#tiromancino – Economia: la prima infrastruttura sono nidi e materne. In dieci anni perse 500 nascite in provincia

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GROSSETO – Né corridoio tirrenico, né Due Mari, porti o aree industriali. La prima infrastruttura per lo sviluppo di cui la provincia di Grosseto ha un bisogno disperato, sono asili nido e scuole materne. Sembra un paradosso, ma non lo è per niente. I numeri sono spietati: dal 2008 al 2018 sono state perse per strada 500 nascite. Un numero impressionante per una realtà piccola come la nostra. Per avere un termine di paragone 500 parti all’anno, sono considerati dal ministero della salute la soglia minima di sicurezza per tenere aperto un «punto nascita».

Nascere in pochi, quindi, è un problema serio. Perché se la demografia fa cilecca, un territorio non ha prospettive affidabili di tenuta economica e sociale. Inutile raccontarsela diversamente.

Questo vale a maggior ragione in territori come la Maremma e l’Amiata grossetano, dove alla rarefazione crescente della popolazione si aggiunge il problema enorme della sua composizione, sbilanciatissima a favore delle classi d’età più avanzate. Con un indice di vecchiaia (2019) di 243 punti: che corrisponde a 2,43 residenti over65 per ogni persona under15. Più del doppio.

Asili nido e scuole materne, in questa prospettiva, saranno una precondizione dello sviluppo. E tutto questo non ha assolutamente niente a che vedere con le ossessioni nazionaliste, sovraniste o del “suprematismo” italiota. Il problema non è certo «dare figli all’Italia» rinverdendo autarchiche e fascistoidi nostalgie per l’inesistente «purezza della razza».

Crisi delle nascite luglio 2020

Il tema, piuttosto, è quello di un Paese – ma potremmo dire di un’Europa, e nel nostro caso in modo particolare di un territorio come la Maremma – che sta vivendo una crisi demografica devastante. Un vero e proprio «inverno demografico», come lo ha definito un paio d’anni fa il Centro studi della Camera di commercio di Grosseto e Livorno.

A ricordarci che la situazione è pesante, ci ha pensato un paio di settimane fa l’Istat: negli ultimi cinque anni il Belpaese ha perso 550.000 abitanti. E lo scorso anno sono nati 19.000 bambini in meno rispetto al 2018 (-4,5%), che era stato il peggior anno dall’unità d’Italia. Un dato che va letto in parallelo con almeno altri due: gli attuali 22,77 milioni di stipendi a fronte dei 22,78 milioni di pensioni. Ma anche i 126.000 Italiani emigrati lo scorso anno all’estero (+8,1%).

Nei numeri, però, si può affogare. Se non si riconducono a un’interpretazione coerente delle cause che li precedono.

Le cause sono diverse, e tutte hanno più o meno lo stesso peso. Avere figli è costoso, difficile permetterseli. Avere figli non è più ritenuto un esito scontato: sono sempre di più le persone che scelgono di non averli. La tendenza alla riduzione delle nascite è iniziata a fine anni Settanta. Come quella ad avere in media meno figli. Negli ultimi anni, peraltro, in seguito allo “sboom” demografico dei decenni precedenti, è diminuito drasticamente il numero di donne in età fertile. O ogni famiglia “sfornerà” 4-5 figli, cosa improbabile, oppure siamo fritti. Perché il tasso naturale di sostituzione in condizioni normali sarebbe di 2,1 figli a donna in età fertile. E in provincia di Grosseto la media è attualmente 1,3. Senza considerare gli anni di denatalità da recuperare.

Questo insieme di condizioni oggettive fa sì che non bastino le due risposte più ovvie che vengono in mente: costruire più asili nido e scuole materne, rendendo l’accesso gratuito o calmierando i prezzi. Aumentare il reddito delle famiglie che decidono di avere figli.

