A tu per tu con Andrea Gozzi, il chitarrista maremmano che ha fatto della musica il suo mestiere

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FOLLONICA – Un diploma post laurea in composizione musicale, musicologia e informatica musicale, conseguito a Parigi dopo una laurea in Musicologia e Beni musicali ed una in Discipline delle arti della musica e dello spettacolo (Dams), dottorando in Digital Humanities presso Sagas, membro dello staff del centro di ricerca Tempo reale di Firenze e docente di Sound design presso Laba (Firenze) e coordinatore del laboratorio Lezioni di rock al Dams, Università degli studi di Firenze dove attualmente vive. Andrea Gozzi oggi mi concede questa intervista e lo ringrazio.

Il tuo segno zodiacale è l’Ariete, quali sono le caratteristiche di questo segno nelle quali ti riconosci di più?

Soprattutto la tenacia e l’energia, mi piace spingere a tavoletta nei progetti a cui partecipo, ma anche il coraggio dell’istinto, andare dritto a testa bassa senza risparmiarsi. Da piccolo mi avevano regalato un bigliettino con le caratteristiche del segno: non so se sia stato per me causa o effetto. C’era scritto anche che il colore dell’Ariete è il rosso, il mio preferito. Non a caso la mia prima band si chiamava Audiored.

“La musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare”, è una frase di Ezio Bosso. Andrea, tu cosa ne pensi?

“Ascoltare è già comporre”: lo hanno detto in molti e prima di me. Prima ancora della propria musica c’é quella degli altri e ancora prima della musica c’é il suono. Da dieci anni collaboro con Tempo reale, centro di ricerca, produzione e didattica musicale fondato a Firenze da Luciano Berio, che è stata ed è per me la migliore scuola possibile in questo senso.

Tutte incentrate all’ascolto, anche tramite mixed reality o virtual reality, sono le mie ultime ricerche: sia quella dottorale legata al Teatro del Maggio musicale fiorentino e al Teatro della Pergola a Firenze, sia quelle per la realizzazione di esperienze di realtà aumentata sonoro con la società Mezzo forte di cui sono co-fondatore.

Oltre alle produzioni musicali, hai all’attivo anche diverse pubblicazioni: “Appunti di rock” , “Appunti di rock 2” e “Appunti di rock 3″ pubblicati dalla casa editrice Il foglio letterario, “Instarock” e “ Instarock 2”, editi da Ouverture Edizioni. Come è nata l’idea di scrivere questi libri e perché hai scelto proprio il Rrock come filo conduttore?

Da circa dieci anni tengo un corso al Dams di Firenze che si chiama “Lezioni di rock”. È dedicato a questo genere che per me è sempre stato una base da cui lanciarsi verso altri sentieri musicali. Nel 2012 invitai l’amico Sascha Naspini per una lezione sui Noir Désir, di cui aveva scritto una fantastica simil-biografia, e mi disse: “perché non metti su carta queste lezioni?”. Fu una spinta che accolsi con piacere, ci presi gusto e non ho più smesso. Cambiai solo il titolo da “lezioni” ad “appunti”, perché la materia è in continuo movimento e c’é sempre da imparare.

Hai scritto un altro libro pubblicato da Ouverture edizioni, “Calliari bang bang”: di cosa si tratta?

È il mio primo libro pubblicato in due paesi, Canada e Italia, da Ouverture edizioni e So.di.p. S.p.a. Sies magazines & books. È anche il primo in due lingue, italiano e francese. Il prossimo anno uscirà in versione audiolibro in Nord America per Vues & voix. Trattasi della biografia di un musicista che ha una storia incredibile: Marco Calliari, quebecchese di origini italiane. Un autore che è passato dal metal alla world music “senza passare dal via”, di un’energia stratosferica. Gli sono debitore per avermi aperto del porte del Québec, terra che amo. Nel 2019 Marco festeggiava i suoi primi trent’anni di carriera e mi sembrava doveroso raccontare questa storia incredibile a cavallo tra Canada e Italia.

C’è un brano tra i tuoi componimenti che più di tutti ti fa pensare alla terra dove sei nato, e cioè la Maremma?

Certamente, anzi, ce ne sono tre. Il termine “Maremma” non appare mai in nessun testo, ma è evocata spesso in altri modi. Il primo lo scrissi per gli Audiored, quando ancora facevo l’Università, s’intitola “Home” e parla della difficoltà di sentirsi veramente “a casa”, il brano non è mai stato pubblicato.

Con i Matti delle Giuncaie scrissi “Fenice felice”: ero a Berlino ma pensavo ad una ragazza che era in Italia.  Fuori nevicava, e io sognavo l’estate di concerti maremmani da poco finita. Quello fu un bel periodo con i Matti in zona, suonavamo, ci divertivamo e divertivamo tanto: eravamo “in-festanti”.

L’ultimo invece l’ho scritto con Andrea Guazzini, uno che con la penna ci sa fare, si chiama “Senza ali”, per l’Opificio Sonoro maremmano. Lo abbiamo composto a fine lockdown primaverile. Andrea era la prima persona che vedevo dopo quel periodo e la prima con cui riprendevo a fare musica nella stessa stanza. Facemmo tardi e quando tornai a casa mi riascoltai il pezzo fino ad addormentarmi, tra le lacrime: mi era mancato molto suonare con un compagno in carne ed ossa davanti a me.

E per il futuro? Puoi anticiparmi quali sono i tuoi progetti?

Quest’anno non sono potuto partire per Montréal: lì ho una tournée già pronta che mi aspetta con il fisarmonicista Frédéric Péloquin. Mezzo forte ha un 2021 pieno di progetti che porteremo a compimento in Italia e in Canada. Con Tempo reale organizzeremo dei concerti a distanza e realizzeremo un album di canzoni assieme all’Orkestra Ristretta, un ensemble variabile composto dai detenuti del carcere di Sollicciano.

Ultimo ma non ultimo, anzi: ho firmato da poco un contratto con una casa editrice importante per la mia prima monografia musicale a quattro mani, assieme ad Arianna Severi, tutta dedicata ad un disco che ha cambiato la vita a noi e a molti altri. Uscirà a primavera.

Foto di Romina Zago.

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