Una mamma: «Mia figlia è positiva al Covid ma ufficialmente la Asl non lo sa» e i compagni vanno a scuola

GROSSETO – «Mia figlia è positiva al tampone Covid-19, ma ufficialmente il suo caso non esiste». A scriverci è una mamma di tre figli che in questi giorni vive in attesa di essere contattata dall’Asl per capire quali protocolli applicare alla sua famiglia.

«Tutto inizia venerdì, 16 ottobre – racconta -. Due dei miei figli di 16 e 18 anni presentano sintomi influenzali e decido di non mandarli a scuola. Pensiamo che sarà stato il fratello di 14 ad avergli attaccato l’influenza nei giorni precedenti. Il suo tampone era negativo, quindi siamo tranquilli. Sabato, però, i ragazzi peggiorano e cerco di contattare un medico per richiedere il tampone. Il medico di base non è reperibile, è fine settimana, logico. Decido di portare i ragazzi all’ospedale di Massa Marittima perché sono convinta che al tendone triage gli faranno il tampone. Sono studenti sintomatici, mi sembra ovvio che abbiano una specie di precedenza diagnostica. Invece niente, senza richiesta medica non effettuano tamponi. Sinceramente lo trovo ingiusto, la richiesta la potrebbero emettere loro, siamo all’ospedale. Pazienza. Veniamo rimandati alla guarda medica. Passo così l’intero sabato al telefono ad ascoltare una voce registrata che prega di “attendere in linea”. Il mio nervosismo cresce. Alle dieci di sera mi sto per arrendere, ormai bisognerà aspettare lunedì mattina, ma finalmente mi risponde un medico. Tramite whatsapp gli invio i dati dei ragazzi e mi rassicura che li inserirà direttamente nel sistema per richiedere il tampone».

«Lunedì mattina, il 19 ottobre, ci chiama l’Asl per fare il tampone al “Drive-through”. Per noi si tratta quasi di una formalità necessaria per poter ritornare a scuola, basterà attendere il risultato. Ci vorrà un giorno, faremo il certificato e potranno tornare a scuola magari giovedì.
Martedì non succede niente.
Mercoledì nemmeno.
Giovedì chiama finalmente la dottoressa. Il risultato di mio figlio maggiore è arrivato; è negativo. Sollievo. Venerdì può tornare a scuola. Della bimba invece non si sa ancora niente.
È proprio venerdì che dal cellulare, attraverso il fascicolo sanitario sull’app della tessera sanitaria, scarico il referto di lei; è positiva. Richiamo la dottoressa, ma mi dice che sul suo portale non è ancora stato inserito l’esito, quindi dobbiamo aspettare. Aspettiamo.
In serata la richiamo. Non sa cosa dirmi, nei suoi sistemi la bimba non è stata inserita. Chiamo l’Asl. Mi confermano l’esito della bimba e specificano che è l’ufficio Igiene Pubblica a dover prendere in carico il caso, loro non possono fare niente. Nessuno ci chiama. Avviso i genitori della classe dell’esito. Scrivo anche una mail alla scuola, ma non ricevo alcuna risposta. Chiamo anche il sindaco. Nemmeno nel suo sistema la bimba risulta».

«Oggi è sabato e non sappiamo ancora niente – prosegue la mamma -. Ho richiamato l’Asl per fare presente che, se nessuno si prende la responsabilità del suo caso non vedo perché devo prendermela io. Ho tre figli di cui nessuno è ufficialmente in quarantena. Tecnicamente allora non la possono violare. Anche perché la didattica a distanza per i singoli alunni in quarantena non viene applicata. Li rimando a scuola lunedì? Ovviamente è una provocazione.
Dopo pranzo finalmente mi chiama l’Ufficio Igiene: “Signora, suo figlio di 14 anni è in quarantena fino al 29 ottobre e dovrà fare il tampone perché nella sua classe c’è stato un caso di positività”. State scherzando? A questo punto faccio presente la mia situazione; che mio figlio è già in quarantena perché sua sorella di 16 anni è positiva, ma il suo fascicolo si è perso nei meandri della burocrazia sanitaria. È veramente assurdo. Non sa cosa dirmi nemmeno lei, perché non si potrebbero applicare due quarantene contemporaneamente, ma promette di farmi richiamare da un responsabile. Nessuno mi telefona. Alla fine rimango senza risposte da quasi una settimana, con una figlia positiva i cui contatti non sono stati tracciati (e ormai è praticamente inutile farlo) e senza sapere se in famiglia qualcun altro è stato contagiato».

«Al di là di questo girone dantesco, che potrebbe sembrare solo un mio problema personale, ma che invece è un problema comune, mi sento di dire che l’Azienda sanitaria si è trovata clamorosamente impreparata a questa situazione di contagi crescenti, ma è anche logico che sia accaduto se il loro sistema evidentemente non funziona. Non si può attendere tre giorni per effettuare un tampone, aspettare altri cinque giorni per il risultato e oltretutto non prendere in carico il caso come se non esistesse» conclude la mamma.

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