi il Pds, l’erede del Pci, e i Verdi. Ma il governo non arriva al voto di fiducia. Nel pomeriggio, dopo dieci ore, la Camera nega l’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi. Pds e Verdi ritirano i propri ministri. Il governo Ciampi viene così re-integrato e ottiene la fiducia grazie al voto di astensione di Pds e Verdi. Subito dopo arriva il governo di Lamberto Dini. Lo votano i partiti del centrosinistra e la Lega, mentre il centrodestra si astiene e Rifondazione comunista vota contro.

Il record del consenso, per il momento, è detenuto da Mario Monti, che ha governato dal 16 novembre del 2011, a seguito delle dimissioni di Silvio Berlusconi, al 28 aprile del 2013. L’esecutivo a guida Monti ottenne 281 sì e 25 no al Senato. Alla Camera intascò il consenso di 556 deputati. Contrari solo 61. Un vero governo di unità nazionale: sia a Palazzo Madama che a Montecitorio nessuno, anche tra i più dubbiosi, si astenne.

 

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