Certo la rete pubblica dei servizi per l’infanzia va potenziata, non c’è nessun dubbio. Questa sarebbe la misura più importante; in futuro più che nell’immediato. D’altra parte dove ci sono più servizi ci sono più bambini, guarda caso. Ma più servizi esistono dove l’economia tira: prima di tutto nel nord Italia. Meno nel centro. Molto poco al sud, dove diversamente dalla vulgata di figli se ne fanno pochi. Quindi, guardando alla provincia di Grosseto, se non si trova il modo di creare più lavoro stabile e con salari accettabili – non altre migliaia di lavori stagionali che si aggiungerebbero ai già 30.000 addetti – inutile pensare di risolvere il problema solo creando più strutture per l’infanzia.

D’altra parte, là dove c’è tessuto economico vivace, le analisi sociologiche ed economiche hanno da tempo chiarito che le reti di protezione sociale – da asili e materne, a diurni per disabili, assistenza domiciliare e Rsa – costituiscono elementi di competitività al pari di altri fattori come le infrastrutture.

Certo, in termini speculativi è anche possibile sostenere che essere pochi convenga in assoluto, perché questo innalza la qualità della vita, salvaguarda le scarse risorse naturali e preserva l’ambiente. Forse in un mondo futuribile, in cui le macchine sostituiranno del tutto il lavoro dell’uomo e diverse forme di ricchezza sostituiranno quella generata dal lavoro e dal sistema di produzione capitalistica. Ma nel frattempo dovremo trovare soluzioni tradizionali, oppure, ben che vada, rassegnarci ad essere una “disneyland per anziani benestanti”. Come disse il presidente Enrico Rossi qualche tempo fa, paventando questo destino per la Toscana a fronte del processo di deindustrializzazione.

A tal proposito, pochi giorni fa l’Irpet ha fatto previsioni fosche per la Regione, di cui Grosseto è una delle aree economicamente più deboli e marginali. Dopo l’ultima botta assestata dalla pandemia Covid-19 – seguita alla crisi del 2008-2009 – alla fine del 2020 «il Pil toscano segnerà -11% ma rischia di far peggio (-13,5%) se l’epidemia dovesse riaccendersi, e in ogni caso l’andamento sarà peggiore di quello italiano». Perché la nostra vocazione produttiva regionale è più colpita di altre in termini di consumi. Ma soprattutto l’Irpet ha detto che la Toscana «Tornerà al livello del 2019 non prima del 2030, e sono stime ottimistiche» – hanno spiegato Stefano Casini, Nicola Sciclone e Leonardo Ghezzi. Gli effetti sull’occupazione sono, evidentemente, preoccupanti: «Nella migliore delle ipotesi avremo un aumento dei lavoratori poveri, nella peggiore un forte aumento dei disoccupati», hanno spiegato i ricercatori indicando in 638mila i beneficiari di sussidi al reddito e cassa integrazione. A bloccare le prospettive di crescita, il crollo degl’investimenti. Pubblici e privati.

Tutto ciò detto, l’unica strada percorribile a breve è quella di provare ad attrarre immigrazione italiana e straniera. Considerato che dal 2010 a oggi la provincia di Grosseto ha perso 6.000 residenti, e che l’unico saldo che rimane positivo è quello migratorio, non ci sono alternative. I puristi della “razza” (inesistente) dovranno prenderne atto, e farsene una ragione.

L’analisi fatta sui dati demografici della provincia da Simurg Ricerche di Livorno, qualche piccola speranza la dà. Nell’anno scolastico 2017/18 i figli degli stranieri presenti nelle scuole del territorio erano 2.974, ovverosia il 12,9% del totale (un punto sotto la media toscana). Con una media del 26,2% del totale sull’Amiata (34,85 a Cinigiano). Ma con punte massime a Monterotondo Marittimo (37,8%) e Montieri (55,6%). Inoltre, in questo caso secondo le previsioni di Simurg, solo grazie all’apporto degli stranieri ci saranno scenari demografici positivi nell’orizzonte del 2058.

Ecco, per attrarre lavoro servirà un’economia fuori dalla rianimazione. E in quel caso asili nido e scuole materne saranno un presidio sociale insostituibile. A maggior ragione se in nuovi maremmani avranno origine straniera. Auguri a noi tutti e godiamoci quest’estate da quarantena.

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