#tiromancino – L’inutile guerra di parole ad Amazon. E la concreta battaglia vitale per il commercio al dettaglio

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GROSSETO – Pensare di boicottare Amazon in favore di negozi di vicinato e prodotti locali – recita l’adagio – «sarebbe come dire puttana alla volpe». Pretenzioso rispetto all’obiettivo e sbagliata nel merito. Il frutto avvelenato del combinato disposto di disperazione e ideologia.

Peraltro, al di là di tutto, l’e-commerce è in questo momento un’arma determinante nel contrasto alla pandemia. Perché come ha detto l’ottimo professor Massimo Galli, primario dell’ospedale Sacco di Milano: «il Natale? Dovremmo preoccuparci della Pasqua. Se sbagliamo, la terza ondata è scontata».

Archiviata la folle e triste discussione sul Natale come feticcio del consumismo di massa, presunta catarsi commerciale di un anno sciagurato, vale invece la pena ragionare sull’impatto che l’e-commerce ha nelle nostre vite, considerato che, complice il Covid-19, secondo un’indagine Netcomm-Politecnico di Milano di ottobre, nel 2020 i prodotti venduti online sono aumentati del 31%, con 27 milioni di consumatori raggiunti nel lockdown di primavera. Finora gli acquisti online in Italia valgono 30,6 miliardi di euro, con due dinamiche contrastanti: gli acquisti di prodotto segnano l’incremento annuo più alto di sempre (+5,5 miliardi di euro), mentre quelli di servizi sono in crisi nera. Soprattutto a causa del blocco di turismo e trasporti, e calano fino a 7,2 miliardi di euro (-47%). [fonte: articolo Huffingtonpost.it].

Peraltro, i tre comparti che contribuiscono maggiormente alla crescita, sono il food&grocery (1,1 mld), informatica ed elettronica di consumo (1 mld), abbigliamento (700 mln). Il comparto alimentare è capofila nella crescita e diffusione del commercio sul web nei mesi della pandemia e nella fase successiva al lockdown. La sua penetrazione nell’online, infatti, è praticamente raddoppiata durante la serrata, quando il 17,2% dei consumatori ha acquistato almeno una volta attraverso la rete. Non è un caso che lo scorso anno siano state 14.000 le piccole e medie imprese italiane che hanno venduto i propri prodotti all’estero attraverso Amazon, per un fatturato (2019) di 500 milioni di euro. E che 2.500 piccoli e medi imprenditori e artigiani utilizzino uno dei 6 portali regionali Amazon dedicati al made in Italy, compreso quello della Toscana. (fonte: About Amazon).

Vignetta 21 novembre 2020

Detto questo, Amazon è un pericoloso semi-monopolista e bisogna trovare una soluzione al declino inarrestabile del commercio al dettaglio, quello cosiddetto di vicinato, perché ha un enorme valore in termini di presidio sociale e qualità della vita. Oltre che occupazionale.

Sì, ma come? Dando per assodato che opporsi alla modernità, è come svuotare il mare con un cucchiaio. Il primo e più importante passo è quello di applicare all’e-commerce una tassazione equivalente a quella del commercio tradizionale. Ma a farlo non possono essere i singoli statarelli europei; dev’essere l’Unione europea – il che dimostra, ancora una volta, l’inutilità e il fallimento del sovranismo. Se una battaglia “soda” va fatta, quindi, è per la web-tax, non contro Amazon. Fra l’altro sia a Bruxelles che nelle singole cancellerie e nelle associazioni di rappresentanza d’impresa, dovrebbero chiedersi perché l’intera Europa è colonizzata da multinazionali made in Usa, come Amazon ed E-Bay, o come Google, Facebook, Whatsapp, Instagram e Twitter. Oppure perché sono statunitensi i giganti delle teleconferenze, come Zoom, Skype o Google Meet. Mentre il vecchio continente non ha praticamente alcun “campione” che se la gioca sul piano globale.

