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Chicche di Maremma: la storia di Ettore Socci, il “Cavaliere solitario della Maremma”

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GROSSETO – A metà di corso Carducci, davanti all’Archivio di Stato, c’è il monumento dedicato a Ettore Socci, che si trova nell’omonima piazzetta. Ma quanti, anche tra i maremmani, sanno davvero chi fu quell’uomo che, come recita l’epigrafe incisa sul piedistallo di granito, “…nel pensiero e nell’azione ebbe indissolubili Patria Repubblica Umanità”?

Ebbene, Ettore Socci non nacque in Maremma, ma a Pisa il 25 luglio del 1846, e, in età imprecisata, si trasferì a Firenze, che divenne la sua città di adozione.

Nel 1866, appena ventenne, fu tra i protagonisti dell’invasione del Trentino al seguito di Giuseppe Garibaldi durante la Terza guerra di indipendenza, e l’anno successivo visse l’infausto 3 novembre di Mentana (Roma), che vide la sconfitta dei garibaldini ad opera dei francesi, alleati dello Stato Pontificio.

Socci fu in prima linea durante l’alluvione di Firenze del ’72, dove il giovane si prodigò come pochi nelle opere di soccorso, tanto da meritarsi l’encomio degli amministratori di Palazzo Vecchio.

Fervente repubblicano, nel 1890 il Pri gli offrì di candidarsi nella circoscrizione elettorale fiorentina, ma Socci rifiutò preferendo il collegio maremmano. In quell’occasione non venne eletto, ma approdò alla Camera dei deputati del Regno d’Italia due anni dopo. Qui si distinse per le sue battaglie tese alla difesa della dignità e dei diritti umani, oltre che per sollecitare la soluzione dei più urgenti problemi della Maremma, come – tra le tante – la bonifica delle paludi ad Alberese (Grosseto), Castiglione della Pescaia, Scarlino e Talamone (Orbetello), l’abolizione dell’estatatura e la costruzione della ferrovia Massa Marittima-Follonica.

Il deputato è ricordato anche per aver spesso suscitato l’apprezzamento degli oppositori: molte delle sue proposte politiche, animate sempre da un profondo sentimento di giustizia, vennero approvate all’unanimità.

Socci dedicò la sua vita parlamentare alla Maremma, di cui si fece sempre paladino. Non a caso, un giornalista dell’epoca lo definì il “Cavaliere solitario della Maremma”, sempre a fianco della terra che amò, per difenderla dai mali e le ingiustizie che la attanagliavano, in mezzo all’indifferenza che i più, a livello nazionale, riservavano al nostro territorio.

Le battaglie per l’affermazione degli ideali in cui credeva non le combatté solo da parlamentare, ma anche da giornalista. Scrisse per numerose testate dell’epoca, tra cui il settimanale Etruria nuova, fondato a Grosseto nel 1892.

L’ultima volta che parlò alla Camera fu il 22 giugno del 1905 per commemorare Giuseppe Mazzini. Soffriva già di un male incurabile che lo condusse alla morte poche settimane dopo. Alla notizia che si sarebbe dovuto assentare per un ricovero a Firenze, diede, per correttezza, le sue dimissioni. Sfortunatamente, non poté più tornare ad occupare i banchi del parlamento. Allo stesso tempo inviò una lettera anche al direttore di Etruria nuova: “Saluto intanto te e gli amici maremmani – scriveva – coi quali spero di poter tornare nel più breve tempo possibile a corrispondere colla “Nuova Etruria”, che è ormai per tutti noi il labaro delle civili battaglie, tutte indispensabili per completare la redazione igienica, economica e politica della Maremma”. Come annunciato, le sue speranze non si avverarono. Socci morì a Firenze il 18 luglio del 1905.

Fonti: Alfio Cavoli, “Avvenne in Maremma”.

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