#tiromancino – Non è la ristorazione il problema. Ma il fatto che non c’è economia che porti le persone ai tavoli

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GROSSETO – La climax (enfasi ascendente) nella quale tutti si sono esercitati in vista della riapertura di bar, ristoranti, pizzerie, pub e parrucchieri, ha solo acuito la delusione per ciò che era ovvio sarebbe successo. Purtroppo.

I clienti ovviamente scarseggiano, perché c’è ancora il timore diffuso che il contagio possa riprendere. E perché in molti hanno subìto una contrazione significativa del reddito. Mentre chi non ha avuto contraccolpi – gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti hanno sostenuto in un articolo su Rep: che due terzi delle famiglie italiane dichiarano di non avere subìto riduzioni del proprio reddito durante il lockdown – rinuncia comunque a spendere in consumi per l’incertezza che regna sovrana. Una tendenza che hanno subito registrato sia Confcommecio che Confesercenti, un po’ in tutta Italia. Dove un buon 30% degli esercizi commerciali è rimasto chiuso. Com’è successo in molte realtà costiere della Maremma, posticipando le aperture all’ultimo weekend di maggio. E sperando si facciano vedere un po’ di turisti. D’altra parte, gli stessi commercianti hanno dichiarato ai centri studi delle rispettive associazioni di aver visto una quota della loro clientela variabile tra il 20 e il 30%, a seconda del tipo di attività.

La prima considerazione da fare, quindi, è che il sovraccarico di aspettative alimentato dalla politica sulle riaperture forzando in ogni modo la mano al governo rispetto ai timori di una ripartenza dei contagi, com’è stato evidente anche a un cieco, è stato un errore pervicacemente cercato. Motivato chiaramente dalla tattica di corto respiro di accondiscendere la legittima esasperazione dei commercianti. Nonostante una settimana o due in più di attesa non avrebbero prevedibilmente cambiato le carte in tavola.

Per chi non volesse arrendersi all’evidenza, c’è sempre l’esempio eclatante – riportato dalle cronache – di quel che è successo in Svezia. Dove hanno fatto bingo, scegliendo la tattica suicida di tenere tutto aperto e attenuare in modo imbarazzante le misure di distanziamento sociale e lockdown. Finendo per ottenere il brillante risultato di avere il più alto tasso di letalità d’Europa e un crollo dei consumi paragonabile a quello dei Paesi che hanno puntato su chiusure e confinamenti.

Nonostante questo, è già partita la bambola della polemica preventiva rispetto al possibile blocco dei transiti tra Lombardia e le regioni confinanti, perché in quella regione i contagi continuano ad essere troppi. E c’è il pericolo riprendano i focolai infettivi, col rischio conseguente di dover ripristinare qualche zona rossa. Il presidente Attilio Fontana, da questo punto di vista, non ne ha azzeccata una. E l’ha buttata sul vittimismo anti-lombardo; escamotage puerile che dimostra quanto non sia stato capace d’imparare dai propri errori. Dato che – come recita il brocardo – «errare humanum est, perseverare autem diabolicum».

Ma ragionando su Grosseto e il suo territorio, considerate queste premesse, quali conclusioni bisogna trarre rispetto alle decisioni per il futuro? Andando oltre le considerazioni basate sul senso comune, che poco contribuiscono in termini di scelte strategiche?

La prima cosa a venire in mente, banale, è che il circuito economico che ruota intorno alla ristorazione e alle attività commerciali costituisce fondamentalmente l’indotto del turismo ed è funzione diretta della capacità di spesa delle famiglie. Il problema vero è che in questo momento, e per un lungo periodo a venire, a Grosseto e in Maremma verrà meno l’apporto della domanda turistica. E questo influirà in modo pesante anche sui redditi degli oltre 20.000 lavoratori stagionali di turismo, commercio e, in parte, agricoltura. Certi consumi, purtroppo, non saranno quindi sostituiti da quelli di altre tipologie di domanda. Ahinoi. Fondamentalmente perché il tessuto socio economico di questo territorio è troppo debole, in un contesto nazionale di debolezza, e troppo dipendente proprio dal turismo. Secondo uno studio dell’Osservatorio turistico dell’Emilia Romagna di tre anni fa, circa il 30% del valore aggiunto della provincia.

Almeno per un anno, quindi, saranno davvero lacrime e sangue. E per molte attività economiche non ci saranno sussidi che tengano, anche perché è impensabile tenere in vita a oltranza quel che non avrebbe più mercato. Bisogna iniziare a dirlo con onestà, smettendola di enunciare concetti generici all’insegna di un ottimismo di maniera, quanto inconcludente e velleitario. Sostituendolo con qualcosa di più solido e strutturato che non il grande bluff dei 38 milioni scaturiti come per magia dall’elaborazione del tavolo “fenice”, che nell’improbabile narrazione del Comune di Grosseto dovrebbe far risorgere dalle proprie ceneri l’abbacchiato capoluogo.

