#tiromancino – Albanesi aggrediscono un africano: la guerra fra poveri che ingrassa i razzisti e minaccia la convivenza sociale

Più informazioni su

GROSSETO – Restio a trattare di cose nelle quali mi trovo coinvolto più o meno direttamente, per motivi etici o di mera opportunità, stavolta mi concedo un’eccezione alla regola. Non c’è infatti alcun conflitto d’interesse reale in relazione alla brutta vicenda che sabato scorso ha visto suo malgrado protagonista Mamady “dabakh” Mankara. Operatore senegalese della Fondazione Il Sole Onlus, di cui sono incidentalmente presidente. Motivo per cui mi tocca parlare in prima persona.
I fatti sono noti, ma vanno riassunti. Sabato 1° agosto Mamady prova a stendere il proprio telo da mare sotto un ombreggiante posto sulla spiaggia libera di Castiglione della Pescaia, di fronte alla piazzola dell’ex bagno Maristella, all’inizio del lungomare. Subito gli viene intimato di non farlo da un uomo, che accampa come motivazione il distanziamento anti Covid. Mamady risponde che è a più di due metri di distanza e che non ci sono problemi. A quel punto scatta l’aggressione con un pugno accompagnato dalle tipiche offese razziste: «negro di merda», «voi negri qui non ci state. Avete rotto il cazzo. Noi siamo qui con la nostra famiglia. Andate via». A seguire un secondo pugno da parte di un altro aggressore, sodale del primo. «Avete rotto il cazzo. Lui qui non ci può stare. È casa nostra». E altre offese razziste anche da parte della moglie del primo energumeno: «voi, negri, venite a violentare le nostre bambine, le nostre donne. Andatevene».

Atto di stupidità o di razzismo? Mi ha chiesto di commentare un giornalista. Domanda pericolosa, perché sottintendeva la possibile derubricazione della vicenda a rissa per futili motivi. Cosa che d’altra parte alcuni “commentatori” da social hanno subito tentato di accreditare con evidente sollievo, appena si è saputo che i due uomini che hanno aggredito Mamady erano di nazionalità albanese.

A parte il fatto che ogni razzista è evidentemente uno stupido, non foss’altro il credito che dà all’esistenza delle razze. Che notoriamente la scienza disconosce, perché la specie umana è unica e la stragrande maggioranza dei 377 geni umani individuati sono ampiamente condivisi (93-95%) in ogni angolo del mondo.

Quello che però in questa vicenda stupisce e preoccupa, è la facilità con cui lo schema semplificatorio e mistificatorio del razzismo attecchisce facilmente anche fra gli stessi immigrati. Come in questo caso. Per cui individui di etnia albanese – a loro volta oggetto di radicati pregiudizi xenofobi – mutuano le parole d’ordine del razzismo italiano, fobico nei confronti degli africani, per giustificare un’aggressione ai danni di un cittadino senegalese. E probabilmente per legittimarsi come “bianchi” integrati in Italia, nella misura in cui prendono le distanze dai “neri” invasori.

Vignetta aggressione Mamady

Non è un caso che i due albanesi abbiano fatto proprie le più trite e razziste parole d’ordine promosse dalla peggiore destra sovranista, reazionaria e xenofoba. Suprematista. Slogan profusi senza sosta da troppi “cattivi maestri” – sì, come quelli che negli anni ’70 e ’80 (gli Anni di piombo) legittimavano la violenza terrorista, di matrice rossa e nera – che approfittano della visibilità garantita loro da ruoli politici e istituzionali di livello nazionale, regionale e locale. Un fiume maleodorante di fango ideologico, pregiudizi, falsi miti e fake news che tracima sui social, amplificato da un esercito di frustrati in servizio permanente attivo. Schema oramai collaudatissimo e sotto gli occhi di tutti, il cui esito è la legittimazione di stereotipi razzisti che guadagnano il rango di “senso comune” (opposto al buon senso). Costituendo il brodo di coltura ideale per armare le aggressioni gratuite e immotivate da parte della mina vagante di giornata. Com’è successo a Mamady Mankara sabato sulla spiaggia di Castiglione.

