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#tiromancino – Sicurezza: una rissa al giorno leva la telecamera di torno

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#tiromancino – Sicurezza: una rissa al giorno leva la telecamera di torno
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GROSSETO – Le telecamere non sono un deterrente efficace come da anni s’insiste a sostenere. L’ultima rissa tra ragazzotti ubriachi e in vena di pericolose esuberanze andata in scena a Grosseto in zona piazza della Palma, è l’ennesima riprova che la narrazione securitaria mainstream è del tutto fuorviante. Punto. Non a caso, negli ultimi anni, nel capoluogo non si contano più gli episodi di sballo di gruppo e violente scazzottate tra giovani e giovanissimi. Peraltro quasi tutti nostri “compatrioti”.

Detto questo l’argomento è tanto serio, quanto non riconducibile a una ricetta salvifica. Ché rispetto ai cosiddetti fenomeni della «devianza giovanile», sono decisamente troppi da ricondurre «ad unum» i piani che s’intersecano.

In questi casi, di solito, scattano due riflessi pavloviani (sempre lui, Pavlov ndr) uguali e contrari: quello del paternalismo autoritario: «manganello & ordine». Quello pseudo-sociologico: «è colpa della società scevra di valori». Macro categorie polarizzate che plasmano il senso comune (diverso dal buon senso), all’interno delle quali c’è ogni ben di dio. Dalla colpevolizzazione della famiglia e della scuola, all’assoluzione da ogni responsabilità individuale della vittima del “sistema”.

Sia come sia, le telecamere non sono la soluzione. Casomai in certo qual modo un pezzo del problema, perché offrono certezze rassicuranti quanto effimere. Che soccorrono chi non ha voglia di farsi troppe domande, né di prendersi in carico qualche onere, politico o civico che sia.

Come si provano ad arginare certi problemi allora, prevenendo finali di storie potenzialmente tragici? Visto che chi è alterato da alcool o droghe se ne catafotte delle telecamere. E magari, in tempi di video e social-crazia, ci gode anche a farsi riprendere in preda a una forma patologica di esibizionismo nichilista?

Possibilmente, bisognerebbe capire che la videosorveglianza è al massimo uno strumento ausiliario in chiave di repressione. Ma che il tema all’ordine del giorno non è tanto individuare chi è stato a fare che cosa, ma prevenire la scelta di picchiarsi, sfasciare una vetrina, divellere vasi, fioriere e tavolini. Perché se l’errore è a monte, nell’approccio, l’esito sarà nefasto. O quantomeno ininfluente rispetto al dilagare del problema. Basta parlare dell’occhiuto sistema di telecontrollo, dunque. La cui installazione e manutenzione costano fra l’altro molto più dei danni materiali che si vorrebbero evitare.

Il vero problema, quello per cui si spende meno che per le telecamere, sono gestione razionale e mitigazione dell’aggressività sociale dei ragazzi e delle ragazze. Nella consapevolezza sia che non ogni manifestazione di esuberanza o incoscienza giovanile può essere scambiata per comportamento criminogeno. Sia che non è possibile prevenire ogni manifestazione di devianza. Sia che le psicosi fanno parte della natura umana.

Per prima cosa, forse, bisognerebbe pensare ad avere operatori di strada che frequentano i cosiddetti gruppi informali di ragazzi che spesso si riuniscono in prossimità di panchine, parchi pubblici, zone o edifici della città che nelle narrazioni generazionali di ragazze e ragazzi vengono ritenuti iconici. Una rete di “antenne” che in una comunità piccola come la nostra potrebbero auspicabilmente intercettare la bonaccia che precede la tempesta. E magari prevenirla. Una rete, però, costruita con approccio operativo e costituita da coetanei dei ragazzi, non da “grandi” percepibili agli occhi dei giovani come questurini dell’ordine costituito.

Un altro sforzo dovrebbe riguardare la riqualificazione urbana. Il centro storico cittadino, che per sua natura intrinseca costituisce una calamita di socialità, è degradato, spopolato ed esteticamente decadente. Sia in termini edilizi, che di arredo urbano e di opportunità qualificate di socializzazione. Tutti elementi che in qualche modo lo connotano come ”terra di nessuno”, palcoscenico per antonomasia di scorribande, vandalismi e solitudini. Una zona dove si va per incontrare gli altri, ma dove in termini di pedagogia civica ci sono pochissime alternative allo shopping o alle bevute e al consumo di sostanze. Definire cosa siano lo spleen e il nichilismo esistenziale per le giovani generazioni è un esercizio complicato, però la sociologia individua nelle relazioni umane e negli ambienti urbani che le favoriscono un possibile lenitivo del problema. Ad esempio, ciò che è bello esteticamente e accogliente, aiuta a tenere basso il tasso di conflittualità sociale. È una relazione dimostrata empiricamente.

Naturalmente il problema non è solo nel centro storico, perché l’anonimato e l’abbandono di altri pezzi di città, in vari quartieri, costituiscono altrettanti moltiplicatori di alienazione urbana. Dove l’assenza di occasioni di relazione interpersonale, ridotte al lumicino dal Covid, contribuiscono anch’essi ad alimentare l’aggressività sociale e la ricerca dello sballo come valvola di sfogo. Con esiti che possono andare dalla distruzione di fioriere alla rissa di gruppo, fino al pestaggio o all’accoltellamento per motivi futili. Intercettare i gruppi di giovani e renderli partecipi di microprogetti di riqualificazione urbana, dalla scelta dei soggetti dei murales all’individuazione delle soluzioni di arredo urbano, o alla rivitalizzazione di edifici e spazi comuni con iniziative di quartiere, potrebbe in questo senso costituire un diversivo a comportamenti devianti.

Infine, ma tante sono le azioni che si potrebbero avviare, meriterebbe un’attenzione particolare il mondo della scuola. Oggi prostrato dal lockdown, ma con un potenziale enorme e mai veramente dispiegato. Le scuole nei quartieri non assolvono infatti al loro ruolo di possibili poli di pedagogia civica. Al di là del loro ruolo di agenzia di formazione culturale in termini tradizionali.

Avere scuole aperte fino al tardo pomeriggio, o alla sera, dove ragazzi e ragazze svolgano sul campo un apprendistato all’educazione civica e alla sperimentazione di esperienze comuni, anche in forma autogestita, potrebbe dare un bel contributo alla loro responsabilizzazione e alla pratica di una piena cittadinanza. Con la possibilità di elaborare una consapevole e condivisa grammatica della convivenza nella propria comunità.

Naturalmente ci sarà chi ritiene certe idee chiacchiere vuote, aria fritta. Specialmente chi ha un’idea poliziesca della convivenza civile, tutta orbace e manganello. Storditore elettrico, videosorveglianza e ronde di quartiere. Una cosa è certa: le telecamere hanno ampiamente fallito, e la repressione interviene sempre a valle, quando il danno sociale e materiali è stato fatto. A Grosseto giovedì sera, o a Gallarate venerdì pomeriggio, dove un centinaio di ragazzetti s’è ritrovato per una rissa organizzata via web, le telecamere hanno ripreso gli eventi. E contribuiranno al fermo di qualcuno. Chi s’accontenta gode. Fino alla prossima puntata.

P.S. Poi c’è anche la via americana. Tutti armati per il controllo reciproco. 390 milioni di armi da fuoco su 370 milioni di cittadini. E almeno 40.000 morti all’anno in conflitti a fuoco, o fuoco amico.

Barbara Farnetani
10 Gennaio 2021 alle 7:00
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