#tiromancino – Il gatto arrosto di Campiglia e l’Oclocrazia del web. Serve un antidoto

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GROSSETO – Non bisogna esser sensitivi per capire che la storia del «gatto arrosto» di Campiglia Marittima è una trappola per topi. Una vicenda che si presta a molte considerazioni. In particolare sulla “Oclocrazia” che domina il web. Ovverosia su quella degenerazione della Democrazia individuata nel II secolo avanti Cristo dallo storico Polibio, che consiste in un «regime democratico» in cui le masse popolari fanno valere le proprie istanze, mosse da passione viscerale, anche cercando di prevaricare la legge.

Naturalmente Polibio nelle sue “Storie” – primo tentativo di storiografia universale dell’antichità – analizzava i cicli dl governo dei suoi tempi con lo sguardo lucido dello storico. Oggi la parola Oclocrazia è un termine desueto, radical-chic direbbero gl’inconsapevoli, ma che calza a pennello per l’ambiente tossico che troneggia sui social-network. E per i suoi protagonisti.

Al momento della stesura di questo pezzo non sono chiuse le indagini. Quindi, salvo novità, meglio evitare valutazioni temerarie. Partiamo dai fatti: un gatto arrostito (semicarbonizzato), un richiedente asilo sbandato e con forse qualche problema di disagio mentale (sospetto del giornalista del Tirreno che lo ha sentito) che sostiene di aver trovato il gatto già morto. Una pletora di gente invelenita scatenata sulla rete. La sindaca di Campiglia Marittima, Alberta Ticciati, che sulla sua pagina facebook nota troppi commentatori russi alla vicenda, e solleva qualche dubbio.

A costo d’esser accusati di volerla buttare in politica, manco fosse illegittimo, la prima cosa grave che si nota è che proprio la “politica” – si fa per dire – s’è occupata di questo episodio di marginalità sociale, facendone surrettiziamente un archetipo d’interpretazione della realtà. C’è forse un motivo serio, comprensibile, ragionevole, riconducibile all’interesse pubblico, per il quale una che ambirebbe a governare la Toscana come Susanna Ceccardi, e uno che (mojito a parte) ambirebbe a governare l’Italia come Matteo Salvini, debbano a un’ora dal fattaccio fiondarsi coi propri profili social su una non notizia del genere? Se non quello di aizzare la recrudescenza sociale a fini elettorali. Trasmettendo a deboli di comprendonio il messaggio subliminale che in fondo tutto questo è responsabilità, nientepopòdimeno, dell’avversario nella corsa alla guida della Toscana, alle prossime elezioni regionali di settembre. La #bambinamannara (copyright di @Christian Sensi) Susanna Ceccardi, peraltro, non s’è smentita rispetto al cliché di Ag-Prop da social network che interpreta oramai da qualche anno: «la sinistra ed il Pd hanno creato un vero e proprio business lasciando sbarcare nel nostro paese migliaia di immigrati che non hanno nessun interesse di integrarsi seguendo le nostre più basilari regole civili».

Mica la riconversione economica della costa toscana in crisi da deindustrializzazione. Mica i collegamenti tra l’area metropolitana di Livorno e Pisa e quella della piana fiorentina. Il futuro di porti e aeroporti regionali. Oppure come chiudere il ciclo dei rifiuti, realizzare un piano di edilizia popolare, o magari trovare nuove idee per il turismo. Agli “oclocrati” del web non interessa. La #bambinamannara è così. Il guinzaglio non glielo metti. La museruola sarebbe auspicabile, ma incompatibile con una Democrazia matura (diversa da quella dell’amico Putin). Quindi bisogna acconciarsi a sopportare: sarà una campagna elettorale di infimo livello. In fondo basta saperlo.

E attenzione. Dire che questa indegna, triviale sobillazione di istinti ferini non è più accettabile, non significa buttarla in politica. Ma ribellarsi allo scadimento etico, per cui l’episodio di disagio umano e sociale di cui è stato protagonista un disgraziato della Costa d’Avorio, non può essere capovolto in una scurrile strumentalizzazione elettorale. Nessuna autocensura, quindi. Casomai una sonora pernacchia. Alla Albertone. Perché in fondo, se ti candidi a guidare una regione come la Toscana, mica Lilliput, rispetto ai temi etici forse sarebbe stato più interessante saper cosa pensavi del tentato femminicidio di Grosseto, della violenza sessuale di tre ragazzini ai danni di una quindicenne a Marina di Grosseto, della possibilità in questa regione di utilizzare la pillola abortiva RU486 in ambulatorio. Insomma, il gatto arrosto poteva tranquillamente rimanere nel limbo.

