#tiromancino – In provincia di Grosseto è guerra tra olivicoltura tradizionale e super intensiva. Come finirà?

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GROSSETO – L’olio extravergine toscano – orgoglio e brand redditizio dell’agricoltura regionale – minacciato in casa propria. Nientepopodimeno che dalle olive spagnole selezionate per le coltivazioni super intensive. Le cultivar (varietà) Arbosana e Arbequina.

È quel che avverrà in provincia di Grosseto, per assurdo proprio in prossimità dell’oleificio Olma di Braccagni, dove si produce circa il 50% dell’olio extravergine toscano a marchio Igp. La società ArteOlio, con sede a Grosseto ma finanziata da imprenditori di Lombardia, Veneto, Roma, Napoli e Firenze, sta infatti acquistando terreni per circa 600 ettari da destinare a colture super intensive. Una discreta fetta dei quali si trova proprio nella piana tra Braccagni, Sticciano, Roccastrada, Giuncarico, Vetulonia e Buriano. Un investimento che supererà abbondantemente i venti milioni di euro, e che prevede la realizzazione di un nuovo frantoio, che sarà costruito nell’area produttiva lungo la vecchia Aurelia, a qualche centinaio di metri dall’impianto dell’Olma. A rappresentare metaforicamente la competizione tra due modelli di coltivazione contrapposti: quello tradizionale, che ha fatto la fortuna dell’olio Evo toscano. E quello super intensivo messo a punto in Spagna, dove le enormi estensioni pianeggianti hanno favorito lo sviluppo di tecniche colturali basta su piante selezionate per la raccolta meccanizzata.

Perché questa sfida rusticana si giochi in provincia di Grosseto, è presto detto. Il brand Toscana è per l’olio una garanzia di successo commerciale, e non a caso nella nostra regione viene imbottigliato oltre il 20% dell’extravergine e vergine prodotto in Italia, a fronte di un 3-4% della produzione oleicola nazionale davvero made in Tuscany. La disponibilità di molti terreni pianeggianti nell’ex lago Prile, adatti alla raccolta meccanizzata delle olive, ha fatto il resto.

A quel che se ne sa l’iniziativa di ArteOlio, guidata dal presidente Augusto Lippi e dall’amministratore delegato Riccardo Schiatti, è sostenuta da capitali di private equity e ha nei piani di commercializzare l’olio extravergine con un proprio marchio al massimo entro il 2023. Gli olivi selezionati per le colture super intensive, infatti, entrano in produzione in tre Anni.

Vignetta 25 ottobre 2020

A oggi i terreni acquisiti dalla società, in proprietà o in affitto, sarebbero intorno ai 300 ettari. Tenuto conto che un ettaro di terreno nella piana costa sui 15.000 euro, che per ogni ettaro si possono piantumare fino a 3.000 olivi (ogni talea costa da 1.20 a 1.50 euro) e che per piantumazione e impianto irriguo ce ne vogliono altri 10/12.000, cui si aggiungono i costi per il frantoio, si ha un’idea della dimensione dell’operazione in termini finanziari. L’obiettivo commerciale degl’investitori sarebbe quello di vendere l’olio Evo con la dicitura made in Tuscany a circa 8 euro al litro.

Ma al di là delle strategie della società ArteOlio, questa operazione mette in competizione due modelli di business nell’olivicoltura regionale. E in particolare in quella della provincia di Grosseto, dove a seconda delle annate si producono dai 150 ai 200.000 quintali di olive (dai 22 ai 30.000 quintali d’olio), cui si aggiungono le olive che arrivano da fuori Toscana. Un piccolo comparto produttivo che ha al proprio attivo un centinaio di frantoi privati e cooperativi.

Fino ad oggi la coltura tradizionale è stata nettamente prevalente. Così come è stato ritenuto un tabù intangibile quello di valorizzare le cultivar (varietà di olive) autoctone – che in Toscana sono un’ottantina, con la prevalenza di Frantoio, Moraiolo, Leccino, Maurino e Pendolino – perché il legame col territorio e la tipicità coniugano la salubrità col successo commerciale. E d‘altra parte l’olivo è anche un elemento qualificante del paesaggio rurale, e dell’immaginario, della Toscana. Che contribuisce al suo successo di destinazione turistica.
Il problema, acuito dalla concorrenza, è che l’olivicoltura è poco o nulla redditizia per i piccoli coltivatori se non sono in grado di dotarsi di strutture cooperative per la produzione e commercializzazione dell’olio. In assenza di manodopera familiare, si stima che i costi di produzione dell’olio vari da 8 a 10 euro al chilo. Costi esorbitanti per i più, dovuti anche alla bassa produttività delle piante di olivo, che in Toscana andrebbero sostituite almeno per il 50%.

Da qui la progressiva avanzata delle colture intensive e super intensive, da 1.600 a 3.300 piante a ettaro, che di fatto si basano sulla meccanizzazione completa della raccolta. Con piante piccole molto più produttive. Un tipo di coltura basato su impianti d’irrigazione e utilizzo massiccio di antiparassitari. Le piante di olivo, infatti, sono messe a un metro di distanza l’una dall’altra, su filari disposti ogni tre metri. Come fossero lunghi cespugli.

Il problema, in chiave di valorizzazione della tipicità toscana, è che le cultivar adatte a questo tipo di produzione oleicola sono o made in Spagna – Arbosana e Arbequina – o made in Grecia: Koroneiki.

In Italia la selezione genetica tramite incrocio per ottenere piante adatte alle colture super intensive è molto più indietro. In Toscana, ad esempio, c’è un’unica cultivar sulla quale si stanno facendo sperimentazioni: la Maurino Vittoria, ricavata da modifiche genetiche con incroci a partire dalla varietà Leccino.

È chiaro che se prevalessero le colture meccanizzate super intensive, questo costituirebbe una rivoluzione copernicana per l’olivicoltura toscana. Anche in termini di paesaggio agrario.

Per questo sarà importante osservare che piega prenderà nei prossimi anni in provincia di Grosseto il confronto tra i due modelli colturali.

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