Se c’è infatti un dato inconfutabile, è quanto lacunosa in questi ultimi anni sia stata l’elaborazione strategica rispetto al futuro di questo territorio, e in particolare del suo capoluogo. Considerato che lo smottamento di alcuni comparti produttivi non era una novità apparsa sulla scena all’improvviso.

Ciononostante si è continuato a ribiascicare imperterriti slogan e idee vecchi di trent’anni, su agricoltura, turismo e artigianato. Tuttalpiù rispolverando obsolescenti idee di crescita legate alla speculazione edilizia. Non cogliendo nella sua drammaticità la crisi irreversibile di un modello di sviluppo basato su micro-aziende a conduzione familiare, oppure sulla trasmissione familiare di rendite immobiliari o dello sfruttamento di beni pubblici. E poche eroiche imprese rimaste a presidiare la vera economia di mercato con prodotti e strategie competitive. Purtroppo eccezioni minoritarie nel contesto di un tessuto produttivo frammentatissimo e in costante declino economico.

Da un paio d’anni a questa parte, tuttavia, oltre a sinistri scricchiolii si avvertono timidi segnali di riscossa. Ad opera di imprenditori che, dio volesse, entro i prossimi dieci anni potrebbero rinverdire i fasti della creativa e aggressiva leva imprenditoriale del dopoguerra.

Per avere un’idea di quel che si sta muovendo sottotraccia, bisogna guardare – ad esempio – alla zona a destinazione produttiva cui si accede da via Manlio Brozzi e via Genova. Sulla destra della Senese, uscendo da Grosseto. Presto infatti la Roberto Ricci Design (abbigliamento e tecnologie per surf, wind-surf e kite-surf) si trasferirà negli ex capannoni Mabro. Mentre ha appena traslocato in una porzione dell’ex capannone Eurovinil la Noxerior Srl. Azienda nata in Maremma come Italfilo, oggi nell’orbita della multinazionale francese Novair, che ha quintuplicato la propria produzione di generatori di ossigeno e azoto. Accanto, sempre nell’ex complesso Eurovinil, è in procinto di portare i propri macchinari anche la Toscano – Alta sartoria: start up nata con l’ambizione di succedere alla prestigiosa storia di Mabro. Intanto Survitec, nello stesso compendio, continua a presidiare con il proprio know how pluridecennale la produzione e manutenzione delle zattere di salvataggio per le grandi navi passeggeri e da crociera.

Sempre a poche decine di metri, per ingrandirsi è in arrivo l’impresa meccanica Elmu, specializzata in produzioni metalliche lavorate con torni e frese, ma anche nella lavorazione di titanio e carbonio per la nautica. E sempre alla nautica è legata la Tecnoseal, sull’altro lato di via Genova, campione internazionale nella fusione di “zinchi” per la protezione catodica dalle correnti galvaniche di scafi, motori marini e palancole metalliche. Azienda anch’essa in espansione, che ha appena acquistato un’impresa elettromeccanica di Piombino per ampliare il proprio business. Poco oltre, invece, l’azienda Maremmana Ecologia, specializzata in ingegneria e bonifiche ambientali, che dal 2018 è entrata a far parte del gruppo altoatesino Wolftank Adisa. Sempre a Grosseto, ci sono altre imprese che raramente fanno rumore, ma che dimostrano un vivace dinamismo imprenditoriale, come Kelli, produttore di generatori elettrici. Terranova, Errepi, EM Sistemi, J Software, e Halley nei servizi informatici. Coop G.Toniolo, nel comparto della progettazione/realizzazione di sistemi di depurazione e impiantistica elettromeccanica. Fam nell’ambito dei sistemi idraulici e di depurazione. O la Fedeli commerciale, che opera nell’allestimento di cucine professionali e locali pubblici, oltre che nella fornitura di attrezzature per la ristorazione.

Insomma. Dietro il profluvio di chiacchiere da bar in cui spesso annegano i ragionamenti economici, a Grosseto si va facendo strada un nocciolo duro d’imprese con un mercato, non di rado orientate all’export e capaci d’innovazione. Un patrimonio imprenditoriale che sarebbe prezioso per la città e l’intero comprensorio. Che fa poco rumore, raramente appare e tantomeno invoca assistenzialismo. Anche nei momenti più difficili. Ma che soprattutto potrebbe contribuire a risollevare le sorti economiche di un capoluogo evidentemente prostrato e orfano di una riconosciuta strategia di sviluppo economico.

Se queste aziende saranno sostenute e messe in condizione di crescere, allora ristoranti e locali torneranno a riempirsi. Nel frattempo bisognerebbe evitare di scambiare la causa con l’effetto.

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