Sistemata la #bambinamannara, rimangono diversi interrogativi. Al di là di chi ci si tuffa dentro per calcolo politico, c’è infatti il problema oggettivo di un humus sociale evidentemente patologico. Ed evidentemente troppo diffuso, anche se minoritario. Perché è lapalissiano che se il problema percepito come prioritario è la sorte del gatto (già morto o meno che fosse), e non quello delle condizioni sociali e psichiche della persona che ha commesso quel gesto disperato e ripugnante. Allora a «Houston» c’è un altro problema. Che in qualche modo va affrontato.

Di sicuro né con la censura, né con gli algoritmi che bloccano preventivamente certi, diciamo così, ragionamenti. Però un qualche argine va posto per ristabilire una gerarchia etica di ciò che è accettabile, e di cosa non lo è. Perché in questa vicenda se c’è un soggetto debole che va tutelato, questo è quel ragazzo che s’è giustificato dicendo «avevo fame». Vera o falsa che quest’affermazione fosse. Considerato che nel primo caso andrebbe compreso lo stato di necessità. E nel secondo quello di disperazione.

Non è infatti questione d’esser buonisti o cattivisti, ma di ristabilire un affidabile canone valoriale. E in questo, bisogna dirlo, c’è molta responsabilità da parte di chi si occupa d’informazione. Poiché è innegabile che in questi ultimi vent’anni in troppi hanno legittimato qualunque sragionamento, avvitamento sofistico e argomentazione inverosimile, al riparo comodo della libertà d’opinione. Nei fatti riconoscendo cittadinanza alla menzogna, all’offesa gratuita e allo stravolgimento della verità. Il tutto, naturalmente, facilitato dall’accessibilità diretta alla rete, che ha travolto ogni barriera edificata su competenza e autorevolezza. Con la regia sapiente di chi, forte della propria cultura, sapeva perfettamente come strumentalizzare pro domo propria l’ebrezza illusoria di libertà assaporata dalle masse oclocratiche del web.

Non è un punto di vista elìtario. Ma democratico. In quanto comporta che gli odierni cani da guardia della Democrazia (i celeberrimi watchdogs) siano gli stessi cittadini, e non una coorte di eletti cui è delegata l’interpretazione accettabile degli eventi. Naturalmente a patto che tornino a essere baluardi condivisi nel discorso pubblico serietà, competenza e capacità di distinguere. Valori rispettati e promossi in quanto bene comune da tutelare.

Non serve un sinedrio di arconti che asseveri la verità rivelata. Ma è evidente che una delle radici di questo non banale problema di democratizzazione dell’informazione e del dibattito pubblico sta nel deficit di capacità di discernimento. Nell’analfabetismo di ritorno e in quello funzionale, entrambi diffusi e a loro volta conseguenza di uno dei livelli di scolarizzazione più bassi d’Europa. Da qui bisogna ripartire, perché è questo il brodo di coltura dove sguazzano i travisatori professionali della realtà.

Solo una capacità di assennatezza democraticamente distribuita sul web – e in generale nella società – può arginare e contrastare efficacemente razzisti, propalatori di “argomentazioni” antiscientifiche, hate speech, fascisti, omofobi, suprematisti e ogni alfiere della sopraffazione a mezzo di mistificazione.

Qualche segnale di riscossa s’intravede. Nei mesi passati Mark Zuckemberg è stato costretto da una rivolta contro le fake news a filtrare attraverso un pool di giornalisti l’affidabilità delle notizie pubblicate su facebook. Nelle scorse settimane un’altra protesta corsa sulla rete per le affermazioni razziste e violente di Donald Trump sui fatti seguiti alla morte di George Floyd, ha spinto molti grandi inserzionisti di facebook a smettere di compare pubblicità sulla piattaforma social. Insomma segnali possibili di riscossa all’insegna dello slogan democratico di «people have the power». Naturalmente con la consapevolezza che bisogna evitare tutto ciò si traduca in una nuova contemporanea forma do Oclocrazia.

Perché, come ci ricorda l’adagio popolare nella sua ineguagliabile saggezza: «Eh la gente, la gente. La gente è come le persone, se un le conosci sai una sega chi so’!»

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