#tiromancino – L’Italia psicotica al bar di «Mario», e la Maremma fuori dalla porta

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GROSSETO – «E si può restare soli certe notti qui. Chi s’accontenta gode, così così. Certe notti sei sveglio, o non sarai sveglio mai. Ci vediamo da Mario prima o poi…». Col senno di poi, i versi quasi profetici di Luciano Ligabue – dal testo di “Certe notti” (1995) – sembrano la metafora perfetta dell’Italia di questi giorni tumultuosi e stranianti, in cui la politica allo sbando si dà convegno da «Mario» per ritrovare sé stessa, illuminata dal gestore del “bar Italia”.

«Mario» è naturalmente Mario Draghi. L’ultima e più autorevole incarnazione dell’uomo della provvidenza, che un’Italia eternamente patologica s’accanisce a sperare sia in grado di risolvere da solo i problemi di cui tutti non si fanno carico. O almeno la gran parte. Ognuno nel proprio «particulare» (Francesco Guicciardini, ndr).

Oggi, al di là di apparenze e narrazioni interessate, per una delle tante nèmesi storiche che il fato si diverte a infliggere a chi pecca di hybris (tracotanza), al bar di Mario si siedono questuanti quelli che l’hanno osteggiato o provato a utilizzare. A partire da Matteo Renzi, che obbedendo alla propria natura di scorpione – quello che uccise la rana sulla cui schiena stava attraversando il fiume (Esopo) – da politico di professione ha dovuto affossare la politica (dichiarando la propria impotenza) per sopravvivere a sé stesso, e vestire i panni del comprimario al bar di Mario, il «tecnico». Per proseguire con l’indecoroso «autodafé» cui si sono sottoposti i guitti Salvini, Grillo, Di Maio, e compagnia cantante, fulminei nel rinnegare anni di contumelie e dietrologie complottiste sul grande burattinaio di banche, finanza e Bruxelles, a seconda della bisogna. A ben guardare la stessa Giorgia Meloni è seduta al bar di Mario, perché trae la propria legittimazione di ducetta in pollici solo dal fatto che nega il suo sostegno al governissimo. Dal momento che di fronte all’enormità della tragedia che si paventa per l’Italia, le sue ricette economiche “di destra” hanno la stessa credibilità di un’Azzolina ministro ai banchi con le ruote. Per dire.

La verità vera, inconfutabile, è che al cospetto dell’autorevolezza e competenza tecnica di Mario, l’eterea inconsistenza di gran parte della politica italiana non consente a nessuno di rivendicare il legittimo primato della politica. Per cui in assenza di contendenti, la tecnica diventa per ciò stesso sostanza politica, col rischio che degeneri in autoreferenzialità rispetto ai bisogni reali delle persone. Che è poi il vero pericolo che la Democrazia italiana corre in questo frangente periglioso. D’altra parte, dopo il capolavoro distruttivo di Renzi, considerato che il rischio reale era quello di mettere il nostro destino nelle mani di “economisti” antieuropei della levatura di Borghi, Garavaglia, Rixi e l’allegra compagnia di giro, le potenziali minacce insite nella delega in bianco a Mario, vanno salutate come la più grande delle fortune che ci potessero capitare.

Perché al di là del terrifico tema della gestione della pandemia, e oltre il rompicapo della gestione di una crisi sociale innescata dalla perdita di 500mila posti di lavoro, cui se ne potrebbero aggiungere almeno altri 800mila alla fine di marzo con la conclusione degli ammortizzatori sociali ««erga omnes», quello che tutti continuano a fingere non esista è invece il problema principale da cui tutto deriva: l’enormità del nostro debito pubblico. Un «Moloch» (dio pagano simbolo del sacrificio) che entro due, massimo tre anni, minaccia di disintegrarci come Paese. Perché oltre la malafede, è evidente ai portatori di buon senso che la Banca centrale europea (attraverso Bankitalia) non potrà coprirci le spalle all’infinito, con un debito pubblico passato dal 134,6% del Pil nel 2019 al 157,5% del 2020, e che quest’anno crescerà ancora arrivando a toccare il 159,7% (stima del Fondo mondiale internazionale). Progressione che in assenza della Bce ci avrebbe già portato all’insolvenza dello Stato. Qualcuno ricorda cos’è successo in Grecia pochi anni fa?

