#quarantena – Il lato erotico delle fake-news

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Dev’essere la perversione sessuale degli anni venti di questo XXI secolo. Non si spiega altrimenti che col piacere la libido – psicanalitica – elevata al parossismo. La tendenza contemporanea ad eccitarsi per evidenti fake news (in lingua italiana: puttanate). Rilanciate compulsivamente attraverso la rete, compulsando Messanger, Whatsapp, Pentagram. In un’orgia comunicativa in cui ogni palese cazzata diventa verosimile. Ogni sospetto legittimo. Ogni complotto scontato. Fino all’orgasmo finale: ehhh, lo dicevo io!!

In questi ultimi giorni è toccato al travisamento di un servizio televisivo del 2015 di «Leonardo». Il telegiornale scientifico di Rai Tre. Rilanciato in rete come prova – “scientifica” – del fatto che il Covid-19 è stato messo a punto in un laboratorio cinese con tecniche di manipolazione genetica e poi propalato nell’orbe terraqueo per colpire l’umanità.

Ora in questa sede sarebbe presuntuoso mettersi a smontare in termini scientifici l’assurdità del ragionamento. Cosa fatta egregiamente da autorevoli testate come Open o La Repubblica, fra le altre. Ma è entusiasmante osservare i meccanismi riproduttivi della bufalite (diffusione delle bufale). Che chiaramente risponde al bisogno latente di una stimolazione erogena.

Chiusi in casa. Repressi e assassinati dalla routine. Cosa può esserci di più intrigante, ammiccante e solleticante di una bella teoria di un complotto mondiale? Cavalcata con sapienza artigianale da girovaghi della rete a caccia di click, visibilità e legittimazione. Insomma di un po’ di soldi?

È così che sono resuscitati dai propri sepolcri i tapini No-Vax, che brutalizzati da un’onda anomala di divulgazione scientifica si erano rintanati nelle proprie ridotte. Organizzando convegni clandestini sulle scie chimiche e big-pharma. Ma che ora hanno fra “le mano” una pepita d’oro, ideale per riprendere il filo del proprio sragionamento.

E così si eccitano certi politici, come quel totano col ciuffo anfibio di The Donald (al secolo Donald Trump), che può ammiccare in conferenza stampa al «virus cinese». Buttandola sulla competizione fra superpotenze, evitando le proprie responsabilità per l’immobilismo omicida che ha contrapposto alla pandemia. Oppure il tonno coi bracci Salvini, che in crisi d’astinenza si ritrova aggratis un argomento per delegittimare il “cinese” ministro degli esteri Di Maio, in un epico scontro tra titani.

Altri esempi potrebbero aggiungersi. Ma il processo mentale è sempre lo stesso: una minchiata colossale basta verosimile o legittimata dalle allusioni, serve a confermare o validare una convinzione che esisteva a monte. Le fake news come plancton che nutre di certezze branchi di “pesci bue” che popolano acquari immaginari. A ciascuno la sua bufala.

Peccato che le fakes siano sempre e comunque preordinate a soddisfare l’interesse di qualcuno, protetto dall’anonimato garantito dal web. Quindi non riconducibile alla responsabilità di averle confezionate.

Peccato che, soprattutto, l’eccitazione e l’abitudine a prendere in considerazione, o peggio sul serio, certe amenità, comporti un rischio esiziale. Quello, nel bailamme comunicativo, di non riconoscere o sottovalutare il pericolo vero quando si presenta. Come nel caso del Coronavirus, appunto.

Insomma, come recita l’adagio, a forza di gridare al lupo, al lupo…

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