A tu per tu con Sacha Naspini: i libri e il rapporto con la sua Maremma

GROSSETO – Il suo ultimo romanzo è “Nives”, edito da E/O. Uscito lo scorso settembre, è già stato tradotto in molte lingue ed è arrivato in molti Paesi del mondo, tra cui Canada, Inghilterra, Stati Uniti, Croazia. Nato a Grosseto sotto il segno della Bilancia, Sacha Naspini è tra i più appezzati scrittori del panorama contemporaneo ed io lo ringrazio per avermi permesso oggi di fargli questa intervista.

“Vivere e scrivere sono la stessa cosa, però sono due cose diverse”. È una frase di Antonio Tabucchi. Che cosa è per te vivere, e che cosa è per te scrivere Sacha?

Ha ragione Tabucchi. C’è un confine inesatto tra le due cose. È una dimensione molto bella, per me – spettatore e tizio sul palco al contempo. Osservatore chirurgico eppure coinvolto. La risposta a questa domanda va nella zona più scontata del mondo, per brevità occorre essere perfino banali: vivere per portarsi a compimento; scrivere nel tentativo di dare un nome alle faccende che trovi lungo quel cammino.

Nel 2006 esce il tuo primo romanzo, “L’ingrato – Novella di Maremma”, con un chiaro riferimento alla terra che ti ha dato i natali e che ritroviamo protagonista anche in altri tuoi libri (“Le Case del malcontento” su tutti, poi “I Cariolanti”, “Le nostre assenze”, “Ossigeno”, nonché lo stesso “Nives”). Che cosa ha di magico per te questa terra?

La Maremma è un bestione inafferrabile, cattivo, incerto. È la mia Holt. La mia Knockemstiff. Il mio Maine. Territorio ingrato, di carisma provinciale, a tratti perfino repellente. Fatto d’ignoranza e fronti emotivi micidiali. Un West sempre da scoprire. Perché in ogni caso regnano dei tesori, là sotto. Li scopro spesso: sono definito in quel senso. Anch’io sono stato generato dalle acque marce. Dagli scogli dell’entroterra. Nei romanzi – specie quelli ambientati lì – la faccenda territoriale è un’occasione. Le “ricorrenze” umane offrono spunti meravigliosi a tanti livelli. Un binocolo da cui guardare il mondo e insieme percepire la dissonanza di certe corde universali. Quel che non mi appartiene è l’appiattimento, lo spirito acerbo, privo di complessità che a volte mi sembra di respirare. Il modo “tarallucci e vino” o la chiusura con cui viene letta la contemporaneità. La Maremma è bella perché è bella. Un posto dell’anima feroce; ne approfitta subito se abbassi la guardia. E ti mangia. Per chi ha a che fare con roba di pulsione creativa è oro allo stato puro.

“Nives” è un romanzo in cui la psicologia dei personaggi gioca un ruolo fondamentale: chi è Nives? E chi è Loriano?

Due persone danneggiate, prese tra l’incudine e il martello della vita. Sono entrambi in vista dei settanta, dove il grosso è andato, se c’era da scrivere una storia adesso questa si avvia verso la conclusione. Mi piaceva l’idea di fotografare quei personaggi così, metterli di fronte ai loro orizzonti (passati e futuri). E tentare il colpo di mano rovesciando verità, convinzioni – insomma, riaprire partite considerate chiuse da decenni. “Nives” si sviluppa al novanta per cento in una telefonata. Nasce tutto da una gallina che resta ipnotizzata davanti alla pubblicità di un detersivo. La domanda che strilla di fondo è la stessa riportata in bandella: Com’è scoprire di aver vissuto all’oscuro di sé?

Sei anche autore di musiche, testi e arrangiamenti. Vuoi raccontarmi brevemente questa tua passione?

La musica è una passione “di seconda linea”, c’è da sempre. Negli anni ne ho preso i frutti, se così si può dire: la disciplina, il sottotesto che “apre” le parole su una progressione armonica. Per me la composizione è semplicemente un altro modo di scrivere, più immediato, che si serve di altri attrezzi. Abita nella zona dell’hobby, anche se ultimamente sta ricominciando a bussare. Anch’io sono curioso di vedere cosa potrebbe succedere. Di sicuro ho idee molto più chiare rispetto a vent’anni fa. So (o almeno, mi pare di intuire) quale gesto cerco. Di sicuro ho un laboratorio interiore più strutturato – non sto dicendo che valga qualcosa.

Se tu dovessi scegliere una frase di un tuo romanzo per descrivere la Maremma quale sceglieresti?

Una frase secca è questa: “In Maremma non c’è niente per niente”.
Però penso anche allo sfogo della vedova Isastia, da “Le Case del malcontento”:
“Fu in quel periodo che scoprii l’indole della gente di Maremma: tutti affiatati a non guardarsi in casa l’un l’altro, ma più ancora nel dare la punizione a qualcuno che l’ha combinata grossa. Se entri nelle grazie sbagliate, in questa terra non si muore una volta sola: te lo fanno digerire giorno dopo giorno. […] Ho vissuto e vivo nel rigetto, sì, ma alla fine è questa la cornice che mi piace avere intorno. Compresi i paesani bastardi. Continuo a pungolarli con la mia presenza, che appassisce nella carne ma non di certo nello spirito. Le Case ti chiede questo: o tutto o niente. Ogni angolo di Maremma è fatto così. Ti urla nel corpo, nel brutto e nel bello. La gente di questa regione ha la pelle dura, specie dal didentro, dove a volte si ispessisce come la cotenna delle bestie. Anch’io vengo da quello stampo. Tutti mi volevano trucidata dalla fame e invece resisto, per fargli cacare la bile a grappoli”.

Progetti futuri?

“Nives” esordirà in Inghilterra il 20 aprile. Un mese dopo sarà la volta di “Ossigeno” negli Stati Uniti, Canada, Australia. È nell’aria la trasposizione di un mio racconto lungo, “Il canile”, per una graphic novel – su questo canale non è escluso un altro adattamento per “Cento per cento”. Intanto continua lo sviluppo della serie tv per “Le Case del malcontento”, che ha dovuto e dovrà tenere conto della pandemia. Sul fronte romanzi ne ho consegnato uno nuovo, il titolo di lavoro è “La voce di Robert Wright” – niente Maremma stavolta; taglio del tutto contemporaneo. Poi ci sarebbero delle novità per “Nives” pensata sul grande schermo, ma è ancora troppo presto per parlarne.

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