Tanto per capirsi. Grazie ai due programmi europei Pepp (pandemic emergency purchase programme) e App (asset purchase programmes) lo scorso anno la Banca centrale europea ha già comprato titoli di Stato italiani per circa 180 miliardi di euro, arrivando così a detenere più o meno 500 miliardi del nostro debito pubblico. Quest’anno, invece, tra acquisti di titoli in scadenza e nuove emissioni, la Bce potrebbe sostenere l’Italia per altri 211 miliardi di euro, arrivando a fine 2021 a detenere quasi il 30% del debito pubblico del Belpaese (si fa per dire). Tutto ciò al metto di molte altre considerazioni, tipo i soldi del Mes o quelli del programma europeo Sure, col quale stiamo pagando la cassa integrazione. I giochini alla roulette russa di Renzi, e i posizionamenti da Risiko di Salvini, Meloni e Grillo, pertanto, rilucono per la loro assoluta inutilità.

Quel che conta, ora, è cosa servirà Mario al bancone del suo bar. Ovverosia come deciderà vengano spesi, e per che cosa, nei prossimi sei anni i 224 miliardi di «Next generation Eu» -attraverso il «Piano nazionale di resilienza e rilancio» da presentare a Bruxelles – e quelli della Legge di bilancio 2021. Tutto il resto è «lolla», a partire da certi “protagonisti” della farsa.

E qui rileva quel che succede in provincia di Grosseto, dove trionfano l’ignavia di buona parte del ceto governante occupato nelle beghe elettorali da cortile e l’incoscienza del luddismo arcadico pseudo ambientalista di chi si oppone alla modernizzazione dell’economia e della società.

Proprio in questi giorni la Regione Toscana – che dovrà gestire dagli 8 ai 12 miliardi del Recovery plan – ha deciso di modificare la propria struttura operativa per smistare i quattrini europei, potenziando la cabina di regia di Bruxelles e quella di Invest in Tuscany. Ma anche chiedendo ai Comuni di presentare progetti cantierabili sui quali dirottare le risorse. Il 20% delle quali sarà speso su progetti già avviati, e l’80% per nuovi investimenti di natura strategica.

Proprio in questa fase, la provincia di Grosseto rischia di rimanere fuori dalla porta del bar di Mario. Nel dibattito maremmano, infatti, salvo poche lodevoli eccezioni, nessuno sembra preoccupato di questa partita determinante. Dalla quale, tanto per cambiare, rischiamo di rimanere esclusi per mancanza assoluta di idee sulle priorità dello sviluppo economico nei prossimi anni, e sulle progettualità concrete che dovrebbero sostanziarlo.

Il dibattito pubblico locale, infatti, è monopolizzato dalle mascherine elettorali con su scritto «Vivarelli Colonna sindaco». Dalle giustificazioni incredibili sui ritardi annosi nell’attivazione del «Polo toscano per l’industria e la trasformazione agroalimentare» a Rispescia.

Dagli esilaranti contenuti fuffa sul «Polo della conoscenza». Dall’ozioso dibattito sul valore ambientale del laghetto dell’Incrociata a Pietratonda (potenziale sito di stoccaggio dei gessi rossi di Venator) o dalla polemica reiterata sugli orari di apertura dei ristoranti. Solo per fare qualche esempio del valore eccelso dell’elaborazione strategica che sprigiona dai cenacoli dell’intellighenzia autoctona. Evidentemente incapace anche solo «d’azzoppire un grillo».

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