Scendendo di livello, cosa può fare nel frattempo il piccolo commerciante per non rimanere schiacciato dal moloch dell’e-commerce? In provincia di Grosseto, ad esempio, dove già nel 2019 – prima dell’attacco del Covid – hanno chiuso 214 attività commerciali, con un aumento delle cessazioni sull’anno precedente del 24%.

L’unica soluzione apparentemente percorribile è provare a buttare la propria palla nel campo del commercio elettronico e della consegna a domicilio (delivery). Non solo in questa fase, per causa di forza maggiore, ma anche per quella successiva. Quando il Covid sarà alle spalle, infatti, le persone – come visto a fine lockdown di primavera – torneranno alle vecchie abitudini, ma una bella fetta non abbandonerà la frequentazione dell’e-commerce. Alimentando una tendenza che era già chiara prima della pandemia.

Gli esercizi commerciali più strutturati e pronti questo passo lo hanno compiuto e hanno limitato i danni. Per quanto faticoso sia realizzare un proprio portale e fare consegne a domicilio, possono esserci strategie che funzionano. Già durante il lockdown di primavera, ad esempio, le librerie Mondadori di Grosseto e Bastogi di Orbetello, accettavano ordini via sms o posta elettronica e poi consegnavano i libri a domicilio o li lasciavano in luoghi vicini a dove viveva chi li aveva ordinati, come un’edicola. Lo stesso stanno facendo oggi molti ristoratori. È di questi giorni l’iniziativa de ilGiunco.net #sceglilamaremma a Natale, con una vetrina virtuale messa a disposizione dei piccoli commercianti.

Ma i risultati più promettenti li stanno dando le piattaforme online che associano o consorziano più esercenti commerciali, sempre più spesso collegate ad App scaricabili sul telefonino, del tipo di JustEat. E la cosa interessante è che questo strumento è sempre più spesso appannaggio di attività molto variegate, non più quasi esclusivamente della ristorazione. Consultare un catalogo, chiedere se è disponibile un determinato prodotto e farselo consegnare, così, diventa molto più semplice. A Cecina, ad esempio, è da tempo operativo il portale “CecinaDelivery”, che raggruppa gli esercenti locali. Mentre a Milano – approfittando delle dimensioni della città e dell’hinterland – le società Ennevolte e Loud hanno messo a punto il portale “iorestoacasa.delivery”, che associa 6.000 negozianti.

Insomma, come insegna la storia ultracentenaria della cooperazione, preceduta a metà ‘800 dalle società di mutuo soccorso, solo l’unione fa la forza. E solo passando per la strada stretta della collaborazione i piccoli negozi potranno continuare ad esistere e a ritagliarsi un ruolo nel competitivo mondo del commercio. Ampiamente presidiato dai giganti del web e da quelli della grande distribuzione organizzata.

Peraltro, la stessa media distribuzione alimentare – come dimostrano i mini-supermercati di Carrefour – sta tornando ai servizi tradizionali di pulitura, preparazione e consegna a domicilio di frutta e verdura ordinati dai clienti. In fin dei conti, tutte manifestazioni di un’evoluzione irreversibile del modo di fare commercio, di fronte alle quali la crociata antimoderna e sovranista contro Amazon si scioglie come neve al sole.

Piuttosto, due ultime cose. Questo ulteriore nuovo moto di cambiamento delle carte al tavolo del commercio, non può prescindere dal tema dei prezzi al consumo. Perché tenere a bada i prezzi per essere accessibili rimane un must e un plus per qualunque azienda. Gli evidenti aumenti dei prezzi nel comparto alimentare – nonostante i consumi non abbiano quasi mai risentito della pandemia – è da questo punto di vista inaccettabile. Ed è altresì il segnale inequivocabile di logiche speculative oppure dell’incapacità di evolvere modelli di business antiquati. Cosa che richiederebbe l’intervento delle autorità regolatorie.

Infine, una considerazione per le associazioni di categoria, in crisi di rappresentanza ma anche di missione e liquidità. Aggregare i piccoli commercianti e proporgli soluzioni percorribili è un loro compito e obiettivo prioritario. Ci auguriamo ce la facciano, per il bene di tutti.

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