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#quarantena – Lavorare da morire. Mica un modo di dire

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GROSSETO – Senza reticenze. Diciamoci tutti la verità: l’alternativa tra lavorare e morire ci pareva una cosa esotica. Lontana, che riguardava altri. Tipo Bombay, dove molti disperati sopravvivono, finché gli dura, selezionando i rifiuti a mani nude nelle discariche. Oppure le miniere del Congo, dove lavorano in condizioni disumane decine di migliaia di bambini. Per estrarre il Coltan, minerale raro ma indispensabile ai nostri smartphone. Tuttalpiù poteva riguardare Taranto, nel Mezzogiorno depresso e vicino al terzo mondo. Dove lo scambio inconfessabile tra lavoro e salute può essere tacitamente accettato.

Non noi del centro-nord opulento e sicuro, però. Noi pensavamo d’essere al sicuro.

Poi, un bel giorno, è arrivata la pandemia da Covid-19, e il mondo è cambiato. Non senza un bel po’ di contraddizioni. Perché il pregiudizio a favore dell’economia, sempre e comunque, è duro a morire. Perché se il rischio concreto è quello di perdere il lavoro, allora alle pressioni del datore di lavoro ci pensi due volte prima di dire di no. Perché in fondo: «a me non toccherà di certo». E allora vai con le sottovalutazioni, più o meno esplicite. Tipo: «Milano non si ferma!» E a seguire non s’è fermato nessuno, per qualche giorno. Soprattutto nel bresciano e nel bergamasco. In val Bormida e val Seriana. Col virus che è dilagato a proprio piacimento fra le persone. Che poi hanno cominciato a morire come mosche.

Dopodiché tutti hanno capito, e il Governo ha bloccato tutto ciò che non era indispensabile. O almeno c’ha provato. Perché le pressioni di Confindustria sono state fortissime. Fino a ottenere sottobanco l’ampliamento ingiustificato delle attività strategiche, quelle da non chiudere. Naturalmente in nome del profitto e del lavoro, ché non si possono mica perdere quote di mercato a vantaggio d’altri.

Cosa che, a sua volta, ha provocato la reazione degli operai e di tutti coloro che sono stati costretti a lavorare in aziende non strategiche. Rischiando inutilmente la pelle. Perché un conto è lavorare in un Cda riunito su Skype, o in un ufficio da dirigente aziendale. Un conto è alla catena di montaggio, in un call-centre, in una sartoria industriale o in un cantiere navale. Dov’è un po’ complicato mantenere la distanza di sicurezza e il Coronavirus non guarda in faccia a nessuno.

Ai tempi della pandemia, all’improvviso, le morti bianche sono passate da argomento sindacale di nicchia a “fenomeno pop”.

Eppure in fondo, diciamocelo, il mondo può fermarsi davvero per un mese. Se questo, a oggi, è l’unico modo efficace per arrestare la pandemia. Anche perché se poi sono troppi quelli che crepano e gli altri s’impauriscono, chi comprerà mai tutto quel ben di dio che bisogna produrre a ogni costo?

Vuoi vedere che il sindacato tutti i torti non li ha? Ci pensino i liberisti e mercatisti che stanno a lavorare col culo al caldo, dietro a uno schermo di computer. E se non sono convinti. Siano almeno coerenti. Vadano loro a produrre le commodities e gli altri beni e servizi che ti espongono al virus. Che di sicuro chi oggi li produce, prenderà volentieri il loro posto.

Nella vita reale i confini sono sempre un po’ labili. Vedi com’è complicato, a volte, il mondo. Qualcuno glielo spieghi.

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