A tu per tu con Laura Scudella, la coreografa che ha scelto la Maremma

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GROSSETO – E’ nata a Firenze ma per scelta vive in Maremma, ha una laurea magistrale in pedagogia che le permette di svolgere attività di formazione, ma fin da giovanissima si dedica allo studio della danza classica e contemporanea, per poi dedicarsi al Contact Improvvisation, Phisical Theatre, Teatro Danza e DanceAbility®, e quindi lavorare in compagnie professionali sia come interprete che come coreografa.

Attualmente è in formazione Body-Mind Centering®, percorso IDME (Sviluppo del movimento in età evolutiva) e SME (Educazione al movimento somatico). Si tratta di Laura Scudella, che oggi mi concede questa intervista.

“Non esistono garanzie. La danza è un percorso difficile ma pieno di soddisfazioni” è una frase di Roberto Bolle. Lei come si sente di commentarla?

Salve a tutti. Premetto che trovo imprescindibile il fatto che ognuno di noi abbia la propria visione delle cose. Detto questo, se penso alla danza di sicuro “garanzie, difficile e soddisfazioni” non sono le parole che mi verrebbero in mente per prime. Rispondo con una citazione di Pina Baush che forse sento più vicina alle mie corde “Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti, ma ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che cosa fare. A questo punto comincia la danza. C’è differenza se ad occhi chiusi guardiamo in avanti o in basso. Tutto ha valore”.

Cosa è la danza per lei, Laura?

Una meravigliosa e preziosa possibilità di comunicazione ed espressione piena di significato che si svela in ogni più piccolo dettaglio attraverso un linguaggio universale. Tutti dovrebbero reclamarne il diritto e riconoscersi almeno una volta nella vita questa possibilità.

E come riesce ad integrarla con la pedagogia?

Come ho detto per me la danza è comunicazione. Dove c’è comunicazione c’è relazione, e dove c’è relazione l’aspetto educativo è intrinseco. Poi ovviamente diventa una scelta considerare o no questo aspetto. La danza è arte, verità e bellezza, e l’educazione passa anche attraverso questo. Purtroppo raramente ce lo ricordiamo e direi che la pandemia questa triste realtà ce la sta proprio buttando in faccia.

Da alcuni anni lei sta portando avanti un progetto con i Gattopicchi. Di che si tratta?

Il progetto con i Gattopicchi è proprio una di quelle occasioni in cui viene riconosciuto il diritto alla danza, e soprattutto è un terreno in cui la diversità è risorsa ed eccellenza e i limiti non sono per forza una barriera da superare, ma un confine prezioso entro cui esplorare e scoprire ed esprimere se stessi. Con il gruppo si porta avanti un lavoro laboratoriale e il progetto prevede anche la creazione di spettacoli. Dovevamo andare in scena il 30 ottobre, il 28 ci hanno chiuso i teatri, ma siamo in attesa e continuiamo a creare rete tra di noi.

Quale significato assume la parola “ improvvisare” nella sua attività artistica, Laura?

Improvvisare ha molto a che fare col qui ed ora e con la presenza. A differenza di quanto potrebbe evocare una lettura superficiale e non contestuale del termine, improvvisare richiede padronanza del gesto, coscienza di ciò che accade. Sicuramente è uno strumento che utilizzo anche perché riconosce un margine di preziosa creatività e nel contempo la possibilità di stare in un vuoto fertile all’interno del quale si crea spazio per l’ascolto e non per il giudizio.

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