Guardando al nostro microcosmo, un esempio concreto di come si alimenta il meccanismo della slavina social, lo abbiamo avuto pochi giorni fa. Con la “Festa del sacrificio”, quest’anno celebrata dalla comunità musulmana il 31 luglio. Nell’occasione, a seguito di comunicazione e autorizzazione, alle sette della mattina 2-300 musulmani grossetani si sono trovati nel parco di via Giotto per pregare insieme e poi andare al lavoro. Fotonotizia pubblicata dal ilGiunco.net, e subito alcuni scienziati hanno sollevato una polemica sul fatto che ai musulmani sarebbe permesso di assembrarsi senza rispettare il distanziamento anti Covid. Arrivano sollecite foto che mostrano chiaramente uomini in preghiera distanziati di un metro, disciplinatamente schierati. L’astiosa polemica prosegue. Poche ore e puntali come la morte arrivano comunicatesse di Lega e FdI che rivendicano non meglio precisate tradizioni nazionali calpestate, invocano i “nostri valori” (?) e insinuano il dubbio che ai musulmani sia stato consentito di celebrare la loro festa, mentre ai cattolici grossetani sarebbe stato impedito di celebrare la processione di San Lorenzo. Nientepopodimeno. Comincia a girare il comunicato stampa della Curia – del 25 giugno – che spiega come d’accordo con Comune e Prefettura si sia deciso di non svolgere la processione per evitare rischi legati al Covid. Niente.

Nel frattempo le truppe di scienziati minus habens, frustrati e razzisti, hanno già iniziato a combattere la loro battaglia autoreferenziale contro i musulmani, il buon senso e l’umanità pacifica. Scrivendo su facebook cose irripetibili e spesso di una violenza inaudita. Anche il vescovo Rodolfo, un paio di giorni dopo, interviene con curiale magnanimità per dire parole ragionevoli e pacate. Che in sostanza significano (libera interpretazione): ma la smettete di dire cazzate?! Nel frattempo il danno è fatto.

Tornando al razzismo fra migranti. È abbastanza chiaro che oramai il virus è diffuso anche fra loro. Di fatto è come se esistesse una piramide della purezza della razza: alla base gli Africani, e a salire i “Bangla”, i Pachistani, poi i Cinesi, più in alto i Filippini, e in cima gli Europei dell’est. Fate voi la graduatoria interna a quest’ultimo gruppo. Perché il razzismo è eminentemente gerarchico. Anche se le gerarchie possono cambiare. In origine alla base della piramide c’erano i Terroni. Poi per fortuna, nell’agosto del 1991, a Bari dalla nave Vlora sbarcarono 20.000 Albanesi, e per lunghi anni furono considerati il nemico pubblico numero uno: tutti violenti e sfruttatori della prostituzione (440.000 persone in Italia). Poi il pericolo è arrivato dall’Est, con i Rumeni (1,2 milioni in Italia) sospettati d’ogni nefandezza. Quindi è toccato agli infidi Cinesi. E oggi è la volta degli Africani, con una menzione d’onore per Marocchini e Tunisini, considerati dalla propaganda razzista e fascistoide tutti spacciatori. Sarà interessante osservare i cambi di livello nella piramide per gli anni a venire.

A quasi trent’anni dalla loro apparizione italiana, intanto, l’episodio dell’aggressione a Mamady Mankara dimostra che grazie ai razzisti di questo Paese, qualche Albanese per sentirsi davvero italiano ha purtroppo bisogno di dare del «negro di merda» a un africano del Senegal. Perfettamente aderente al più classico dei cliché della guerra fra poveri. Uno scenario preoccupante per la convivenza pacifica e proficua fra culture diverse. Un segnale d’arretratezza che faremmo tutti bene a prendere sul serio. Perché essere un Paese retrogrado e governato sul piano sociale da logiche tribali, non porterà nulla di buono per nessuno di noi.

Per questo bisogna fare argine e non tacere, ognuno nel proprio contesto sociale e lavorativo. Dimostrandosi intolleranti con l’intolleranza, che altrimenti utilizzerà le libertà democratiche per abbatterle un po’ alla volta. E bisognerà essere intolleranti per primi coi cattivi maestri che rivestono ruoli pubblici. Perché in fondo, a ben guardare, i razzisti sono tali per il semplice fatto che, come recita l’adagio, nella vita reale «non sanno fare nemmeno l’O col culo». Non c’è da avere paura.

Più informazioni su

Commenti