Pergamena ci racconta il libro “Il giorno della civetta”

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LEONARDO SCIASCIA
“IL GIORNO DELLA CIVETTA”

EINAUDI, TORINO, 1961, pp. 120

Abbiamo da pochi giorni ricordato il centenario della nascita di Sciasia. Questo è il suo primo romanzo, che ne sancisce l’affermazione e ne definisce una delle forme narrative caratteristiche: essa per certi versi lo avvicina al nostro Bianciardi. Cominciamo da titolo, ispirato ad un verso di Shakespeare, dall’ “Enrico VI”: “come la civetta /quando di giorno compare”. Attesta il livello culturale europeo di Sciascia, ma nella storia la civetta non compare ed allude al senso “secondo” del romanzo e al suo significato innovativo. Il romanzo parla della mafia, a cui rimanda il titolo: secondo Sciascia prima la mafia agiva in segreto, mentre ora agisce indisturbata alla luce del sole, appunto appare di giorno, segno della tragedia dei tempi. Il romanzo all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso introduce temi che diventeranno noti al grande pubblico solo negli anni Novanta con la serie delle stragi mafiose e degli assassinii eccellenti, che insanguinarono Palermo e la Sicilia: la compromissione tra mafia e politica, non solo quella siciliana, ma quella nazionale, le cui coperture Sciascia tira in ballo apertamente (alcune scene sono ambientate a Roma e in parlamento). All’epoca la mafia “ad opinione del governo, non esisteva se non nella fantasia dei social comunisti”. Un altro tema, che abbiamo imparato a conoscere dai metodi di Falcone e Borsellino, è l’uso nelle indagini contro la mafia di risalire ai colpevoli “seguendo i piccioli”, cioè tracciando il denaro, i conti correnti e gli assegni (cfr. l’interrogatorio del capo mafia che ci porta alla conclusione del romanzo). Poi abbiamo la copertura dei delitti di mafia con il movente passionale, tipico attributo siciliano, a cui poi ci ha abituato Camilleri fino all’ultimo Montalbano (il “Riccardino”, uscito postumo quest’estate). Vi è poi il tessuto linguistico, sintattico e lessicale, che deriva dal dialetto siciliano secondo la lezione di Verga e portata all’estremo limite da Camilleri.

La prima mossa del romanzo viene da un episodio di cronaca degli anni Quaranta, l’assassinio di un sindacalista, che viene trasposto all’inizio del racconto in quello di Salvatore Colasberna, presidente socialista di una piccola cooperativa edile che si sottrae al controllo mafioso. Viene ucciso a colpi di lupara nella piazza del paese mentre sta prendendo l’autobus per Palermo, nessuno dice nulla e tutti i possibili testimoni se la squagliano. L’omertà con le sue radici antiche domina tutte le prime pagine del libro: “di solito lastimavano [bestemmiavano] e imprecavano, ora stavano in silenzio, le facce come dissepolte da un silenzio di secoli”. Il racconto prosegue come un’indagine poliziesca, che contrappone il protagonista, il capitano dei carabinieri, Bellodi, settentrionale, ex-partigiano di fede repubblicana, animato da ideali di giustizia, che lo trattengono a servizio dello stato, al capo mafia locale, Don Mariano Arena con tutte le protezioni politiche e il ricco conto in banca. Il sicario, detto Zecchinetta per la sua passione per l’azzardo, violento e assassino di professione, viene visto da un poveraccio, un potatore, che sta uscendo dalla stalla per andare al lavoro. Pagherà con la vita il suo trovarsi nel posto sbagliato. Dirà il sicario: “partivu pi astutàrinni unu e mi tuccà astutàrinni du” [“astutari”, spegnere, uccidere, un vocabolo a cui ci abituerà poi Montalbano]. Bellodi lo incastra grazie all’abilità investigativa, che ricostruisce gli avvenimenti dalla testimonianza della moglie del testimone ucciso e dalla confidenza di un delatore, che pagherà anche lui con la vita. Bellodi incarna qui l’ideale illuminista di razionalità e di virtù repubblicane di Sciascia, che ben prima del suo allontanamento dal PCI (come è stato detto per darne la solita versione intimista) è venata di pessimismo. Il capitano riuscirà a far cadere in trappola Zecchinetta, che confessa il delitto, con uno “sfonnapiedi” (direbbe Montalbano), con “un falso magistrale”, che gli propina la “confessione” di un altro mafioso implicato nella catena dei delitti. Il cuore del romanzo è contenuto nell’interrogatorio tra Bellodi e Don Mariano, ormai famoso perché contiene la celebre distinzione degli esseri umani (ovviamente solo di sesso maschile) in “uomini, i mezz’ uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) piglianculo e i quaquraquà”. I due contendenti si riconoscono reciprocamente di essere uomini, passaggio per cui Sciascia è stato criticato e che merita di essere riportato: “nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con un capomafia, a giustificazione pensò di aver stretto le mani, nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti della nazione circonfusi di trombe e bandiere, al Ministro Mancuso e all’onorevole Livigni: sui quali don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo. Al di là della morale e della legge, al di là della pietà, era una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà”. Questo interrogatorio merita l’intero romanzo, merita di essere letto come la “Leggenda del grande inquisitore” de “I fratelli Karamazov”, in particolare per il passaggio sulla “bellezza” e la “verità”. Rivela tutto il pessimismo di Sciascia sulla natura umana e la sua statura morale. Alla fine del libro Bellodi si prede un periodo di riposo, come se fosse stato malato nella sua Parma e l’ inchiesta con i colpevoli consegnati alla giustizia verrà smontata. Lascio il come alla curiosità del lettore, anche se si intuisce facilmente.

Nella forma nasce quell’ibrido tra phamphlet illuminista sulla storia, la società e la morale, e il romanzo d’inchiesta, che rimarranno una delle forme narrative specifiche dell’autore e che lo avvicinano al Bianciardi. Sappiamo anche quali sono le ascendenze e i debiti culturali del Montalbano di Camilleri. Il romanzo breve, ottenuto da Sciascia con un “lavoro di cavare” (p. 119) come egli stesso dice nella “Nota” finale. Il lavoro a togliere, a scorciare, non è dettato da motivazioni narrative, ma dalle “eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi … colpiti”. Così conclude l’autore “non l’ho scritto con quella piena libertà di cui uno scrittore … dovrebbe sempre godere”, cosa che la dice lunga sulla situazione culturale e politica italiana allora e, forse peggio, oggi.

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