Una paziente: «Senza cure in reparto ho rischiato di morire» Asl: «Dal personale comportamento professionale»

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GROSSETO – «Ho avuto un’esperienza veramente drammatica nel reparto Covid di Grosseto, dal quale non volevano farmi uscire nonostante non avessi il Covid, e avessi invece una grave infezione, che mi ha portato a un intervento chirurgico e ne dovrò subire altri due, oltre a perdere la mobilità della caviglia» comincia così la testimonianza di Maddalena M., una lettrice che è stata ricoverata nei giorni scorsi a Grosseto.

«Qualche giorno fa in preda a dei dolori fortissimi al piede e febbre alta, ho chiamato il 118 e mi sono recata in Pronto Soccorso. Sapevo che si trattava di un’infezione perché ne ero già stata vittima, ho un po’ di problemi al piede e avevo una protesi alla caviglia» ricorda.

«Mi hanno mandato forzatamente nel reparto Covid, altrimenti non mi avrebbero curato, nonostante un piede gonfio come un melone. Qui mi hanno fatto sedere in un letto senza sottopormi a cure adeguate, maltrattandomi, e ignorando le mie richieste d’aiuto. All’ospedale di Grosseto, se hai la febbre, anche se sei negativo al tampone ti rinchiudono comunque in quel reparto, non so se perché non hanno posto, o per quale altro motivo. Il reparto somiglia un po’ a un istituto penitenziario».

«Ho cominciato a sentirmi veramente male, e non riuscivo a smettere di vomitare. Ciononostante non mi è stato dato né un plasil, né un paracetamolo, ed è stato scritto in verbale “la paziente riferisce nausea senza però riuscire a vomitare”. La mattina un infermiere mi ha negata acqua e medicine per quattro ore nono stante urlassi dal dolore al piede in preda alla febbre alta. Alle 10 è arrivato il medico e ho ottenuto dell’acqua e un paracetamolo».

«Nel frattempo mi era stato detto che, nonostante il tampone negativo, e nonostante l’infezione in corso, non mi avrebbero spostato dal reparto Covid. Ho firmato e sono andata a casa – prosegue -. Due giorni dopo sono stata ricoverata d’urgenza a Bologna con il piede in condizioni disperate e ho rischiato la setticemia. Quando il medico ha detto “gioiamo che sei viva, perché non era scontato”, mi sono pietrificata. Devo ora subire altri due interventi, tra cui un trapianto di cute per il “buco” che si è creato».

La Asl Toscana sud est «smentisce la versione dei fatti così come riportata dalla signora e conferma la correttezza dei comportamenti umani e professionali degli operatori del Pronto soccorso del Misericordia che hanno preso in carico la paziente».

L’Azienda «era già stata informata dei reclami della signora tanto che, come da prassi, ha avviato un’indagine interna e raccolto le relazioni sui fatti da parte dei professionisti coinvolti che ribadiscono di avere rispettato e applicato scrupolosamente le prescrizioni cliniche secondo il percorso assistenziale adeguato al caso».

«La signora riferisce di essere stata ricoverata presso il reparto Covid, mentre è stata presa in carico dal reparto Obi Covid, dove è rimasta qualche ora in attesa dell’esito del tampone che viene eseguito dopo un accesso al Pronto soccorso. L’area di degenza Obi Covid non ha le caratteristiche di un penitenziario, ma di una confortevole stanza a tre letti, distanziati e separati da strutture che preservano la privacy dei degenti. Il personale che vi lavora è qualificato e, come si evince sia dalle relazioni che dalla cartella clinica, ha prestato cure efficaci e somministrato le terapie necessarie».

«Preme sottolineare che venuti a conoscenza della segnalazione, volendo approfondire le ragioni di una critica così aspra e per l’Azienda del tutto infondata, nei giorni scorsi, la signora è stata contattata telefonicamente e invitata a un incontro con i responsabili per chiarire ed attenuare un percepito che forse aveva assunto dei toni troppo forti e offensivi nei confronti dei professionisti e della sanità pubblica al servizio dei cittadini – prosegue la Asl -. La signora ha dato segno di apprezzare l’interessamento, ma non ha ritenuto utile l’incontro».

«L’Azienda comprende che sia difficile convivere con una storia di malattia, ma ciò non può giustificare un attacco di tale portata verso professionisti che ogni giorno si impegnano per garantire cure di qualità, cercando anche nelle situazioni più difficili di assistere il paziente sempre con il sorriso e un approccio empatico».

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